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Un pro-pal marocchino dietro le manifestazioni 26/10/2026 (Video di Ciro Principe)


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israele.net Rassegna Stampa
04.11.2026 Il mio antisionismo non è sopravvissuto a un missile Houthi dallo Yemen. Ho passato due anni a protestare contro Israele senza mai parlare con un israeliano. Poi ci sono andata
Articolo del Times of Israel

Testata: israele.net
Data: 04 novembre 2026
Pagina: 1
Autore: Times of Israel
Titolo: «Il mio antisionismo non è sopravvissuto a un missile Houthi dallo Yemen. Ho passato due anni a protestare contro Israele senza mai parlare con un israeliano. Poi ci sono andata»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Jns e di un articolo del Times of Israel dal titolo: "Il mio antisionismo non è sopravvissuto a un missile Houthi dallo Yemen. Ho passato due anni a protestare contro Israele senza mai parlare con un israeliano. Poi ci sono andata. Ho ascoltato arabi ed ebrei scegliere le proprie parole: io, le mie, le avevo soltanto prese in prestito da altri"

 

Scrive Taryn Thomas: “A terra! Subito!”. Mi sono buttata giù: faccia a terra sulle pietre, vicino a un mercato di Ramle [nel centro di Israele], le mani intrecciate dietro la nuca.

Taryn Thomas

Da qualche parte sopra di me, un dispositivo tecnologico stava cercando di intercettare un missile in arrivo dallo Yemen.

Per due anni avevo invocato il disinvestimento proprio da quel sistema che ora, invece, pregavo funzionasse.

Scolari israeliani durante un allarme missili nel centro di Israele

Il missile non aveva letto i miei post.

Tredici giorni. Così poco c’è voluto perché, dopo il 7 ottobre, a Stanford venisse allestita la tenda del “Sit-in per fermare il genocidio”.

Centinaia di famiglie non sapevano ancora se i loro cari fossero vivi. Israele non aveva ancora avviato l’invasione di terra. Eppure, in qualche modo, gli studenti di Stanford erano improvvisamente diventati esperti di genocidio.

E io ero una di loro.

Prima della Columbia, prima della UCLA, c’eravamo noi: e siamo durati più a lungo di tutti gli altri campus che ci hanno imitato.

Avevo 16 anni la prima volta che ho visto delle bandiere palestinesi, durante una manifestazione di Black Lives Matter nel 2020. Chiesi a un’organizzatrice perché ce ne fossero così tante.

“Perché sentono il nostro dolore – rispose – I palestinesi lottano per la liberazione dei neri da prima che tu venissi al mondo”.

Ho annuito, grata che qualcuno, dall’altra parte del mondo, se ne preoccupasse.

Il mio algoritmo non mi ha radicalizzato. Si è limitato a ricordare al posto mio.

Una settimana prima del 7 ottobre, il mio feed era un susseguirsi di meme, basket universitario e tutorial di trucco. Una settimana dopo, era tutto bandiere, kefiah e – nascosto tra le infografiche – il volto di George Floyd dipinto sul muro di separazione in Cisgiordania.

5 giugno 2024: la scritta “Morte a Israele/inferno” all’ingresso dell’ufficio del presidente alla Stanford University, Palo Alto, California

Lo stesso stivale che aveva schiacciato il suo collo stava schiacciando il loro. Era arrivato il momento di pagare il debito.

“Nessuno sarà libero finché la Palestina non sarà libera!” gridavano, e io ripetevo a pappagallo parole che non avevo mai scelto.

Contava una sola domanda: sei contro il genocidio, sì o no?

Nulla ti arruola più rapidamente della promessa di stare dalla parte giusta della storia.

Ho solo guardato e copiato. Ho smesso di essere follower di quelli che loro smettevano di seguire.

Ho imparato a dire: “Certo, il 7 ottobre è stato orribile, ma…”. Non mi fermavo mai solo a “orribile”.

