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Il Foglio Rassegna Stampa
06.11.2026 “Temo una Weimar per l’America”
Intervista di Giulio Meotti a Rod Dreher

Testata: Il Foglio
Data: 06 novembre 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «“Temo una Weimar per l’America”»

Riprendiamo dal FOGLIO l'intervista di Giulio Meotti a Rod Dreher dal titolo: "“Temo una Weimar per l’America”"

 

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

Parla Rod Dreher: “Il vicepresidente Vance usa gli ebrei come capro espiatorio, se ne pentirà. Il suo amico Tucker Carlson è l’antisemita più efficace del paese. Mi ricorda i tedeschi negli anni Venti”

Roma. Il vicepresidente americano J. D. Vance ha dichiarato che il “rapporto degli Stati Uniti con Israele” è tra i responsabili della sconfitta dei repubblicani alle elezioni di metà mandato. Un grande finanziatore del partito come Clifford Asness ha accusato il vicepresidente di “dare la colpa agli ebrei”. Durissimo l’ex ambasciatore israeliano a Washington, lo storico Michael Oren: “Così giunge al termine un’epoca di mezzo secolo nei rapporti tra Stati Uniti e Israele come li abbiamo conosciuti. Ciò che ci attende in futuro è avvolto completamente nella nebbia”.

“Nel suo lungo tweet post elettorale, Vance ha citato dati sugli elettori di Trump che hanno scelto di non votare alle elezioni del 2026” ci spiega Rod Dreher, scrittore e saggista americano di successo, a lungo amico del vicepresidente. “Ha sostenuto che una delle ragioni fosse la loro rabbia per lo stretto rapporto dell’America con Israele. Non c’è dubbio che esista molta ostilità verso Israele tra gli elettori americani, ma questa è concentrata a sinistra e tra i giovani maschi di destra. Tuttavia, nessun altro sondaggio, non uno solo, ha mostrato che la questione di Israele fosse significativa per gli elettori nel complesso in questa catastrofica sconfitta repubblicana. Si trattava invece della guerra all’Iran, del costo della vita e della spettacolare corruzione di Trump, che fa sembrare Berlusconi un monaco. Vance passa troppo tempo online, probabilmente troppo per il suo stesso bene. Sembra confondere le priorità della destra online con quelle degli elettori repubblicani”.

In realtà, i sondaggi di questa settimana hanno mostrato che la maggior parte degli elettori repubblicani resta fortemente a favore di Israele, spiega Rod Dreher.

“Vance potrebbe non gradirlo, ma se si candiderà alla presidenza nel 2028, la sua ostilità verso Israele potrebbe renderlo un eroe per i podcaster, ma non lo aiuterà con gli elettori delle primarie repubblicane. Allo stesso modo, la sua stretta amicizia con Tucker Carlson, che si è trasformato nell’antisemita più efficace d’America, sarà una enorme responsabilità. Vance rifiuta di prendere le distanze da Carlson quando i media glielo chiedono. Ed è vero che il fatto che un uomo sia amico di un altro non significa che condivida le sue posizioni politiche. Tuttavia, le cose che dice Carlson sono così radicali – e non solo sugli ebrei – che Vance verrà interrogato sul ‘problema Tucker’ più e più volte in una campagna presidenziale. Credo che Vance pensi che questo non sarà un problema serio per lui, ma si sbaglia”.

Al funerale di Charlie Kirk, Carlson ha attaccato i “mangiatori di hummus” (riferimento poco velato agli ebrei). Un mese fa, Vance ha ribadito di essere amico di Carlson (“so, yeah, Tucker is a friend of mine”). Non solo Carlson fu decisivo nella sua ascesa politica nel 2022, ma quando Vance arrivò alla Casa Bianca da vicepresidente si portò anche il figlio, Buckley Carlson, dentro lo staff della comunicazione alla Casa Bianca. Non c’è dubbio che lo stretto rapporto dell’America con Israele cambierà. “Perché nel complesso l’amore che gli americani hanno a lungo avuto per lo stato ebraico sta svanendo” ci dice Dreher. “Ma sarà un processo lento, almeno a destra, e Vance è dalla parte sbagliata della questione per un candidato che vuole guidare il partito. Personalmente, non credo che Vance sia un antisemita, ma non ne sono sicuro. Gli ebrei, come al solito, vengono usati come capro espiatorio. Netanyahu ha lavorato per convincere Trump a entrare in guerra con l’Iran? Sì, ovviamente. Ma chi ha preso quella decisione? Trump, il comandante in capo. Ancora più influenti di Netanyahu sono stati il senatore Lindsey Graham, un cristiano neocon, e Marc Thiessen, un falco che è stato consigliere sull’Iraq nell’Amministrazione Bush. Quindi Vance vuole dare la colpa agli ebrei? Assurdo e sinistro”.

L’abbiamo già visto. “Nel 1919, per nascondere la propria colpa per la sconfitta in guerra, i generali tedeschi inventarono la cosiddetta ‘Dolchstoßlegende’, il mito secondo cui la Germania aveva perso solo perché gli ebrei e i socialisti in patria avevano pugnalato alle spalle l’esercito. Temo che vedremo una versione 2026 di questo mito emergere tra alcuni sostenitori di Trump, riguardo all’Iran”.

