Ai pacifisti piacciono i dittatori protestano solo contro le democrazie
Testata: Autore: alcuni giornalisti Titolo: «Nessuno protestò contro il premier cinese»
Sul Riformista di oggi viene pubblicato una lettera, firmata da alcuni personaggi della sinistra riformista, dove viene messo in luce quanto grave sia l'errore di una manifestazione contro Bush nel giorno del ricordo dello sbarco di Anzio. Allo stesso tempo i firmatari si domandano come mai in occasione della visita del presidente della Cina, paese che viola costantemente i diritti umani, non si siano svolte analoghe manifestazioni di protesta. Da leggere.E da usare.
Davanti all’escalation della violenza in Iraq, la sinistra italiana ha scelto la via impolitica: si è fatta strada sgomitando verso l’uscita di sicurezza, correndo il rischio di abnegare a quel ruolo di «naturale parte in causa» dei conflitti che i suoi padri storici hanno coraggiosamente indicato. La strada del ritiro era aperta da mesi, anche quando la lista unitaria scelse di condizionare le proprie decisioni all’esito del tentativo Onu per una transizione verso l’auto-governo degli iracheni. Quali cambiamenti hanno fatto ritenere morto quel tentativo prima del 30 giugno? Ci rifiutiamo di credere che la risposta si trovi in un sondaggio elettorale. Grande è il nostro orrore per gli scempi di Abu Ghraib, per la ferita che è stata inferta alla coscienza occidentale. Ma quell’orrore non ci fa velo rispetto all’ipocrisia di "quelli che" i diritti umani sono calpestati a Guantanamo e Abu Ghraib, ma non in Cina o nel mondo arabo. Grande è la nostra voglia di testimoniare a George Bush la contrarietà verso un intervento sbagliato e unilaterale. Ma quella voglia non ci fa velo rispetto all’anti-americanismo di "quelli che" la politica Usa è l’unico problema da rimuovere, e non piuttosto la risposta sbagliata a problemi reali e comuni (come il terrorismo, l’insicurezza internazionale e l’assenza democrazia in vaste aree del pianeta). Esporre le bandiere della pace ai propri balconi è un bel modo di manifestare la domanda per una via diversa alla soluzione di quei problemi. Altre forme pacifiche possono essere individuate e condivise. Ma nessuno dovrebbe spingersi fino a negare il diritto/dovere delle istituzioni italiane accogliere nel migliore dei modi il leader della più grande democrazia del mondo (neanche di fronte alle palesi strumentalizzazioni Berlusconi, se non si vuole cadere nella sua trappola). Forse, nella rossa Toscana, da sempre paladina della battaglia contro la pena morte, qualcuno si è ribellato contro l’accoglienza riservata di recente al premier della Cina (paese che detiene il record di esecuzioni capitali e che non riconosce i più elementari diritti civili e politici)? Qualcuno lo ha ritenuto un motivo convincente per non parlare di scambi commerciali e collaborazioni industriali? Di contro, qualcuno può ritenere la giusta ostilità verso la politica internazionale di Bush un motivo sufficiente per non ricordare insieme agli Usa la vittoria comune nella liberazione dal nazi-fascismo? Impiantare la democrazia non è mai stato facile: in Germania processo durò cinque anni e fu alquanto sofferto. Ma a quella durata e a quel travaglio va ascritta la maturità della società tedesca di oggi, della quale i socialdemocratici, e la nostra stessa cultura riformista, sono interpreti. Immaginiamo quanto possa essere lungo e difficile processo di democratizzazione in Iraq. Nessuno può illudersi che stravolgimenti storici di portata epocale possano facilmente concludersi con rivoluzioni di velluto. Il caso dell’ex Jugoslavia è emblematico. Salvo che, in quel caso, l’impegno della sinistra italiana vi fu. Non vale più quanto ha scritto Giuliano Amato nel programma di Uniti nell’Ulivo, ovvero che bisogna «battersi affinché le guerre finiscano, non semplicemente tirarsene fuori»? Pacifismo significa oggi «lavarsi le mani»? Noi non lo crediamo. Crediamo in un’altra idea di sinistra. Crediamo, con Gramsci, che «vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere estranei ad ogni scelta»; diceva, per concludere: «Odio gli indifferenti». Gli strumenti per la lotta al terrorismo internazionale sono incomprensibilmente assenti dai nostri programmi, insieme con quel «pensiero lungo che, forse illudendoci, ci aspetteremmo dagli eredi una tradizione politica nobile che ha sempre saputo fare dell’impegno internazionalista la propria bandiera. La nostra speranza è che quanti hanno manifestato questi giorni il loro disagio rispetto a una posizione mero disimpegno raccolgano in pieno la sfida di indicare una prospettiva diversa. Come giovani, reclamiamo il diritto di aspettarci da questa sinistra molto più di quello che oggi ci propone. Alla fine dell’arcobaleno non troveremo alcun tesoro nascosto. Il tesoro vero è quello delle idee e delle energie del nostro presente.
Romano Benini Paolo Bonari Vincenzo M. Campo Edoardo Camurri Alessandro Clementi Danilo Di Matteo Mattia F. Ferrero Antonio Funiciello Francesco Maria Mariotti Tommaso Nannicini Filippo Taddei Aldo Torchiaro Invitiamo i lettori di Informazione Corretta di inviare il proprio parere alla redazione de Il Riformista. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.