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Rassegna Stampa
05.03.2004 I palestinesi nella miseria sempre più nera
Arafat non c'entra nulla. Tutta colpa di Israele. Parola di City

Testata:
Autore: la redazione
Titolo: «Palestinesi disperati via dalla Cisgiordania: Qui la vita è impossibile e senza futuro»
A pag. 4 di City una foto al centro di un articolo (titolo: "Palestinesi disperati via dalla Cisgiordania: Qui la vita è impossibile e senza futuro") che ritrae "Un gruppo di modelle internazionali sfila per la pacedavanti al controverso muro costruito da Israele in Cisgiordania". Questa foto è vistosamente scattata dal basso in modo da far sembrare il muro ancora più alto di quello che è in realtà.
Ed ecco l'articolo:

QALQILIYA (Cisgiordania) - Imad Zaid, disoccupato e disperato, passa i giorni su Internet sperando che qualcuno lo aiuti a scappare dalla sua città, in Cisgiordania, anche virtualmente
Viene un dubbio: Come paga l'accesso ad Internet? Oppure Arafat lo fornisce gratuitamente?
Negli ultimi tre anni di conflitto israelo-palestinese, oltre il 10 per cento dei 40mila abitanti di Qalqiliya sono scappati dalla città, lontani dalla guerra, dai checkpoint militari, dalle restrizioni e dalla crisi economica. Migliaia di palestinesi della Cisgiordania hanno fatto lo stesso, cercando rifugio in città lontane dai confini o all'estero: in Europa, negli Usa, o in altri Paesi arabi. L'emigrazione è dramma. Non solo per i palestinesi. E' il principale argomento della Giordania contro la barriera israeliana - sotto processo alla Corte internazionale dell'Aja anche perché rischia di favorire un'annessione strisciante - perché i flussi incontrollati destabilizzano i già fragili sistemi socio-assistenziali. Israele continua a sostenere che il muro è necessario: protegge dai terroristi, che hanno ucciso 930 persone in tre anni (nello stesso periodo i soldati hanno ucciso il triplo dei palestinesi). E il fatto che distrugga la vita di migliaia di persone passa in secondo piano. Oltre i 1600 palestinesi hanno chiesto asilo in Svezia nel 2003, il triplo del 2001. Almeno 15mila hanno lasciato il centro di Hebron, altri 5mila sono scappati da Gaza e circa 450 da Betlemme.. Solo la guerra, dal 2001, ha ucciso 2688 palestinesi e muro, violenza e restrizioni hanno lasciato il 70 per cento della popolazione senza lavoro. Così si scappa. Ma non è facile. Anche perché per la cultura palestinese emigrare quivale a tradire: un tabù nato nel 1948, con la creazione di Israele e la cacciata o la fuga di migliaia di palestinesi. Si fa in silenzio. Chi va a vivere in altre città o all'estero (nei Paesi arabi) dice di essere di passaggio, o in cura in qualche ospedale o altro. L'esodo, equivale Naqba, la catastrofe. Più fortunati quelli che hanno parenti negli Usa o in Europa. Loro non si devono giustificare. Ma vista l'assenza di prospettive, sono soprattutto giovani istruiti. "E' un pericolo enorme", spiega Nabil Shaath, ministro degli Esteri palestinese. "Se i nostri cervelli scappano, chi potrà creare lo stato palestinese?"
Un articolo in cui tutti i mali della popolazione palestinese (e perfino dei paesi "costretti" ad accettare gli emigranti) sono causati dalla cattiveria gratuita di Israele. Nessun accenno alle barbarie dell'ANP & compagni, nessun accenno alla quantità di palestinesi suicidi (o costretti a suicidarsi da Hamas, Jihad, Al Fatah, ecc.), di "morti sul lavoro" (cioè mentre preparavano o trasportavano esplosivi) di morti in incidenti stradali tutti inclusi in quel "triplo ucciso dai soldati israeliani". Nessun accenno alla persecuzione di Arafat verso le minoranze cristiane, i gay, le donne; alla disperazione di genitori e parenti di ragazzini a cui i terroristi hanno fatto il lavaggio del cervello; alla destabilizzazione causata dal terrorismo stesso, alle ingenti somme che la guerra voluta da Arafat inghiottisce a scapito della popolazione locale. Nessun accenno alle condizioni 100 volte migliori, ai posti di lavoro e alle infrastrutture fornite da Israele prima che in quei territori entrasse il rais sanguinario. Assolutamente nulla. Manca solo che Israele venga accusato delle condizioni atmosferiche e il quadro è completo.
Perfino la barriera che in alcuni tratti sconfina nei territori contesi e il cui processo-farsa è già finito (in attesa soltanto della sentenza), è diventato un "muro in Cisgiordania" che copre addirittura il cielo (nella foto se ne vede solo una strisciolina in alto).

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