Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi, 29/10/2026, il commento di Fiamma Nirenstein dal titolo: "Bibi risorge e si batte. Non hanno scalfito la sua strategia"

Fiamma Nirenstein
Il buon senso della democrazia funzionante consiste nello statuire con la scelta pubblica ciò che fino a quel momento era sommerso dalle chiacchiere. In Israele il risultato elettorale non ha potuto che entrare in sincronismo coi fatti. Chi se l’aspettava, dipende forse dal fatto che qui i fatti sono uno schiaffo quotidiano: sei costretto a prenderli in considerazione. Il fronte del cambiamento ce l’ha messa tutta per distruggere Netanyahu, in Italia accadde con Berlusconi: character assassination. È stato fatto con passione e competenza: all’alba del voto di fronte a tutti i seggi dei simpatici giovani stile Hashomer Hatzair, la “Giovane guardia” degli scout socialisti, affiancandoti in due ti spiegavano che Netanyahu deve proprio andare a casa; il picconamento non ha tralasciato per mesi un angolo del PM, le responsabilità del 7 ottobre, i rapiti, il processo, la sua famiglia. Eppure dopo lo spoglio dell’85 per cento delle schede, il blocco del Likud, primo partito, ha 53 seggi; Eisenkot ne conta 48. Le due parti non sono tanto distanti, ma Bibi è più forte. Non ha la maggioranza, ma i suoi 19 anni da primo ministro scavalcano il biasimo ormai linguaggio populista estesosi all’estero nella quotidiana giaculatoria antisemita (eh, io non sono contro Israele, ma Netanyahu…) e lo compensano per aver tenuto duro nel creare la strategia della difesa vincente “con le unghie e coi denti” di un piccolo popolo assediato, per aver stabilizzato e fatto crescere l’economia facendo di Israele la start up nation, per aver osato attaccare l’Iran e combattendo su sette fronti per avere, il giorno dopo il 7 ottobre, tenuto in piedi un Paese sfasciato da una sorpresa e da un dolore inenarrabile e incompreso, guardando negli occhi con disprezzo le calunnie su colonialismo e genocidio. Bibi dopo il 7 ottobre ha aperto a un governo di coalizione con Eisenkot e Gantz. Qualcuno se lo ricorda? Di certo, il presidente della Repubblica Herzog, che adesso deve cercare di evitare nuove elezioni. I due contendenti per ora esclamano la loro vittoria. Ma la sinistra deve subito dichiarare, ora che i due partiti arabi hanno la bellezza di 19 seggi, se vogliono tener fede alla promessa di non formare un governo con chi ha come inno “Baladi baladi” e rifiuta di definire Hamas terrorista. Siamo troppo vicino al 7 ottobre, è difficile immaginare che Eisenkot, il cui figlio Gal, 25 anni, è stato ucciso a Jabalia il 7 dicembre del 2023, possa stringere un’alleanza così controversa. Altri leader della sinistra hanno simili problemi, Israele è piccola. Inoltre nessuno di loro ignora che la guerra è ancora qui, che l’Iran non abbandona il progetto atomico, che Netanyahu è tuttora un custode molto importante della sicurezza nazionale. Trump l’ha sostenuto in nome dell’alleanza con cui insieme Israele e gli Usa distruggeranno il regime iraniano, e certo come Herzog, sarebbe più propenso per gli scopi comuni a un governo di coalizione di sostanza. E Netanyahu potrebbe desiderare mani libere nei prossimi due anni per finire il lavoro, e un governo di coalizione a rotazione potrebbe essere ideale. In queste ore ciascuno dei due leader israeliani dichiara la sua piena vittoria ma sa che non è così. O la sinistra abbandona il motto “mai con Bibi” e l’alleanza con gli arabi e Bibi offre la coalizione senza Ben Gvir, o si va a elezioni anticipate. Il pubblico che è andato a votare per l’80 per cento non capirebbe. Bibi deve consegnare il suo numero di telefono a Eisenkot, gli serve una rotazione di due anni per finire il lavoro con l’Iran e Hamas. Poi, si vedrà. Per ora respira, si gode la conferma, l’apprezzamento. Forse anche il mondo comincerà adesso a capire chi è Bibi?
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