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Un pro-pal marocchino dietro le manifestazioni 26/10/2026 (Video di Ciro Principe)


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Informazione Corretta Rassegna Stampa
03.11.2026 Italia senza memoria. Tre anni di odio dimenticati. E una domanda: perché?
Commento di Deborah Fait

Testata: Informazione Corretta
Data: 03 novembre 2026
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: «Italia senza memoria. Tre anni di odio dimenticati. E una domanda: perché?»

Italia senza memoria. Tre anni di odio dimenticati. E una domanda: perché?

Commento di Deborah Fait

 Deborah Fait
Deborah Fait

 

L'Italia è un Paese dalla memoria corta. Cortissima, quando ricordare diventa scomodo. E quando di mezzo ci sono Israele e gli ebrei, la smemoratezza diventa un obbligo.

Oggi si parla delle violenze delle ultime settimane, si condannano gli eccessi. Il 17 ottobre di quest'anno rimane una data dello scellerato attacco alle città ridotte a ferro e fuoco. Si discute dell'ordine pubblico e si esprimono grandi preoccupazioni per il clima di violenza assoluta che attraversa le città europee. 

Preoccuparsi è doveroso. Ma dov'erano queste preoccupazioni nei tre anni trascorsi dal 7 ottobre 2023? Dov'era la stessa indignazione davanti alle manifestazioni che, settimana dopo settimana, hanno trasformato le piazze italiane in luoghi di violenza, di ostilità e odio contro Israele, con slogan che superavano ampiamente il confine della critica politica. Chiedevano la scomparsa di Israele dal fiume al mare, urlavano -morte ai sionisti- quando il termine sionisti sta, nel nuovo linguaggio antisemita, per ebrei.

Per mesi e mesi abbiamo assistito a cortei, slogan, minacce, bandiere del terrorismo, invocazioni alla distruzione di Israele e giustificazioni, più o meno esplicite, del massacro del 7 ottobre. Abbiamo visto studenti ebrei costretti a nascondere la propria identità, persone aggredite o insultate perché ebree, sinagoghe violate e istituzioni ebraiche costrette a vivere sotto protezione. Abbiamo ascoltato slogan che, se pronunciati contro qualsiasi altro popolo, avrebbero provocato ondate di indignazione. Lo so, scrivo questo quasi ogni settimana dal 7 Ottobre e continuerò a scriverlo e a gridarlo per quegli scellerati senza anima che ancora dubitano e sghignazzano sulle vittime della macelleria del 7 Ottobre per mano palestinese. Non solo di Hamas, sia chiaro. Tutti i palestinesi erano coinvolti e godevano fino a urlare di felicità nel vedere i corpi mutilati o carbonizzati degli ebrei. Nessun palestinese gridava "Palestina libera", di cui non gliene frega niente, ma tutti urlavano "Morte agli ebrei".   

Le manifestazioni nelle piazze europee erano presentate come proteste per Gaza e allora sembrava che tutto diventasse improvvisamente comprensibile, giustificabile, perfino nobile. Le parole magiche erano«sionisti assassini-free free Palestine». Parole che sono state un lasciapassare morale per qualsiasi eccesso, purché il bersaglio fosse Israele. E la bandiera di una inesistente Palestina, cioè una bandiera che rappresenta solo dei terroristi, è diventata il simbolo di molte nazioni europee. Via le bandiere nazionali, fuori quella del terrorismo! Questa è l'Europa di oggi. Ditemi cosa ha da spartire quella "cosa" che i manifestanti sventolano a Milano, a Parigi, a Firenze con il caro vita, con le scuole che cadono a pezzi, con il famoso "disagio" giovanile. 

C'è poi un altro aspetto del quale si discute troppo poco: il rapporto tra le richieste avanzate in nome dell'identità religiosa islamica e le regole di una società democratica e laica.

In Italia si discute di mense scolastiche, di alimentazione halal, di festività religiose, di simboli e di tradizioni. È legittimo che una persona musulmana chieda di poter rispettare le proprie regole alimentari. È altrettanto legittimo che anche un ebreo chieda di poter mangiare kasher. La differenza sta in un piccolo particolare: L'ebreo non ha mai chiesto di cambiare le abitudini alimentari nelle scuole italiane!  Il problema nasce quando una richiesta individuale diventa una pretesa collettiva di modificare le abitudini di tutti, quando l'integrazione viene confusa con l'obbligo di adeguare la società ospitante a ogni rivendicazione religiosa esterna. Mi riferisco solamente alle pretese islamiche perche' nessun altro gruppo religioso presente in Italia ha mai rivendicato nulla, attenendosi alle regole del Paese.

Il Natale, per esempio, non è soltanto una festa per i credenti cristiani. È anche una tradizione culturale, storica e familiare profondamente radicata. Accettare, come fanno certi italiani, che una tradizione scompaia per non urtare i musulmani è una disgrazia culturale, è sottomissione vergognosa. La convivenza non può significare cancellazione della propria storia. E qui scatta una contraddizione che deve essere affrontata senza paura: perché alcune richieste avanzate in nome dell'Islam vengono accolte con una cautela quasi reverenziale, mentre l'identità ebraica, pacifica e rispettosa, viene spesso trattata come qualcosa di sospetto?

