Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi, 28/10/2026, il commento di Fiamma Nirenstein dal titolo: "Quasi pari i due blocchi, cominciano le trattative"

Fiamma Nirenstein
Testa a testa, uniti nella differenza, senza nessuna vittoria fatale di una delle due parti, con la crescita della sinistra e la tenuta di Netanyahu, adesso il blocco di destra guidato e quello del cambiamento guidato da Eisenkot danno il via a una nervosa danza che può portare in direzioni svariate: un governo di coalizione da una parte, oppure dall’altra una coalizione di sinistra con i partiti arabi con Netanyahu all’opposizione o perfino nuove elezioni, se niente di tutto questo funziona. I toni delle due parti sono naturalmente al momento trionfalistici, ciascuno si dichiara vincitore e per ora tiene a sottolineare la distanza dall’altro blocco. Ma le prossime ore vedranno un lavorio che tiene conto della poca distanza dei due blocchi, del fatto che il Likud è pur sempre il primo partito, che il fallimento di Winter e di Hendel, i due partitini che non passano, e forse anche di Yvette Lieberman, che rischia con la sua politica di superequilibrio di trovarsi sotto la soglia, portano resti soprattutto a destra.
In una giornata in cui sono lievitati fino all’incredibile i numeri dell’affluenza alle urne, di fatto niente potrebbe essere più diverso dal passato di un’eventuale coalizione. Ma non è facile. I numeri lo suggerirebbero, i sentimenti molto meno: i numeri parlano quasi in tutti gli exit poll della coalizione di Netanyahu intorno ai 50 seggi e quella di Eisenkot, senza arabi, di 52-53, e intanto si è formata una nuova realtà molto problematica del nuovo arabo formato appunto dai due partiti arabi, quello di Ahmad Tibi e quello di Mahmoud Abbas, legato alla Fratellanza Musulmana e con molte richieste formulate in tono educato, salvo che per il rifiuto di riconoscere che Hamas è un’organizzazione terrorista. Eisenkot, Bennet, Lapid da soli hanno in un modo o nell’altro promesso all’elettorato di tenere alta quella che dal 7 di ottobre è comunque la bandiera di tutti i partiti sionisti, ovvero di non stringere un patto parlamentare fuori dal sionismo, per evidenti motivi di sicurezza. Non sarebbe facile nel momento in cui si ripresenterà un’inevitabile guerra di difesa gestirla con alleati antisionisti. E ci sono altri giuramenti fatti all’elettorato: Eisenkot e Bennet hanno promesso di non condividere il governo con Netanyahu nemmeno in una rotazione. Ma per governare ci vogliono 61 mandati, e sia l’una che l’altra parte dovrà per forza recedere dai toni terribili tenuti durante la campagna elettorale, carichi di memorie e di accuse sul 7 ottobre, di odio, di invidia personale. In più, le parole di sostegno di Trump per Netanyahu di fatto non sono dedicate al capo del Likud, ma a un primo ministro che, come ha detto esplicitamente Trump, sia pronto a proseguire nella sua guerra contro il potere degli ayatollah e il loro giuramento di distruzione dell’Occidente con la bomba atomica. Questo lo sa bene anche Eisenkot: è Israele l’interlocutore di un accordo di cui Israele è un perno, e che affronta l’Islam radicale, il regime sciita e i poteri che gli stanno dietro, Russia, Cina.
C’è un elemento di intrinseca unità fra i partiti israeliani e consiste nel fatto che i toni palingenetici e redentivi sono utopistici per un Paese che deve affrontare tutti i giorni il tema della pace senza il beneficio della retorica: sarebbe bello essere la sinistra che vince, imporre ai religiosi la piena coscrizione, portare il meritato riposo alle riserve che hanno servito eroicamente, abbassare il costo della vita. Ma alla fine torna a galla la straordinarietà della condizione di questo piccolo Stato così appassionatamente democratico da andare fino in fondo con le elezioni anche in situazione di assedio, ma pensare di poter votare contro la guerra, nemmeno Yair Golan lo può. Neppure l’accordo con i partiti arabi può porgere una pacificazione, perché l’aggressività del terrorismo di Hamas e degli Hezbollah non viene cancellata da una vittoria di Eisenkot. La determinazione iraniana a cancellare lo Stato d’Israele fa sì che la guerra per impedirlo sia nel destino della vita di ogni israeliano. Un esorcismo anti-Bibi non eviterà i problemi per cui gli arabi di Raam chiedono l’autonomia della Galilea e lo Stato palestinese e non si pronunciano sul disarmo di Hamas. Ma l’Iran è sempre il titolo di testa, chiunque sia il primo ministro. Quindi, una rotazione è del tutto plausibile anche fra le tante parole spese dagli antagonisti di Netanyahu, ora che si vede che comunque i famosi 61 seggi non sono in tasca a nessuno dei due. Israele, chiunque sia il suo leader, fa parte dell’alleanza occidentale ebraico-cristiana, al suo fianco gli USA, contro la coalizione islamico-rosso-verde che tormenta in questi giorni l’Europa.
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