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La sinistra ha appoggiato il terrorismo islamico 09/11/2026 (Video di Ciro Principe)


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Setteottobre Rassegna Stampa
09.11.2026 Eisenkot, il generale che vuole ricostruire Israele
Commento di Rosa Davanzo

Testata: Setteottobre
Data: 09 novembre 2026
Pagina: 1
Autore: Rosa Davanzo
Titolo: «Eisenkot, il generale che vuole ricostruire Israele»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Rosa Davanzo dal titolo: "Eisenkot, il generale che vuole ricostruire Israele"

Eisenkot, il generale che vuole ricostruire Israele

Gadi Eisenkot ha 66 anni, quarantuno dei quali trascorsi nell’esercito israeliano. È stato capo di Stato maggiore, ha combattuto il terrorismo, conosce i segreti della sicurezza nazionale e ha pagato personalmente un prezzo terribile nella guerra contro Hamas. Oggi è l’uomo incaricato di tentare la successione a Benjamin Netanyahu. Il presidente Isaac Herzog gli ha affidato il compito di formare un governo dopo le elezioni del 27 ottobre. Un passaggio decisivo, anche se il successo è ancora incerto: in Israele conquistare il mandato presidenziale significa avere una possibilità concreta di governare, tutta da tradurre in una maggioranza parlamentare.

Nato a Tiberiade nel 1960, figlio di immigrati marocchini, cresciuto a Eilat, Eisenkot appartiene a quella generazione di israeliani per i quali l’esercito è stato una scuola di responsabilità e di mobilità sociale. Arruolatosi nel 1978 nella brigata Golani, ne ha percorso tutti i gradi fino al comando. Ha diretto il fronte settentrionale, è stato vicecapo di Stato maggiore e, dal 2015 al 2019, ventunesimo comandante delle Forze di difesa israeliane.

La sua carriera militare racconta un uomo pragmatico, poco incline alla retorica. Il suo nome è legato alla cosiddetta dottrina Dahiya, elaborata per dissuadere Hezbollah attraverso una risposta militare devastante contro le infrastrutture utilizzate dall’organizzazione. Una concezione della deterrenza durissima, che solleva interrogativi sulla proporzionalità dell’impiego della forza. 
La politica arriva nel 2022, quando entra alla Knesset con l’alleanza centrista di Benny Gantz. Dopo il massacro del 7 ottobre 2023 accetta di partecipare al governo d’emergenza guidato da Netanyahu, assumendo il ruolo di osservatore nel gabinetto di guerra. È una scelta dettata dalla gravità della situazione. Nel giugno 2024 abbandona il governo insieme a Gantz, denunciando l’assenza di una strategia convincente per il futuro di Gaza.

Nel frattempo la guerra gli ha portato via il figlio Gal, ucciso nel dicembre 2023 durante un’operazione nella Striscia. Anche due nipoti sono caduti in combattimento. Una tragedia che ha conferito alla sua figura un’autorità morale particolare, pur senza sottrarlo al normale giudizio politico.

Nel settembre 2025 fonda Yashar, parola ebraica che significa «retto», «onesto» e il nome contiene già un programma: riportare serietà, responsabilità e fiducia nella vita pubblica. Il partito si colloca al centro dello schieramento, rivendica il carattere ebraico e democratico dello Stato, propone istituzioni più solide e una ricomposizione delle fratture interne.

Il risultato elettorale, però, ha complicato i suoi progetti. Yashar ha ottenuto 21 seggi, contro i 27 del Likud. Il blocco formato con Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Liberman e Yair Golan dispone complessivamente di 48 deputati, mentre la coalizione uscente di Netanyahu ne conta 53. A cambiare gli equilibri sono stati i partiti arabi, arrivati al risultato storico di 19 seggi. Con il loro sostegno, Eisenkot ha raccolto 67 indicazioni favorevoli durante le consultazioni presidenziali e bisogna tenere conto che a Netanyahu sono venuti meno i sette mandati di Yahadut HaTorah che non ha espresso nessun candidato.

Qui comincia la parte più difficile. Eisenkot ha escluso l’ingresso dei partiti arabi nel governo e respinge un accordo con Netanyahu. Potrebbe cercare un’intesa con gli ultraortodossi, ma la sua proposta di superare le esenzioni generalizzate dal servizio militare costituisce un ostacolo enorme. Resta l’ipotesi di un esecutivo di minoranza sostenuto dall’esterno dai parlamentari arabi. Sarebbe una soluzione costituzionalmente possibile, politicamente fragile.

Sul piano programmatico, Eisenkot promette fermezza verso Iran, Hezbollah e Hamas, del quale vuole eliminare la capacità militare e il controllo su Gaza. Si oppone, nelle condizioni attuali, alla nascita di uno Stato palestinese, ma anche all’annessione della Cisgiordania e alle violenze dei coloni. Sul fronte interno propone una commissione indipendente d’inchiesta sul 7 ottobre, una riforma degli obblighi di leva, il rafforzamento dell’indipendenza della magistratura e misure contro il carovita.

Quale Israele nascerebbe da un suo governo? Probabilmente un Paese più attento alla tenuta delle istituzioni e ai rapporti con gli alleati occidentali, con una politica di sicurezza sostanzialmente rigorosa. La sua esperienza militare costituisce una garanzia di competenza, anche se governare richiede capacità diverse da quelle necessarie per comandare un esercito. Inoltre, l’assenza di una prospettiva politica definita per i palestinesi rimane un limite importante della sua proposta. Eisenkot possiede autorevolezza, disciplina e una reputazione personale relativamente lontana dagli scandali che hanno avvelenato la politica israeliana. Deve ancora dimostrare di possedere il talento del negoziatore e la capacità di tenere insieme interessi profondamente contrastanti.

Il suo possibile successo rappresenterebbe una svolta significativa dopo gli anni di Netanyahu. La vera misura della svolta, tuttavia, sarà la capacità di trasformare una promessa di riparazione nazionale in un governo stabile, capace di affrontare insieme sicurezza, democrazia e convivenza civile. È una sfida immensa. E per Eisenkot, abituato a comandare, la prova più difficile potrebbe essere proprio imparare a mediare.


info@setteottobre.com

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