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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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L'Arena Rassegna Stampa
19.07.2004 Le ragioni e i torti di un terrorista non si equivalgono a quelli di chi lo combatte
difficile da capire per il quotidiano veronese

Testata: L'Arena
Data: 19 luglio 2004
Pagina: 1
Autore: Paolo Mozzo
Titolo: «Le ragioni e i torti»
Da L'Arena, quotidiano di Verona, dl 18.07-04 un articolo che propone un impossibile equiparazione fra Sharon e Arafat, entrambi portatori, secondo l'autore Paolo Mozzo di ragioni e torti in proporzione di 100 a 1.
Ma Sharon non ha mai "sparato nel mucchio" e continua a "occupare" i territori perchè lì si annidano i gruppi terroristici che colpiscono, questi si, Israele sparando nel mucchio.
La sua pretesa di "scegliersi interlocutore, tempi e modi di qualsiasi trattativa" non è altro che il rifiuto di trattare con chi protegge e controlla quei gruppi, vale a dire Yasser Arafat. Pretesa evidentemente legittima, ma certamente incomprensibile se quei legami comprovati tra dirigenza palestinese e terrorismo vengono sottaciuti e minimizzati come nell'articolo di Mozzo.

Ecco il pezzo.

Ariel Sharon ha una ragione e 100 torti. Difende Israele, ma lo fa occupando
i Territori manu militari , abbattendo case e sparando, spesso, nel mucchio.
Soprattutto, sostenuto a spada tratta da Washington, pretende di scegliersi
interlocutore, tempi e modi di qualsiasi trattativa. Yasser Arafat, oggi,
gli assomiglia. Anch'egli ormai si attesta sulla proporzione «uno a 100». È
un uomo-simbolo di libertà per il suo popolo. Ma la Storia lo sta
sorpassando: prigioniero di fatto a Ramallah eppure ben «collegato» con
l'esterno, si rinchiude nel bozzolo del potere, padrone di un'Autorità
Nazionale (nata da elezioni) ma troppo distante dalla «base». Errori che
Hamas e altri gruppi «militanti» e terroristici volgono a proprio vantaggio.
Un raìs in declino e un generale incattivito: poco per la pace. Il «clan»
del presidente dell'Anp domina: Abu Ala è (ancora) premier ma non può
muovere foglia se Arafat non voglia. I posti chiave sono saldamente sotto
controllo. Le accuse di corruzione (l'inviato Onu, Terje Roed-Larsen:
«Territori nel caos mentre la legalità cede al potere di armi, soldi e
intimidazione») cominciano a fioccare anche dalle Nazioni Unite e da
un'Europa un tempo amica e ora perplessa, comunque troppo latitante nelle
azioni. Ma Arafat tiene salde le leve. Il suo recente «rimpasto» è una
cortina fumogena. Mentre a due passi rombano i carrarmati di Sharon e a
migliaia perdono casa e vite di stenti.
Il castello-prigione di Ramallah è l'ultima ridotta di un'epoca. Abitato da
un «signore» ben diverso da quello «dell'ulivo e del mitra» al Palazzo di
Vetro (1974), delle strette di mano a Oslo (1993), delle passeggiate con
Clinton e Barak (2000): il mito vive ora del proprio potere. La mossa di
Sharon, forse e purtroppo, è riuscita: la vecchia volpe ha la zampa nella
tagliola e non più la forza di staccarsela a morsi per riguadagnare la
libertà.
Il gioco al massacro tra i due nemici fa bene agli oltranzisti armati del
Fatah (né il raìs può e vuole colpire i suoi) ma soprattutto ad Hamas , al
Jahad islamico e all'integralismo che nel plastico e nel kalashnikov cercano
il riscatto. Riscatto assassino, di stragi tra i civili israeliani più che
di resistenza all'esercito di Israele. Eppure raccolgono consensi; pagano
con denaro raccolto per canali sconosciuti (né troppo indagati) l'assistenza
a un popolo alla fame, disoccupato e disperato. Dalle loro file,
pronosticano molti, verranno i futuri leader politici palestinesi.
La partita è all' impasse , tra il generale e il raìs ostaggi di sé stessi.
George W. Bush insegue una Road Map sgualcita, «la difesa di un amico
(Israele, ndr ) e le urne di novembre. Le Nazioni Unite latitano. L'Europa,
impegnata a nascere, teme di guardare la realtà mutata ed agire di
conseguenza, anche verso Arafat. Gli israeliani sceglieranno il futuro con
un voto. I palestinesi già lo stanno decidendo: per disperazione e mancanza
di alternativa onesta. Tra i due litiganti, nell'indifferenza, la palma può
andare ad Hamas e ai fanatici dell'altro fronte. Per altri anni di sangue.
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