Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "To Bibi or not to Bibi, Israele resta il paese più odiato e il più ottimista del mondo"

Giulio Meotti
L’odio lo isola; l’ottimismo lo tiene in piedi. L’Alliance of Democracies conduce ogni anno uno studio denominato “Democracy Perception Index” (indice di percezione della democrazia). Dall’ultimo rapporto emerge che “Israele è il paese più impopolare al mondo”, con un indice di gradimento inferiore anche a quello della Corea del Nord dei gulag e dell’Afghanistan dei talebani. Bisogna essere pazzi oggi per dirsi pro Israele.
Non è solo Benjamin Netanyahu bestia nera dell’intellighenzia internazionale e “a pain in the ass”, come ebbe a definirlo Barack Obama. Per dirla con la curatrice Milana Gitzin-Adiram, “in molti posti siamo semplicemente persona non grata, quasi Satana”. Come il piccolo Satana di cui parlano a Teheran. Il Lussemburgo qualche giorno fa ha deciso di non voler più essere il paese incaricato di approvare le emissioni obbligazionarie di Israel Bonds nell’Unione europea. E’ l’organizzazione che gestisce la vendita di titoli di stato israeliani agli ebrei della diaspora (un giro di 2,5 miliardi di euro all’anno). Un colpo basso, dato che il Lussemburgo aveva assunto l’incarico appena un anno fa, dopo che l’Irlanda aveva rinunciato al ruolo.
Ma nell’indice mondiale della felicità, lo stato ebraico è avanti al Lussemburgo, il paradiso fiscale che l’ultima guerra l’ha vista il 10 maggio 1940 durante l’invasione nazista (Israele contrasta con altri paesi devastati dalla guerra che sono ragionevolmente infelici, come l’Ucraina al 111esimo posto e il Libano terzultimo al 145esimo). Shuki Friedman, a capo del Jewish People Policy Institute, monitora le sanzioni imposte a Israele attraverso una mappa mondiale che si sta facendo sempre più affollata. Il suo database registra 110 sanzioni attualmente in vigore, applicate da 54 paesi. L’unico continente che non impone sanzioni a Israele è l’Antartide.
E’ il prezzo della vittoria militare, to Bibi or not to Bibi. Questa settimana il primo ministro israeliano si è giocato il destino politico dopo quasi vent’anni al potere, sopravvivendo ancora una volta. E l’immagine che si è cercato di dare di Israele in occidente è quella di un paese antidemocratico, tenebroso e sull’orlo del “suicidio”, come nel pamphlet della nota accademica della Sapienza che accusa gli israeliani di essere “famelici di suprematismo”.
La realtà dice tutto il contrario. Mentre negli ultimi vent’anni Israele ha tenuto nove elezioni parlamentari, nei territori palestinesi della Cisgiordania e di Gaza non si tengono elezioni dal 2006 (e nessun vicino di Israele tiene elezioni libere e democratiche). Tra duecento paesi nel mondo, Israele è tra i venti più longevi in termini di democrazie elettorali continue. Dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1948, Israele ha mantenuto la sua democrazia parlamentare per 78 anni. Agli israeliani piace molto votare (78 per cento di affluenza, contro il 63 per cento in Italia). Dal 1996, in Israele si sono tenute elezioni ogni due-tre anni (sei elezioni dal 2019), un intervallo di tempo più breve rispetto a quello riscontrato in altre venti democrazie prese in esame: una frequenza superiore a quella di Spagna (3), Giappone (3), Canada (3,2), Regno Unito (3,8) e Italia (4,4), tra gli altri. Un paese giovane con una forte tradizione democratica. E Israele ha appena dimostrato ancora una volta di essere il peggiore regime d’apartheid nella storia dell’apartheid: nessun paese arabo al mondo permette agli arabi di votare liberamente come accade in Israele, dove i partiti arabi hanno raddoppiato i seggi (e col loro successo di fatto impedito la creazione di una maggioranza politica elettorale). Nel celebre Democracy Index, ogni anno elaborato dall’Economist, Israele è trentesimo: quattro posti davanti agli Stati Uniti e sette davanti all’Italia (nel 2022 Israele era arrivato al ventitreesimo posto dopo aver incluso un partito arabo nel governo Bennett-Lapid).
