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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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La Stampa Rassegna Stampa
12.02.2004 Israele Giordania e ANP, il nuovo Benelux
parola di Shimon Peres di ritorno da Amman

Testata: La Stampa
Data: 12 febbraio 2004
Pagina: 11
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «L’Ue accolga Israele, Anp e Giordania»
Sulla Stampa di oggi appare l'intervista di Fiamma Nirenstein a Shimon Peres nella quale espone le sue opinioni sul futuroo del MO. La pubblichiamo integralmente.

Nella mattina del terremoto (5 gradi e mezzo della scala Richter, somma confusione, tutti gli scolari a casa, e anche i membri del Parlamento) Shimon Peres è ancora più energico del solito. Reduce da un breve viaggio ad Amman per incontrare il giovane re Abdallah, il capo dell’opposizione israeliana e Premio Nobel per la Pace, incontra un gruppo di giornalisti stranieri e li investe di una quantità di futuro pacifista: «Vedrete - dice - assisterete alla nascita di uno Stato palestinese molto prima di quanto possiate immaginare: Israele ha di fronte il problema demografico che rischia di farne o un Paese non ebraico o un Paese non democratico, due cose che non accadranno mai; e i palestinesi sono di fronte al rischio di non essere una nazione, ma una società sofferente e povera in cui invece della politica vince il terrorismo. Tutti e due hanno fretta».
Da dove le deriva tutto questo ottimismo?
«Dal fatto che la regione è in una situazione di cambiamento, anche il mondo mussulmano lo desidera, come ho verificato in molti colloqui compreso quest’ultimo con il re di Giordania. Ho in mente vari incentivi e incoraggiamenti verso la pace per i quali l’Europa ha oggi un ruolo determinante. Ne ho parlato con dignitari arabi e con molti europei e americani. Ne ho informato Sharon. Una politica di incentivi concreti è anche indispensabile per aiutare Abu Ala e le forze che vogliono la Road Map ad attuarla".
Questo si disse già per Abu Mazen, che poi è stato eliminato dalla politica di Arafat: come può pensare di salvare Abu Ala?
«E’ necessario, semplicemente perché Abu Ala è il primo ministro in carica e quindi, per me, l’interlocutore di Israele; è la persona con cui trattare, senza troppo pensare ad Arafat. Arafat è un problema dei palestinesi, a noi basta Abu Ala, e occorre quindi dargli carte da giocare».
Ma se lui poi deve dar conto a Arafat, che non vuole...
«Torniamo alle carte che lo aiuteranno, è più utile che parlare di Arafat, che comunque c’è. Gli incentivi per la pace. Quello principale non consiste nei soliti consigli e ordini dell’Europa o degli Usa, ma in una concreta decisione da parte dell’Unione europea di accettare Israele, la Giordania e lo Stato palestinese, appena fatta la pace, come membri con status pari, per ora, a quello dei paesi Efta; i tre devono essere uniti da un comune patto, una specie di Benelux con interessi economici interattivi, cioè con un interesse comune garantito dalla comunità internazionale. In secondo luogo, i confini devono essere certi: la loro labilità crea un nervosismo incessante di tutta l’area, quindi si facciano accordi precisi e li garantiscano gli Usa e l’Europa. In terzo luogo, la Nato, che già da tempo deve rivedere la sua intera struttura, dato che è nata nella prospettiva di guerre di eserciti mentre è chiaro che deve riconvertirsi nella nuova dimensione della lotta al terrorismo, può solo avvantaggiarsi dalla presenza al suo interno di questo nuovo Benelux, così otterrà anche una partecipazione asiatica e una dimensione mediterranea. Anche l’Egitto e altri paesi mediorentali devono essere invitati a far parte della Nato. Il terrorismo si batte creando un autentico interesse comune a farlo. Infine, gli Stati del Medio Orente devono firmare una carta simile a quella che stilammo a Sharm el-Sheikh che stabilisca i criteri della guerra al terrore e l’impegno di ciascuno».
Come potranno Paesi i cui standard dei diritti umani sono tanto poveri far parte dell’Unione europea?
«Spero anzi che, come è accaduto alla Turchia, o ai Paesi ex sovietici, l’aspirazione a entrarvi crei un grande miglioramento».
Come considera la decisione di Sharon di lasciare Gaza? Sarebbe pronto, qualora egli fosse abbandonato dai suoi alleati di governo, a entrare in una coalizione con lui?
«Per ora sono speranzoso e fiducioso nelle sue intenzioni. Se Sharon smantellerà gli insediamenti e ritirerà l’esercito a Gaza, noi lo sosterremo in Parlamento. Ma per ora non vedo nessuna ragione di impegnarsi per il governo».
Come considera la vicenda delle accuse a Israele per la barriera di difesa e del «processo» alla Corte internazionale dell’Aja, il 23 febbraio?
«Il processo riguardava la prima versione del recinto, che ora sta cambiando a vista d’occhio: una commissione ne sta modificando il tracciato. Spero che questo porti tutta la materia a ridimensionarsi: Israele ha il diritto di difendersi dal terrorismo, guai se non lo facesse, e nello stesso tempo deve salvaguardare i diritti umani dei palestinesi».
Per il 19 l’Unione europea ha indetto un seminario sul nuovo antisemitismo, un grande e inquietante fenomeno che ha al centro un furioso attacco a Israele. Ma molti dicono che esso è legato alla politica del governo, e non all’antisemitismo: lei che ne pensa?
«Io credo che ci siano molti tipi di antisemitismo, e che ci sia chi usa l’attacco a Israele per nascondere il proprio; comunque si tratta di una malattia contagiosa e repellente che non riguarda noi ebrei, ma le nazioni che ne sono infette e che hanno il dovere di combatterlo».
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