Dreher in primavera pubblicherà un nuovo libro, “Weimar America”. “Ci sarà una guerra civile tra i repubblicani” ci spiega. “L’entità della sconfitta è stata così massiccia, e la colpa della sconfitta è così difficile da negare, che non credo che i repubblicani si combatteranno sulla causa della catastrofe. La lotta sarà su chi succederà a Trump come leader del partito. Vance, e forse Marco Rubio, faranno le loro mosse, ma è difficile immaginare che chiunque abbia fatto parte del governo Trump riesca a superare questa responsabilità agli occhi degli elettori. Questo dà una grande opportunità a un candidato come Ron DeSantis, il governatore uscente della Florida. DeSantis ha la reputazione di essere un governatore conservatore di successo e competente. Ma gli manca carisma ed è stato facilmente battuto da Trump nelle prime primarie presidenziali del 2024. Ma ora che abbiamo visto dove ha portato il carisma esotico di Trump al paese e al partito, forse gli elettori saranno pronti per qualcuno che non è appariscente, ma che è innegabilmente bravo a governare. E DeSantis ha la grande fortuna di non essere contaminato dalla guerra o da nessuno dei fallimenti di Trump”.

Il problema sarà il culto della personalità di Trump. “Avrebbe dovuto essere distrutto dalle elezioni di questa settimana, ma ci sarà sempre un nucleo duro di credenti che rifiutano di vedere la realtà. Non sappiamo ancora quanti siano, ma senza dubbio Trump passerà i prossimi due anni a creare problemi e a cercare di tenere questi credenti a sé. Questo sarà un problema per ogni candidato che cerchi di succedere a Trump. I democratici potrebbero mettere sotto impeachment e condannare Trump se volessero, ma è nel loro interesse, in senso machiavellico, tenere Trump alla Casa Bianca, fargli aprire la sua grande bocca. E’ l’arma segreta dei democratici per riconquistare la Casa Bianca nel 2028. Mi aspetto che il comportamento di Trump da qui al 2028 costringerà qualsiasi repubblicano che voglia diventare presidente a condannarlo. Ma questo renderà più difficile per quel candidato nelle primarie repubblicane, perché ci sarà senza dubbio un certo numero di zeloti che rifiuteranno di credere che Trump abbia fallito”. Veniamo a “Weimar America”. “I paralleli psicosociali nell’America di oggi sono sorprendentemente simili a quelli della Germania degli anni Venti. L’atomizzazione sociale è profonda; sempre meno persone si fidano delle istituzioni; grazie all’IA e al mondo digitale, nessuno può essere sicuro di cosa sia vero o falso, prendono decisioni basandosi sulle emozioni e sull’istinto. E gli americani tra i venti e i trenta anni vivono in precarietà economica. Nonostante la grande ricchezza del nostro paese, la sensazione che abbiamo della vita qui è che tutto sia fragile e caotico, e che il tessuto sociale sia stato lacerato. Questo è molto simile a come erano le cose nella Germania di Weimar. Nel 1946, un filosofo cattolico svizzero, Max Picard, scrisse un libro che diagnosticava perché la Germania fosse caduta nel nazismo. La causa principale, diceva, era che il popolo tedesco viveva in una condizione psicosociale di caos e imprevedibilità, e che avevano perso il ‘logos’. Intendeva, in parte, il Logos – Gesù Cristo, il Verbo fatto carne – ma più filosoficamente che i tedeschi avevano perso la fede che il mondo materiale fosse sostenuto da un ordine metafisico razionale. Questa è l’America. Nonostante tutto, in Germania la democrazia e l’ordine tennero fino al 1928; nelle elezioni di quell’anno, il partito nazista ottenne il 2,6 per cento dei voti. E poi, alla fine del 1929, arrivò la Grande depressione. I partiti di centro crollarono; i tedeschi corsero tra le braccia dei nazisti e dei comunisti. Il gruppo che corse per primo e più velocemente verso Hitler fu quello degli uomini istruiti della classe media tra i venti e i trenta anni, uomini che erano stati formati nel caos di Weimar e che avevano perso la speranza nel futuro. Sappiamo cosa accadde dopo. Non predico che un nuovo Hitler, o un nuovo Stalin, stia arrivando in America, anche se suppongo sia possibile. Se avremo un grave crollo economico, uno che produciamo noi stessi (per esempio, Dario Amodei di Anthropic ha previsto all’inizio di quest’anno che l’AI distruggerà metà dei lavori professionali da colletti bianchi entro cinque anni), allora la Germania degli anni Venti ci dà un modello storico di ciò che potrebbe accadere. Sospetto che, se accadesse il peggio, il nuovo Cesare sarà meno simile a Hitler e Stalin e più simile a qualche tecnocrate carismatico che abbia padroneggiato l’AI e i meccanismi del controllo digitale. Il mio libro è un avvertimento a un’America democratica decadente su ciò che potrebbe facilmente accadere qui. Se comprendiamo la storia, allora possiamo agire per evitare il passato. Ho scritto questo libro sul mio paese, ma le lezioni sono applicabili anche all’Europa, mi rattrista dirlo”. Resta da vedere se la nebbia di cui parla Michael Oren nasconda il ritorno di vecchie terribili ombre.

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