7/10. La lunga attesa di Tamar per tornare a casa Commento di Mélanie Lucide
Testata: Setteottobre Data: 07 novembre 2026 Pagina: 1 Autore: Mélanie Lucide Titolo: «7/10. La lunga attesa di Tamar per tornare a casa»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Mélanie Lacide dal titolo: "7/10. La lunga attesa di Tamar per tornare a casa"
Tamar – nome di fantasia – è volontaria dei Democratici, il partito guidato da Yair Golan, davanti a una scuola nel quartiere di Bavli, a Tel Aviv. Mentre i residenti si recano alle urne, distribuisce volantini e adesivi con un sorriso radioso, ma dietro quel sorriso la sua ansia è evidente: l’esito delle elezioni e la possibilità di formare una coalizione di governo avranno conseguenze personali dirette per lei e la sua famiglia.
Tamar è originaria del kibbutz Or HaNer, cinque chilometri a nord di Sderot e a circa quattro chilometri dal confine con la Striscia di Gaza. Il suo racconto del 7 ottobre è quello di una donna sopravvissuta per miracolo.
In questa zona i residenti sono abituati agli allarmi antiaerei. Svegliata alle 6:29 dai razzi e dalle sirene d’allarme, Tamar si è barricata con il suo compagno nel mamad (la stanza protetta) fino alle 14. Suo figlio di sette anni, che aveva trascorso la notte di Simchat Torah dalla nonna, si trovava a soli 200 metri di distanza: Tamar voleva disperatamente raggiungerlo, ma aveva troppa paura di percorrere quei duecento metri che li separavano.
Ripercorrendo le ore di quello Shabbat nero, Tamar insiste sul sentimento di abbandono che ha provato. Ripete più volte che suo figlio, che sapeva persino riconoscere la provenienza dei razzi dal loro rumore, chiedeva continuamente alla nonna: «Perché non reagiamo?». A differenza di Sderot, a Or HaNer non si sono registrate vittime. Alcuni membri della squadra di sicurezza del kibbutz sono riusciti anche a intervenire in aiuto della squadra di sicurezza del kibbutz Erez.
Ancora incredula, a distanza di tre anni, Tamar racconta che alcuni documenti ritrovati a Gaza attesterebbero l’esistenza di piani per infiltrarsi a Or HaNer. Il miliziano della Nukhba, l’unità d’élite di Hamas, incaricato di guidare l’attacco al kibbutz, tuttavia, quella mattina non si sarebbe svegliato in tempo per coordinare l’operazione. Sarebbe questo il motivo per cui gli abitanti sarebbero stati risparmiati.
Senza neppure aspettare l’ordine di evacuazione, alle 18 ha deciso di fuggire verso nord con il figlio e il cane, trovando rifugio a casa di alcuni amici. Costretta a lasciare improvvisamente la propria casa e le proprie abitudini, è riuscita a trovare un appartamento a Tel Aviv dopo appena una settimana. È tornata al kibbutz due settimane più tardi per recuperare il gatto, che era scappato durante gli allarmi, ma ha deciso che tornerà a vivere stabilmente nel kibbutz soltanto quando sarà raggiunto un accordo duraturo. Da allora vive a Tel Aviv.
La vita di Tamar è stata sconvolta. Poiché il suo kibbutz non è stato infiltrato, non beneficia dello stesso status riconosciuto agli abitanti di altre comunità sfollate. Il trauma è ancora evidente, così come il desiderio di riprendere la vita nel kibbutz. Eppure Tamar continua a sperare nella pace. A differenza di molti abitanti dei kibbutz della fascia di Gaza, ritiene ancora che il disimpegno dalla Striscia nel 2005 fosse giusto, se non altro perché ha permesso di stabilire un confine chiaro.
Si accalora quando parla della risposta israeliana al 7 ottobre: «Avremmo dovuto dichiararci sconfitti subito dopo il 7 ottobre e affermare in tutte le lingue che eravamo pronti ad arrenderci e a rilasciare i prigionieri palestinesi in cambio degli ostaggi. Hamas avrebbe rifiutato, ovviamente, ma a quel punto avremmo avuto tutte le ragioni per dichiarare guerra».
Tamar ripone le sue speranze nella possibilità che i Democratici possano contribuire a trovare una soluzione al conflitto. Non sa indicare con quale interlocutore, ma insiste sulla necessità che Israele continui a cercare una soluzione insieme a chiunque sia animato da buona volontà. Mentre il Paese aspetta di sapere chi lo governerà, una famiglia sfollata a Tel Aviv aspetta di capire se potrà finalmente tornare a casa.