In “The Genius of Israel: The Surprising Resilience of a Divided Nation in a Turbulent World”, il nuovo libro di Dan Senor e Saul Singer, autori di “Start-Up Nation”, Israele è “Morningburg”, mentre l’Europa è “Twilight City”. Nonostante il boicottaggio, nella classifica di Shanghai del 2026, il più importante ranking internazionale delle università dedite alla ricerca, troviamo l’Università ebraica di Gerusalemme e il Weizmann Institute of Science (per trovare un’università italiana si deve arrivare alla 150esima posizione).
Secondo il Pew Research Center, Israele e Singapore sono gli unici paesi ricchi in cui più persone sono ottimiste sul futuro finanziario dei propri figli rispetto ai genitori. Tra diciannove paesi, la media di chi risponde “peggio” è del settanta per cento; in Israele solo il 27 (il meno pessimista). Durante la pandemia, i pessimisti sono diminuiti in Israele, mentre altrove sono saliti a livelli record. Il paese è insieme più giovane e più longevo, più litigioso e più coeso, più esposto alla morte e più avverso alla disperazione.
Israele è l’anomalia antropologica che sfida le mappe dell’odio e le geografie del benessere. Prendiamo i cosiddetti “morti per disperazione” (suicidi, droghe, alcol): Israele ha il tasso più basso tra le nazioni dell’Ocse. Svezia, Danimarca e Norvegia, felicissimi in classifica, hanno tassi due-tre volte più alti. Gli uomini israeliani hanno la quarta aspettativa di vita più alta al mondo, le donne l’ottava. I suicidi adolescenziali non esistono di fatto nel paese: tra i più bassi al mondo, meno di un terzo della media Ocse e meno di un quarto di Stati Uniti, Australia, Finlandia e Canada. Molte teorie sono state avanzate per spiegare il crollo della salute mentale adolescenziale, dai social e smartphone a una serie di fonti di stress. Ma queste spiegazioni non spiegano perché i giovani israeliani sembrino immuni a questa epidemia: la maggior parte ha smartphone e accesso ai social media, è bombardata dalle stesse previsioni apocalittiche sul cambiamento climatico, è esposta a un ciclo infinito di dibattiti politici polarizzanti e ha un’esposizione più diretta alla violenza, sia da razzi, terrorismo o esperienza di combattimento diretta (Israele ha la leva obbligatoria di tre anni). Gli adolescenti israeliani dovrebbero essere ancora più stressati dei loro coetanei in paesi più calmi. Il giornalista Amit Segal scrive che un decimo dei membri della prossima Knesset avrà sofferto un lutto in questa guerra.
Israele si trova nella regione più fanatica del mondo, eppure gli israeliani in un sondaggio Gallup che ha analizzato il sentimento religioso in sessantacinque paesi pone lo stato ebraico fra i meno religiosi al mondo. Meno di un terzo degli israeliani si dichiara “religioso”, un dato paragonabile ai livelli di religiosità riscontrati in Inghilterra e in Scandinavia, aree che, secondo lo studio, figurano tra le meno religiose al mondo. In un sondaggio internazionale sulla “moralità” del Per Research Centre, gli israeliani sono risultati più tolleranti rispetto alla media globale su diverse questioni, tra cui l’omosessualità e i rapporti sessuali prematrimoniali (l’organizzazione Aguda ha stimato che trecento gay palestinesi sono attualmente protetti in Israele, con buona pace di Judith Butler).
Nonostante l’isolamento e la guerra, Israele è saldo all’ottavo posto della classifica mondiale della felicità (era quarto addirittura prima del lutto del 7 ottobre). Israele è l’anomalia tra le nazioni più felici. Geograficamente, i paesi classificati dal primo al nono si trovano tutti in un cerchio stretto centrato su Copenaghen: Finlandia, Svezia, Danimarca, Norvegia, Islanda, Paesi Bassi, Lussemburgo e Svizzera. Paesi pacifici, ordinati, politicamente stabili, con generosi sistemi di welfare, dove si mangia male e il tempo è pessimo. Poi c’è Israele, dove non c’è pace, disordine, instabile politicamente e senza welfare (il tempo e il cibo sono migliori).
