Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Micol Flammini dal titolo: "Così il futuro governo di Israele dovrà adattarsi alla nuova America"

Il presidente israeliano, Isaac Herzog, dirà domani a chi intende conferire il mandato per formare il governo. I numeri che escono dalle consultazioni sembrano chiari e indicano che ad avere la maggioranza sarebbe il partito Yashar! dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che ha ottenuto il sostegno di tutti i partiti d’opposizione, arabi inclusi, e anche di parte degli ultraortodossi. Herzog ha però ripetuto più volte che le cose appaiono chiare “a prima vista”, indicando che forse bisognerà essere più creativi, tenere conto che attorno tutto sta cambiando, a cominciare dall’alleato più importante di cui Israele dispone, l’alleato irrinunciabile, l’alleato americano. Le elezioni in Israele e negli Stati Uniti si sono tenute a una settimana di distanza, sono legate, connesse, indissolubili.
I due voti segnano due inizi, forse anche una disgiunzione che pare difficile da immaginare. Dopo le elezioni di metà mandato, la sconfitta dei repubblicani al Congresso, le minacce del vicepresidente J. D. Vance sulla necessità di rivedere il rapporto degli Stati Uniti con Israele e anche dopo la vittoria di candidati democratici ferocemente contrari all’alleanza con lo stato ebraico, Gerusalemme ammette che è arrivato il momento di iniziare a lavorare su percorsi paralleli.
La campagna elettorale in Israele è stata un connubio di accuse violente, pochi programmi e tutto concentrato sulla figura dell’ancora primo ministro, Benjamin Netanyahu, da ripudiare, nascondere, abbattere, secondo il blocco del cambiamento guidato da Eisenkot, o da conservare e custodire secondo la maggioranza che oggi, a conti fatti, è minoranza: tutti hanno perso seggi. Netanyahu ha insistito spesso sulla finestra di due anni necessaria per portare avanti le operazioni più importanti in medio oriente. I due anni portano alla fine dell’Amministrazione Trump, fanno scivolare i due paesi verso un allontanamento che era stato previsto, tanto che il primo ministro in una delle ultime apparizioni prima del voto in Israele aveva detto che tutto è ormai stato avviato, Israele è pronto per fare a meno degli Stati Uniti. Dopo la conferma di Donald Trump sul possibile taglio degli aiuti a Israele, arrivata in seguito alla posizione espressa da Vance, l’ufficio di Netanyahu ha commentato: “Gli aiuti militari statunitensi a Israele si sono sempre basati su un accordo bipartisan. Israele li ha utilizzati sia per difendersi sia per contrastare i nemici che minacciano l’America e l’occidente. Oggi Israele ha un’economia forte e stabile. Il passaggio dagli aiuti alla partnership, operato dal primo ministro Netanyahu e dal presidente Trump, dimostra la solidità e la complessità del nostro rapporto, nonché la sua capacità di adattarsi e di rimanere saldo nel tempo”.
E’ una separazione necessaria, molto dolorosa, ma la nuova composizione del governo israeliano dovrà tenerne conto, anche per la velocità con cui dovrà formarsi e per lo sforzo che dovrà fare nell’evitare elezioni a breve. Donald Trump ha detto che la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran si farà, tutto è pronto, nelle fasi finali. Gli americani hanno spostato di nuovo portaerei e caccia in medio oriente, il dubbio che rimane è sul coinvolgimento diretto di Israele e soprattutto sugli obiettivi della rinnovata campagna militare. Trump continua a parlare nel solito modo vago, ma le attese israeliane sono per un’azione che sia definitiva contro il programma nucleare della Repubblica islamica. Gli iraniani sentono che la guerra si avvicina, non sono disposti a negoziare secondo le richieste americane, hanno scommesso di nuovo sul caos trumpiano, soprattutto dopo il risultato delle elezioni di metà mandato. In Israele, che non si tira indietro nel caso in cui Washington gli chieda di intervenire, la prossima guerra è anche vissuta come uno degli ultimi momenti di totale e sicuro allineamento con Washington. Poi inizia una nuova fase.
Israele ha visto il trattamento che gli Stati Uniti hanno riservato all’Ucraina, ha visto che proprio come Trump ha accusato Kyiv dell’aumento dei prezzi del carburante e dell’inflazione, altri le stesse accuse le hanno rivolte a Gerusalemme. Il trattamento-Ucraina è stato brutto da osservare, Israele vuole evitare di riceverlo e secondo fonti diplomatiche consultate dal Foglio anche il rapporto con Kyiv potrebbe diventare molto più aperto da parte di un futuro governo israeliano. Questa settimana, dopo l’attacco russo contro una scuola usata come rifugio nella regione ucraina di Zaporizhzhia, il ministero degli Esteri di Gerusalemme ha commentato: “Siamo profondamente addolorati dalla notizia orribile proveniente da Komyshuvakha, in Ucraina, dove 40 persone sono state uccise in un attacco russo (le vittime sono poi aumentate, ndr). Tra i siti civili colpiti c’era una scuola che fungeva da centro di distribuzione di aiuti umanitari. Molte persone risultano ancora disperse. Condanniamo questo attacco”.
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