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Setteottobre Rassegna Stampa
22.10.2026 Israele al voto, il rischio di un nuovo stallo
Commento di Daniel Bettini

Testata: Setteottobre
Data: 22 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Daniel Bettini
Titolo: «Israele al voto, il rischio di un nuovo stallo»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Daniel Bettini dal titolo: "Israele al voto, il rischio di un nuovo stallo"

Israele al voto, il rischio di un nuovo stallo

Nelle ultime settimane i mezzi di informazione israeliani, e non soltanto quelli, continuano a ricordare al pubblico, insistendo con forza, che le elezioni politiche della prossima settimana saranno le più importanti e decisive nella storia di Israele. A dire il vero, lo avevano detto anche in occasione delle elezioni precedenti, e di quelle prima ancora. Eppure, questa volta, la sensazione generale è che la tornata elettorale che raggiungerà il suo culmine martedì prossimo avrà davvero un’importanza senza precedenti per il futuro di Israele.

Ci sono così tante domande, così tante questioni sul tavolo. Il 7 ottobre, il significato della responsabilità, le divisioni della società israeliana, l’unità del popolo d’Israele, la questione tanto importante dell’arruolamento degli ultraortodossi. E poi la situazione della sicurezza, i fronti di guerra ancora aperti, da Gaza al Libano e all’Iran, e naturalmente il caos e la perdita di controllo in Giudea e Samaria.

La corruzione del governo, il significativo deterioramento della percezione della sicurezza personale da parte dei cittadini, la criminalità dilagante, il costo della vita e il timore di un aggravamento della situazione economica, soprattutto se, Dio non voglia, dovessero inasprirsi anche le sanzioni internazionali contro Israele. Tante questioni e tanti interrogativi da sembrare un peso eccessivo per un popolo che, in fondo, desidera soltanto vivere in pace e continuare a crescere qui i propri figli. Eppure sono proprio questi i temi che chiunque si recherà alle urne martedì dovrà prendere in considerazione e sui quali sarà chiamato a decidere. Tanto sono cruciali queste elezioni per il futuro di Israele.

E questo senza neppure menzionare la questione che, fino al 7 ottobre, aveva minacciato di lacerare dall’interno la società israeliana: la riforma, o rivoluzione, giudiziaria, e quello che molti nell’area liberale considerano un tentativo di approvare leggi destinate a indebolire profondamente la democrazia israeliana, attraverso l’attacco alle istituzioni di governo e della giustizia e al sistema di pesi e contrappesi di uno Stato privo di Costituzione.

La sensazione diffusa in una parte consistente dell’opinione pubblica è che Israele si trovi ancora una volta davanti a un bivio e che i risultati elettorali indicheranno la direzione che prenderanno il Paese e la sua società. Molti vedono in queste elezioni un’ultima, autentica occasione per riprendere in mano il proprio destino e cambiare rotta, per avviare un profondo processo di risanamento e migliorare la vita in Israele, mentre la guerra e l’instabilità continuano a circondare e attraversare il Paese.

Ma chi pensava che, tre anni dopo il massacro del 7 ottobre, i sondaggi avrebbero indicato una direzione chiara e una vittoria ormai vicina, deve constatare che sembriamo essere tornati al 6 ottobre, alle divisioni, alla frammentazione e alla contrapposizione tra schieramenti.
È sorprendente ricordare che, nei sondaggi pubblicati dopo la catastrofe, una schiacciante maggioranza degli israeliani voleva cacciare l’attuale governo. Politici e ministri si nascondevano letteralmente per la vergogna, il governo era completamente paralizzato e sono stati i cittadini, la società civile, l’esercito e i suoi eroici soldati, i volontari, a salvare il Paese.

Benny Gantz, lo stesso Benny Gantz che questa settimana ha annunciato il ritiro dalla corsa elettorale a un passo dal voto, dopo aver capito di non riuscire più a convincere gli elettori della validità della propria linea politica, all’indomani del 7 ottobre era accreditato di quasi 40 seggi. Allora veniva considerato l’adulto responsabile, l’uomo che lavorava giorno e notte per unire il popolo e tirare il Paese fuori dal pantano, una figura accettata praticamente da tutte le parti. Ma questi ultimi tre anni sono stati un’eternità, dal punto di vista politico. E il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di possedere capacità straordinarie nel gioco politico: dividere per governare, sopravvivere e risorgere.
Era chiaro che, con il passare del tempo, con il protrarsi e l’inasprirsi delle guerre e con il perdurare dell’instabilità all’interno di Israele e lungo i suoi confini, Netanyahu e il suo governo sarebbero tornati a rafforzarsi. I problemi di sempre sarebbero riemersi e le divisioni avrebbero finito per prevalere sui punti di accordo. 

