Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Jns dal titolo: "Pur di screditare la democrazia israeliana i media inventano criteri inediti, come un presunto diritto di voto dei “non cittadini”. Sostengono che Israele non sia pienamente democratico perché non permette il voto ai palestinesi di Cisgiordania: trascurando il fatto che quei palestinesi non sono e non vogliono essere cittadini d’Israele (e che è l’Autorità Palestinese che impedisce loro di votare)"
Scrive Aaron Goren: Le elezioni israeliane sono estenuanti, e non solo per loro natura.

Aaron Goren
La copertura mediatica offerta dai principali organi di informazione riguardo alle elezioni nell’unica nazione democratica del Medio Oriente è spesso clamorosamente fallace.
Si prenda, ad esempio, il caso di Richard Engel della NBC, il quale si pone retoricamente questa domanda: “Ma i palestinesi possono votare alle elezioni israeliane?”

Operazioni di voto nella città arabo-israeliana di Tayibe
Richard Engel ha dedicato quasi due minuti e mezzo a una tirata geografica nel tentativo di presentare un diritto legato alla cittadinanza come qualcosa che verrebbe ingiustamente negato a qualcuno che cittadino non è.
Secondo Engel, “i palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza vivono sotto occupazione, non sono cittadini israeliani e non hanno il diritto di votare. Dunque, quali palestinesi possono votare? Solo i palestinesi che sono anche cittadini israeliani”.
Ma da quando il fatto di “vivere sotto occupazione” conferisce un diritto di voto?
Per anni, iracheni e afghani hanno vissuto sotto l’occupazione della Coalizione. Ma ovviamente solo i cittadini iracheni e afghani in possesso della cittadinanza statunitense potevano votare alle elezioni americane.
Allo stesso modo, né ai giapponesi né ai tedeschi è mai stato concesso il diritto di voto nelle elezioni americane, britanniche o russe.
Anche il New York Times è incorso in un errore analogo. Il quotidiano ha scritto che “la posta in gioco nelle elezioni israeliane è alta per i palestinesi in Cisgiordania, ma essi non hanno il diritto di votare”.
Ma allo stesso modo si potrebbe dire, tanto per fare un esempio, che la posta in gioco nelle elezioni ucraine è alta per i cittadini russi. Si potrebbe persino dire che la posta in gioco nelle elezioni americane è alta per tutto il mondo.
Eppure, nessuno ha mai sostenuto che “avere un interesse nell’esito” di una consultazione elettorale equivale ad “avere il diritto legale di votare”. Tranne nel caso di Israele, ovviamente.
Una simile formulazione mira solo a sminuire la democrazia israeliana, trascurando l’aspetto fondamentale: i palestinesi in Cisgiordania e Gaza non sono cittadini israeliani e nella stragrande maggioranza non desiderano affatto esserlo.
Per riconoscere loro il diritto di voto, Israele dovrebbe effettivamente annettere la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
Il che, innanzitutto, precluderebbe la soluzione a due Stati sostenuta a livello internazionale.
Inoltre, se si accetta la tesi che si tratta di una “occupazione” (e non di “territori contesi”), un simile atto violerebbe il diritto internazionale.
È questo che auspicano quelle voci polemiche?
Dall’altra parte ci sono gli arabi israeliani, che i media occidentali hanno scelto sempre più spesso di definire “cittadini palestinesi di Israele”.
L’hanno fatto ad esempio i giornalisti del Washington Post in occasione delle elezioni israeliane, scrivendo che “i risultati di martedì hanno segnato un momento storico per i due milioni di cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono circa un quinto della popolazione”.
Questa scelta terminologia serve per cancellare le distinzioni storiche, culturali e giuridiche tra arabi israeliani e palestinesi.
Sul piano storico-culturale, si tratta di un chiaro esempio di imposizione di concetti occidentali su popolazioni straniere.
Come è già stato sottolineato e documentato in passato, la maggior parte degli arabi israeliani non ama essere definita “palestinese”, preferendo invece appellativi come “arabo”, “arabo-israeliano” o semplicemente “israeliano”.
Come ha scritto Darcie Grunblatt, di CAMERA, definendo “palestinese” l’intera componente araba in Israele, si impone “un’identità nazionale che, come dimostrano costantemente i sondaggi, non è l’identità primaria per la stragrande maggioranza dei cittadini arabi di Israele”.
Sul piano giuridico, gli arabi israeliani votano in quanto discendenti degli arabi che scelsero di rimanere all’interno di Israele e che quindi ne divennero cittadini quando Israele dichiarò l’indipendenza nel 1948.
I palestinesi, per contro, sono i discendenti di coloro che vivevano nei territori che nel 1948/49 finirono sotto occupazione giordana e egiziana, oppure di coloro che sfollarono dal nascente Stato di Israele lasciando campo aperto agli eserciti arabi invasori che puntavano a distruggere il neonato Stato ebraico.
Anche ammettendo che i palestinesi di Cisgiordania si trovino attualmente sotto occupazione israeliana, la Quarta Convenzione di Ginevra stabilisce che essi “non sono cittadini” della potenza occupante.
In realtà, dopo decenni di conflitto, compresi i decenni trascorsi sotto occupazione giordana ed egiziana, ai palestinesi è stata finalmente data l’opportunità di votare alle elezioni grazie alla formazione dell’Autorità Palestinese, creata in virtù degli Accordi di Oslo firmati da Israele e OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
L’Autorità Palestinese può indire elezioni.
Semplicemente sceglie di non farlo, rivelando il regime corrotto e autocratico che sta alla base della governance palestinese.
Solo poche settimane fa, il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) ha rinviato per l’ennesima volta le elezioni palestinesi. Erano previste per novembre (il mese in cui compirà 91 anni) e avrebbero potuto veder emergere un nuovo leader, auspicabilmente capace di guidare il popolo palestinese verso pace e benessere.
Abu Mazen ha invece deciso di agire come un dittatore de facto, che governa per decreto sin da quando il suo mandato presidenziale è ufficialmente scaduto nel lontano 2009.
I media non dovrebbero nascondere la responsabilità dei palestinesi nel non indire le loro elezioni, e cercare al contempo di dipingere Israele come colui che impedirebbe ai palestinesi di esercitare il diritto di voto.
I media non possono continuare a sostenere due tesi contraddittorie: da una parte insistere sul fatto che i palestinesi di Cisgiordania e Gaza debbano poter esercitare il voto in una loro entità di autogoverno, e allo stesso tempo descrivere palestinesi e arabi israeliani come un’unica popolazione indifferenziata la cui volontà politica dovrebbe esprimersi nelle urne israeliane.
I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza non sono cittadini israeliani: la loro esclusione dalle elezioni in Israele non è una negazione della democrazia, ma una semplice questione di cittadinanza.
Il vero fallimento democratico sta nel fatto che i loro stessi leader continuano a negare loro la possibilità di votare in elezioni proprie.
(Da: jns.org, israele.net, 1.11.26)