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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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La Stampa Rassegna Stampa
16.07.2004 Pubblicare chiunque scriva contro Israele?
sembra essere la scelta del quotidiano torinese

Testata: La Stampa
Data: 16 luglio 2004
Pagina: 24
Autore: Edoardo Bruno
Titolo: «Il muro non protegge divide e aumenta l'odio»
Di chi è fratello Edoardo Bruno ? e di chi cugino,cognato, o zio ? Altrimenti non vi è spiegazione al fatto che una volta ogni sei mesi, senza alcuna competenza in materia (fa il critico cinematografico) scriva un pezzullo contro Israele e che la Stampa glielo pubblichi. Sei mesi fa, Bruno vaneggiava sulla strumentalizzazione a fini politici da parte del governo di Israele del concetto di identità ebraica, oggi il nostro esprime il proprio metafisico disappunto verso "il muro", fonte di odio, violenza e morte.
Sconcertati da tanta faziosità camuffata da un linguaggio forbito, ci domandiamo ancora perchè La Stamap ospiti Edoardo Bruno e i suoi sfoghi antiisraeliani, e invitiamo i nostri lettori a chiedere delucidazioni in proposito al direttore de La Stampa Marcello Sorgi.

Di seguito riportiamo il pezzo:

Il muro divide, chiude gli spazi, traccia confini inesistenti, taglia i territori e modifica i paesaggi; è simbolo di violenza e di morte, di separazione, ghetto, chiuso da muri invalicabili o da semplici catene, e anche cerchio virtuale, in cui delimitare i rituali del mondo magico, linea di divisione tra realtà e finzione. Nel Muro di J. P. Sartre è il luogo dove «avrebbero messo un uomo e gli avrebbero sparato addosso, fino a che non fosse crepato» e, dopo una tragica lunga notte di attesa e di paura, rifugio impossibile, zona virtuale dove perdersi e potersi nascondere, «rientrare nel muro, spingere con la schiena con tutte le forze, anche se il muro resisterà, come negli incubi»; dove tutto scivola via, sfugge e ricade, senza illusioni.
Muro metafora di violenza reale e sogno di una protezione impossibile, nella Palestina ritorna come violenza e separazione di etnie, come divisione tra due mondi e due classi, ricchi e poveri, abbondanza e igiene, lavoro e miseria. Il muro divide, non protegge. Costruisce una catena di incomprensioni, disperde una cultura e una vita, spezza le unità abitative, e umilia la voglia di vivere, spegnendo qualsiasi speranza. Sospende i gesti abituali - dalla propria abitazione alla scuola, ai campi, al negozio bisogna effettuare chilometri e allungare i tempi -, disperde nel silenzio le voci, le parole, i linguaggi. E non protegge, perché esaspera la vita quotidiana, rende continui i controlli, umilia chi li fa e chi li subisce, e quindi aumenta gli odi, da entrambe le parti. E la rabbia, che dà forma alle parole, costruendo un confine di resistenza come il canto del poeta palestinese Mahmoud Darwish, che risuona dall'altra parte del muro: «Quando le mie parole erano grano / io ero terra. Quando le mie parole erano collera / ero tempesta. Quando le mie parole erano roccia / ero fiume».
Invitiamo i lettori di Informazione Corretta ad inviare il proprio parere alla redazione de La Stampa. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.

lettere@lastampa.it

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