Netanyahu ha saputo sopravvivere e sfruttare il tempo a proprio vantaggio. E oggi, a pochi giorni dalle elezioni, si presenta in una situazione nella quale è riuscito, di fatto, a recuperare tutti i seggi perduti dopo il massacro del 7 ottobre. Una tragedia che allora persino molti dei suoi sostenitori ed elettori avevano considerato un fallimento della leadership senza precedenti, attribuendone la responsabilità a lui, al suo governo e all’intero apparato della sicurezza.

Chi sperava in una vittoria netta di quello che viene chiamato il «Blocco del cambiamento» – l’insieme delle forze politiche che si propongono di sostituire Netanyahu alla guida del governo – guarda gli ultimi sondaggi e torna con i piedi per terra. Israele si trova nuovamente davanti alla concreta possibilità di un risultato senza vincitori: un pareggio tra i due blocchi, nel quale nessuno potrà realmente proclamare la propria vittoria. Per Netanyahu, riuscire a impedire la vittoria del Blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot rappresenterebbe già di per sé un successo. Non ha neppure bisogno di vincere davvero. Finché riuscirà a evitare la sconfitta, potrà trascinare Israele in un altro periodo di transizione e poi, probabilmente, verso un’ennesima tornata elettorale.

Per un Israele stanco e logorato dalle guerre e dalle battaglie politiche, uno scenario del genere rappresenta un vero incubo. Eppure, con grande dispiacere di molti, al momento appare come un’eventualità piuttosto realistica. E pensare che, se il sistema politico israeliano non avesse escluso la possibilità di collaborare con i partiti arabi, soprattutto da parte del Blocco del cambiamento, sarebbe stato possibile già da tempo sostituire la leadership e realizzare un autentico cambiamento politico. O almeno provarci. Solo pochi anni fa Netanyahu aveva cercato di convincere Mansour Abbas a entrare nella sua coalizione. Alla fine, a farlo era stato il Blocco del cambiamento guidato da Bennett, cinque anni fa. Quell’esperienza durò poco, ma secondo molti quel governo funzionò bene. 

Eppure, in Israele, come spesso accade, la paura continua a prevalere su tutto. Soprattutto dopo il 7 ottobre, il sentimento di ostilità nei confronti degli arabi è diventato così forte da rendere impossibile ripetere quell’esperimento tanto audace e ottimista di collaborazione ebraico-araba all’interno di una coalizione di governo. Almeno nei programmi elettorali dei partiti. Tutti evitano l’argomento come la peste.

E naturalmente Netanyahu alimenta proprio questo scenario per spaventare gli israeliani, sostenendo ancora una volta che soltanto una sua vittoria e la sua permanenza alla guida del Paese potranno impedire che Israele finisca nelle mani degli arabi e che nasca uno Stato palestinese capace di minacciarlo. Sembra che il tempo si sia fermato e che siamo tornati agli stessi slogan di sempre. Gli arabi, la Palestina, sì a Bibi, no a Bibi.

Il Blocco del cambiamento avrebbe potuto cercare di concentrarsi su un’unica questione ben definita, per esempio il mancato arruolamento degli ultraortodossi nell’esercito, un tema sul quale esiste un consenso molto ampio nell’opinione pubblica. Ma mentre la destra si concentra soprattutto sulla sicurezza, il Blocco del cambiamento cerca di muoversi su tutti i fronti e, soprattutto, di mantenere viva nella coscienza collettiva la questione più importante: la responsabilità per il 7 ottobre. E giustamente. Tre anni dopo, l’idea che lo stesso leader, gli stessi politici, gli stessi Ben Gvir e Smotrich e gli stessi ultraortodossi antisionisti possano continuare a governare questo Paese rappresenta, per molti, uno scenario davvero terrificante.


info@setteottobre.com

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