Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Le ragioni e i torti di un terrorista non si equivalgono a quelli di chi lo combatte difficile da capire per il quotidiano veronese
Testata: L'Arena Data: 19 luglio 2004 Pagina: 1 Autore: Paolo Mozzo Titolo: «Le ragioni e i torti»
Da L'Arena, quotidiano di Verona, dl 18.07-04 un articolo che propone un impossibile equiparazione fra Sharon e Arafat, entrambi portatori, secondo l'autore Paolo Mozzo di ragioni e torti in proporzione di 100 a 1. Ma Sharon non ha mai "sparato nel mucchio" e continua a "occupare" i territori perchè lì si annidano i gruppi terroristici che colpiscono, questi si, Israele sparando nel mucchio. La sua pretesa di "scegliersi interlocutore, tempi e modi di qualsiasi trattativa" non è altro che il rifiuto di trattare con chi protegge e controlla quei gruppi, vale a dire Yasser Arafat. Pretesa evidentemente legittima, ma certamente incomprensibile se quei legami comprovati tra dirigenza palestinese e terrorismo vengono sottaciuti e minimizzati come nell'articolo di Mozzo.
Ecco il pezzo. Ariel Sharon ha una ragione e 100 torti. Difende Israele, ma lo fa occupando i Territori manu militari , abbattendo case e sparando, spesso, nel mucchio. Soprattutto, sostenuto a spada tratta da Washington, pretende di scegliersi interlocutore, tempi e modi di qualsiasi trattativa. Yasser Arafat, oggi, gli assomiglia. Anch'egli ormai si attesta sulla proporzione «uno a 100». È un uomo-simbolo di libertà per il suo popolo. Ma la Storia lo sta sorpassando: prigioniero di fatto a Ramallah eppure ben «collegato» con l'esterno, si rinchiude nel bozzolo del potere, padrone di un'Autorità Nazionale (nata da elezioni) ma troppo distante dalla «base». Errori che Hamas e altri gruppi «militanti» e terroristici volgono a proprio vantaggio. Un raìs in declino e un generale incattivito: poco per la pace. Il «clan» del presidente dell'Anp domina: Abu Ala è (ancora) premier ma non può muovere foglia se Arafat non voglia. I posti chiave sono saldamente sotto controllo. Le accuse di corruzione (l'inviato Onu, Terje Roed-Larsen: «Territori nel caos mentre la legalità cede al potere di armi, soldi e intimidazione») cominciano a fioccare anche dalle Nazioni Unite e da un'Europa un tempo amica e ora perplessa, comunque troppo latitante nelle azioni. Ma Arafat tiene salde le leve. Il suo recente «rimpasto» è una cortina fumogena. Mentre a due passi rombano i carrarmati di Sharon e a migliaia perdono casa e vite di stenti. Il castello-prigione di Ramallah è l'ultima ridotta di un'epoca. Abitato da un «signore» ben diverso da quello «dell'ulivo e del mitra» al Palazzo di Vetro (1974), delle strette di mano a Oslo (1993), delle passeggiate con Clinton e Barak (2000): il mito vive ora del proprio potere. La mossa di Sharon, forse e purtroppo, è riuscita: la vecchia volpe ha la zampa nella tagliola e non più la forza di staccarsela a morsi per riguadagnare la libertà. Il gioco al massacro tra i due nemici fa bene agli oltranzisti armati del Fatah (né il raìs può e vuole colpire i suoi) ma soprattutto ad Hamas , al Jahad islamico e all'integralismo che nel plastico e nel kalashnikov cercano il riscatto. Riscatto assassino, di stragi tra i civili israeliani più che di resistenza all'esercito di Israele. Eppure raccolgono consensi; pagano con denaro raccolto per canali sconosciuti (né troppo indagati) l'assistenza a un popolo alla fame, disoccupato e disperato. Dalle loro file, pronosticano molti, verranno i futuri leader politici palestinesi. La partita è all' impasse , tra il generale e il raìs ostaggi di sé stessi. George W. Bush insegue una Road Map sgualcita, «la difesa di un amico (Israele, ndr ) e le urne di novembre. Le Nazioni Unite latitano. L'Europa, impegnata a nascere, teme di guardare la realtà mutata ed agire di conseguenza, anche verso Arafat. Gli israeliani sceglieranno il futuro con un voto. I palestinesi già lo stanno decidendo: per disperazione e mancanza di alternativa onesta. Tra i due litiganti, nell'indifferenza, la palma può andare ad Hamas e ai fanatici dell'altro fronte. Per altri anni di sangue. Invitiamo i lettori di Informazione Corretta ad inviare la propria opinione alla redazione dell'Arena. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.