Gli ebrei vivono nella penisola italiana da oltre duemila anni. Hanno attraversato l'Impero Romano, il Medioevo, i ghetti, le persecuzioni, le espulsioni e le leggi razziali. Sono stati segregati, discriminati, perseguitati e infine deportati e sterminati. Eppure, la loro presenza ha contribuito profondamente alla cultura, alla scienza, alla medicina, alla filosofia e alla vita culturale economica e civile dei Paesi in cui vivevano, spesso privati dei diritti civili. Gli ebrei non hanno mai chiesto niente. Non hanno preteso cibo kasher nelle scuole, non hanno mai chiesto che il prosciutto sparisse dalle mense scolastiche. Non hanno mai cancellato la propria identità ebraica per essere italiani e molti sono morti per amore dell'Italia. Eppure, gli italiani li odiano. Per quale motivo? Credo che neanche il più bravo psichiatra possa spiegarlo razionalmente. Gli ebrei sono rimasti fedeli alla loro identità religiosa, culturale senza mai chiedere agli altri di rinunciare alle tradizioni culturali cristiane. Quando mio figlio andava a scuola a Bolzano nessuno si è mai sognato di pensare "abbiamo un ebreo, forse festeggiare il Natale potrebbe turbare la sua sensibilità". Come dicono dei bambini musulmani. Viene da ridere solo all'idea. Mio figlio partecipava e aspettava con emozione che a scuola arrivasse Babbo Natale con il sacco dei regali sulle spalle, come tutti i suoi compagni.  

Eppure, le esigenze religiose ebraiche esistono: il cibo kasher, le festività, il sabato, le tradizioni familiari. Gli ebrei italiani hanno il diritto di rispettarle, come ogni altra comunità ha diritto di vivere la propria fede. Ma la loro storia dimostra anche quanto a lungo siano stati costretti a difendere la propria identità da una società che li odiava e pretendeva di decidere al loro posto dove potessero vivere, quali professioni potessero esercitare e perfino quali diritti potessero avere. Cioè nessuno, spesso nemmeno quello di vivere. In Italia gli ebrei godettero dell'emancipazione gradualmente, dal 1848 al 1870. 

E oggi? Oggi, mentre si moltiplicano in modo mostruoso gli episodi di antisemitismo, agli ebrei viene ancora chiesto di spiegare perché sostengono Israele, di prenderne le distanze, di dimostrare continuamente di meritare rispetto. Come se essere ebrei fosse una colpa da cui discolparsi. 

Arriviamo alla domanda più scomoda: perché tanta indulgenza verso chi chiama l'Italia "Paese di merda" come fanno i giovani musulmani nelle piazze e tanta ostilità verso gli ebrei da sempre rispettosi delle leggi e profondamente italiani? Perché la sofferenza palestinese viene riconosciuta mentre quella israeliana viene tanto spesso derisa e disprezzata? Perché si condannano le violenze della guerra a Gaza senza voler ricordare il clima e la tragedia per cui sono maturate?

Le risposte sono molte: l'antico antisemitismo, mai scomparso; la propaganda che trasforma Israele in un simbolo assoluto del male; l'ipocrisia di chi applica agli ebrei criteri che non applicherebbe a nessun altro popolo; la convenienza politica di chi preferisce non scontentare certe piazze da cui arrivano voti. 

Ma soprattutto c'è un meccanismo perverso: l'ebreo non viene giudicato per ciò che fa, bensì per ciò che rappresenta nell'immaginario di chi lo odia. Se è israeliano, diventa automaticamente colpevole. Se è italiano ed ebreo, deve giustificarsi per Israele. Se denuncia l'antisemitismo, viene accusato di strumentalizzare la propria identità e di esagerare. Una trappola perfetta, nella quale la vittima finisce sempre sul banco degli imputati.

 E allora torno alla domanda iniziale, quella che continua a rimanere senza una risposta convincente.

Perché, in un Paese che si proclama antifascista, democratico e tollerante, l'antisemitismo riesce ancora a trovare tante giustificazioni, tante attenuanti e tanto silenzio?

Perché gli ebrei devono ancora dimostrare di avere il diritto a essere ciò che sono?

E perché, quando il bersaglio è Israele, troppi italiani sembrano improvvisamente perdere la memoria, la lucidità e perfino il senso della giustizia?

L'Italia senza memoria è un Paese che rischia di ripetere, sotto nuove bandiere e con nuove parole, gli errori che credeva di aver superato. E' un paese destinato a scomparire perche', accettando per paura e sottomissione la prepotenza islamica,  dimentica la propria cultura e le proprie tradizioni. Questo sarà il destino dell'Europa intera. Come scriveva  Bat Ya'or(pseudonimo di Giselle Littman) nel suo libro Eurabia, l'islam non ha fretta ma non si ferma. Non dimenticatelo! 


takinut3@gmail.com

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