Quell’autunno 2023 ho indossato la mia nuova kefiah a una veglia a lume di candela per Gaza. Eravamo in centinaia, in piedi nell’oscurità, a leggere nomi ad alta voce.

Mentre ci andavo, ero passata davanti a un muro tappezzato di volantini con le foto degli ostaggi.

Sopra i loro volti era stata scarabocchiata la scritta: «Niente giustizia, niente pace». Le stesse parole che avevo gridato a sedici anni.

Manifestavo per uno Stato palestinese, non contro uno Stato israeliano. Ma l’unica volta in cui accennai ai due Stati, i miei nuovi amici dell’accampamento si scambiarono uno sguardo.

Uno di loro mi corresse, con delicatezza, come si corregge qualcuno che si sta rendendo ridicolo: credere che Israele debba esistere faceva di me una sionista.

Un insulto.

Ho detto: “Hai ragione” prima ancora di rendermene conto. Il giorno dopo, ero una antisionista. Come se lo fossi sempre stata.

La mattina dopo alcuni studenti fecero irruzione nell’ufficio del rettore di Stanford, riempiendo di graffiti le pareti. Un addetto alla manutenzione era già fuori con un’idropulitrice.

Chiaramente era al lavoro da ore.

Mi sono fermata a leggere ciò che non aveva ancora rimosso:
“Death to Israhell” [morte a Israele/inferno]
“Death to AmeriKKKa” [morte all’America Ku Klux Klan]
“Pigs taste best dead” [i maiali hanno un sapore migliore da morti].

Ho inutilmente cercato Gaza, in quelle parole. Poi ho continuato a camminare.

Mesi dopo, qualcuno mi ha mandato un’email collettiva. Un invito: studenti non ebrei, venite a visitare una mostra a Los Angeles sul massacro al Nova Music Festival.

Il mio dito ha indugiato sul tasto “elimina”. Poi ho deciso di andarci. Qualcuno doveva controllarla.

Ma la mostra era fatta di cose concrete: auto bruciate, file di scarpe abbandonate, toilette chimiche portatili di un bel giallo brillante crivellate di fori di proiettile, lì dove le persone avevano cercato di nascondersi.

Nel corso di quell’anno avevo visto migliaia di immagini da Gaza, ma non avevo mai visto un singolo oggetto di quella mattina del 7 ottobre.

Ho trovato un video a ciclo continuo su un iPhone. Sullo schermo, c’era un ragazzo che filmava se stesso mentre si nascondeva.

Aveva vent’anni, la mia età, e il suo volto sembrava quello di qualcuno che avrei potuto conoscere. Sussurrava all’obiettivo, cercando un contatto con chiunque si trovasse dall’altra parte dello schermo.

Hanno ritrovato il video, ma non lui. E io sono arrivata al suo funerale con un anno di ritardo.

Non riuscivo a smettere di pensare a chi altro avesse vent’anni, quella mattina, in quella stessa folla. Qualcuno che era lì solo per la musica.

Poi mi sono imbattuta in una registrazione che ancora oggi non riesco a dimenticare.

Un giovane chiamava casa dal telefono di una donna morta. L’aveva appena uccisa.

“Papà, ho ucciso dieci ebrei con le mie stesse mani! Controlla su WhatsApp!”.

Ho aspettato che suo padre si mettesse a urlare. Non l’ha fatto. “Che Dio ti benedica”, gli ha detto suo padre. Poi sua madre: “Avrei voluti essere lì con te”.

Era questo che chiamavamo resistenza? Erano questi i nostri martiri?

Non ha detto che stava liberando la Palestina. Non ha parlato di occupazione. Ha detto “ebrei”. Non soldati, non coloni, non sionisti. Solo ebrei.

Mi trattenni più a lungo di quanto avessi previsto. Ogni volta che provavo a riprendere il cammino, mi fermavo davanti a un altro nome.

Conoscevo a menadito i peccati dello Stato, ma ignoravo del tutto le sue persone.

Così, sono andato a incontrarle [in Israele].

