Ashley (figlia di Jesse Jackson) si converte all’ebraismo Cronaca di Rosa Davanzo
Testata: Setteottobre Data: 04 novembre 2026 Pagina: 1 Autore: Rosa Davanzo Titolo: «Ashley (figlia di Jesse Jackson) si converte all’ebraismo»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Rosa Davanzo dal titolo: "Ashley (figlia di Jesse Jackson) si converte all’ebraismo"
Il suo nome ebraico è Miriam Yiskah. La conversione, completata il 12 giugno scorso, arriva in un momento di crescente tensione tra le comunità afroamericana ed ebraica degli Stati Uniti, ulteriormente accentuata dalle divisioni seguite al massacro del 7 ottobre e alla guerra di Gaza. Ashley ritiene che la propria esperienza possa contribuire a ricostruire un rapporto che per decenni aveva rappresentato una componente fondamentale del movimento americano per i diritti civili.
Uno dei ricordi più significativi riguarda una visita del padre alla sua sinagoga, due anni prima della morte, avvenuta il 17 febbraio scorso. Jesse Jackson, pastore battista, aveva partecipato a una funzione sedendosi in prima fila, tenendo la figlia per mano e seguendo le preghiere in una lingua che ignorava. Aveva persino ballato durante la celebrazione e mangiato le caramelle distribuite in occasione di un bar mitzvah. Per Ashley, quella presenza aveva rappresentato il riconoscimento di un percorso religioso profondamente diverso da quello paterno.
Il rapporto di Jesse Jackson con il mondo ebraico era stato segnato da controversie che avevano accompagnato anche la sua carriera politica. Nel 1984, durante la prima candidatura alle primarie democratiche, aveva utilizzato il termine offensivo «Hymies» per indicare gli ebrei e chiamato New York «Hymietown». Le dichiarazioni provocarono una grave crisi, seguita dalle sue scuse pubbliche.
Jackson aveva inoltre sostenuto la causa palestinese, incontrato Yasser Arafat e definito «terrorista» il primo ministro israeliano Menachem Begin durante una visita in Medio Oriente nel 1979. Nel 2024 aveva chiesto un cessate il fuoco tra Israele e Hamas. La sua eredità rimane legata soprattutto alle campagne contro la segregazione razziale e alle candidature presidenziali del 1984 e del 1988, quando riuscì a mobilitare milioni di elettori.
La storia dei rapporti tra afroamericani ed ebrei statunitensi è tuttavia assai più lunga delle controversie degli ultimi decenni. Durante le battaglie contro la segregazione, numerosi attivisti ebrei parteciparono alle mobilitazioni nel Sud degli Stati Uniti. Nel 1964 Michael Schwerner e Andrew Goodman furono assassinati in Mississippi insieme all’attivista afroamericano James Chaney mentre lavoravano per la registrazione degli elettori neri.
Quell’alleanza, consolidata negli anni di Martin Luther King, ha attraversato successive crisi politiche e culturali. Ashley Jackson osserva che oggi, in alcuni ambienti, denunciare l’antisemitismo viene interpretato come un modo per distogliere l’attenzione dal razzismo contro i neri, mentre altrove il riconoscimento delle discriminazioni subite dagli afroamericani incontra diffidenze analoghe.
La sua esperienza personale attraversa entrambe le identità. Ashley descrive l’essere contemporaneamente nera ed ebrea come una doppia eredità, segnata dalla sofferenza e dalla meraviglia. Nella pratica religiosa ha trovato particolare significato nello studio dei testi e nel principio del tikkun olam, la responsabilità di contribuire a migliorare il mondo.
Per la figlia di Jesse Jackson, questa appartenenza rappresenta anche un impegno pubblico. Attraverso la propria attività culturale e associativa intende favorire un nuovo dialogo tra due comunità che condividono una lunga storia di discriminazioni e solidarietà. La memoria delle battaglie comuni potrebbe offrire un punto di partenza, mentre la sua vicenda familiare dimostra quanto il riconoscimento reciproco possa cominciare anche da un gesto semplice, come quello di un padre che accompagna la figlia in sinagoga.