Ma israeliani rumorosi e litigiosi valutano la propria vita più soddisfacente di svedesi, svizzeri, americani, australiani, canadesi, italiani e singaporiani. Israele è al primo posto nel mondo per numero di donazioni di rene da vivente (incluse quelle altruistiche) pro capite, un risultato dovuto in gran parte all’organizzazione Matnat Chaim a Gerusalemme.
Rispetto a un occidente che guarda indietro con nostalgia e avanti con pessimismo, le previsioni della Banca d’Israele dicono che l’economia dello stato ebraico crescerà del 5,6 per cento nel 2026 e del 7,5 nel 2027. Come osserva l’opinionista Amit Segal: “Questi non sono i numeri di un paese che si trova da tre anni nel mezzo di una guerra su più fronti. Se le previsioni venissero confermate, Israele supererebbe, in termini di crescita, qualsiasi altra economia dell’Ocse”. Il paese domani sarà chiamato a scelte difficili e strategiche, dall’accelerazione dell’autosufficienza militare dagli Stati Uniti a un’industrializzazione che abbandona le partnership europee per le alleanze asiatiche anti cinesi e arabe anti iraniane (dal 7 ottobre, le aziende tecnologiche israeliane hanno perso 8.500 dipendenti a causa dell’emigrazione).
Ma intanto, Israele è terzo al mondo nella classifica delle start up (Global Startup Ecosystem Index 2026), è il paese con il punteggio più alto a livello mondiale per la “qualità delle relazioni sociali” (il paese è unito, un fattore cruciale per il benessere), è al decimo posto per numero di Nobel vinti (in termini pro capite supera Stati Uniti, Germania, Francia, Canada e Giappone), quarto al mondo per pubblicazioni scientifiche, sesto nel World Index of Healthcare Innovation (Israele si è concepito come una nazione che deve, come ha detto Arieh Herzog, ex capo dell’agenzia di Difesa missilistica di Israele, “innovare o scomparire”), quinto per numero di brevetti pro capite (dopo Giappone, Svezia, Svizzera e Corea del Sud, tutti paesi non in guerra) e in nessun altro posto fra i paesi sviluppati nascono così tanti bambini come nello stato ebraico (e nel 2050 si prevede che Israele sarà vent’anni più giovane di Italia, Spagna e Germania).
Le donne israeliane non solo hanno tre-quattro volte il numero di figli delle sudcoreane, ma hanno anche più del doppio dei figli di donne che abitano in paesi molto meno sviluppati come Tailandia e Giamaica.
Lo racconta Paul Morland nel libro “Senza futuro. Il malessere demografico che minaccia l’umanità” (Liberilibri). Nella primavera del 2023, Morland si è trovato a visitare il reparto maternità di un grande ospedale israeliano fuori Tel Aviv. “A differenza di strutture simili in gran parte del mondo sviluppato, brulicava di attività. Ostetriche russofone entravano e uscivano dalle sale parto, mentre famiglie etiopi attendevano con pazienza che i loro neonati fossero visitati. E poi dottoresse musulmane velate che offrono consigli a madri ultra-ortodosse di origine europea con la parrucca, mentre i loro mariti con barba e cappello nero osservano. E’ un andirivieni di ebrei di origine irachena, yemenita e marocchina con i figli in braccio, mentre bambini arabi emozionati salutano i piccoli fratellini e sorelline appena nati. Se il mondo vuole prevenire l’inverno demografico che incombe, può avere qualcosa da imparare da una nazione che prende seriamente le parole del Deuteronomio: ‘Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza’”.
Nonostante la Seconda Intifada, le guerra a Gaza e il 7 ottobre, il saldo migratorio nero è di 480.094 persone arrivate da tutto il mondo in Israele dal 2000 a oggi. Intanto la regione israeliana al confine con Gaza, nota come “Tekuma” (rinascita), è cresciuta del dieci per cento rispetto alla situazione precedente all’attacco del 7 ottobre 2023. Quale altro popolo dai costumi occidentali tornerebbe in massa a vivere dove appena tre anni fa furono assassinati in scene medievali oltre milleduecento dei propri concittadini?
Il piccolo Satana ride felice, perché ha imparato a non confondere l’impopolarità con la sconfitta e ha insegnato al mondo che si vive benissimo anche ai piedi di un vulcano.
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