Una famiglia drusa sulle Alture del Golan ha invitato il nostro gruppo a pranzo. I loro figli giocavano accanto ai resti di un missile adagiati sull’erba.

Solo un altro oggetto, tra i tanti, precipitato lì e rimasto dov’era caduto.

Poco lontano, a Majdal Shams, l’estate precedente alcuni ragazzini stavano giocando a calcio quando un razzo proveniente dal Libano è piombato sul campo.

Dodici di loro sono morti. Il più piccolo aveva dieci anni.

Più tardi, quella stessa settimana, durante una cena di Shabbat, c’era una sedia vuota a tavola, e io fissavo il bicchiere di vino che nessuno avrebbe bevuto.

“Per gli ostaggi?”, ho chiesto.

“Sì – ha risposto il mio amico – È da tremila anni che ci sono sedie vuote”.

Io ne ero consapevole solo da due.

Quella paura era antica. Ed è diventata anche mia.

A Ramle, il cielo si è squarciato e tutto quello che riuscivo a pensare era: lo colpirà, lo colpirà, lo colpirà?

Ho girato un poco la testa e l’ho vista: una sottile scia bianca che saliva per incontrarne un’altra.

Persino buttata a terra, una parte del mio cervello cercava di ripetere la vecchia frase: “Certo, è una cosa orribile, ma…”

Non sono riuscita a finirla. Non c’era alcun “ma” per un missile che mi puntava dritta alla testa.

A Ramle ci sono moschee e sinagoghe a poche strade di distanza l’una dall’altra. Chiunque abbia sparato, puntava a entrambe.

Poi, l’intercettazione. Il boato.

Mi sono alzata e ho scosso via la polvere dalle mani. Tutti hanno continuato semplicemente… a camminare.

Il mercato ha riaperto quasi subito. I venditori hanno rialzato le saracinesche. Qualcuno ha comprato del knafeh. Abbiamo mangiato pizza. Il mio cuore batteva ancora forte, e il mercato era già passato oltre.

Il mio primo pensiero, subito dopo, è stato quanto velocemente sarei potuta andarmene.

Guardando le saracinesche che si alzavano, ho capito che quella domanda non era passata per la testa di nessun altro.

Ho pensato a Rami, la nostra guida palestinese a Gerusalemme est.

Qualche giorno prima gli avevo chiesto cosa significasse per lui, concretamente, la libertà.

Non ha esitato. Mi ha risposto che, finché i palestinesi aspetteranno che Israele scompaia, continueranno ad aspettare.

Volevo ancora che la Palestina fosse libera. Questo non era cambiato. Ma Rami aveva scelto le sue parole. Io, le mie, le avevo soltanto prese in prestito da altri.

Sono salita sull’aereo per il volo di ritorno. Sulla pista, un altro allarme missile… ho alzato gli occhi al cielo.

Appena atterrata, ho controllato il telefono.

La mia migliore amica mi aveva bloccata senza dire una parola.

Un’altra mi aveva scritto chiedendomi di rimuovere ogni sua foto dal mio profilo Instagram.

Non ero ancora nemmeno uscita dal terminal. I miei amici avevano già deciso per me.

Così, nel novembre 2025, sono uscita allo scoperto.

Degli sconosciuti hanno scritto online cose su di me che non ripeterò. Le hanno condivise anche le persone con cui avevo manifestato.

Ma nulla mi ha fatto male quanto vedere il nome di mio fratello in fondo ai miei messaggi: l’ultimo, di settimane prima, era rimasto senza risposta. È stato il momento peggiore della mia vita.

Sono sopravvissuta. E lo rifarei.

Perché da qualche parte, una sedicenne sta partecipando a una protesta e chiede a un organizzatore perché ci siano così tante bandiere.

Riceverà la risposta come se fosse ovvia. Annuirà, grata che qualcuno dall’altra parte del mondo si preoccupi.

Il missile non ha mai letto i miei post.

Ma lei potrebbe farlo.

(Da: Times of Israel, 29.10.26)


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