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Il Foglio Rassegna Stampa
22.10.2026 Nel nord di Israele si respira la campagna elettorale più che altrove, ma si punta allo status quo
Commento di Micol Flammini

Testata: Il Foglio
Data: 22 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Micol Flammini
Titolo: «Nel nord di Israele si respira la campagna elettorale più che altrove, ma si punta allo status quo»

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Micol Flammini dal titolo: "Nel nord di Israele si respira la campagna elettorale più che altrove, ma si punta allo status quo"

Immagine di Nel nord di Israele si respira la campagna elettorale più che altrove, ma si punta allo status quo

Kiryat Shmona, dalla nostra inviata. Un uovo, un voto. Più uova, tantissimi voti. Ma nel nord di Israele non tutte le uova sono uguali e c’è chi ha scelto per chi votare pensando con attenzione al luogo di provenienza da cui arriveranno le uova nei prossimi anni. È una battaglia oramai vecchia di oltre cinque anni, è dell’Israele prima del 7 ottobre, un paese che esiste ancora, vive nel sottosuolo del trauma collettivo, respira all’unisono e nelle sue rivendicazioni ha richieste precise, pratiche, non superate. Gli agricoltori israeliani non vogliono aprire il mercato alle importazioni, vogliono uova israeliane e, sette anni fa, nel mondo irriconoscibile che usciva dalle prime ondate di Covid, litigavano contro l’ultimo governo guidato da Naftali Bennett, si riunirono tutti sotto una tenda del moshav Zar’it e minacciarono di restarvi fino a quando la riforma che prevedeva la riduzione delle tasse di importazione sui prodotti agricoli non fosse stata ritirata. Oggi, come se nulla fosse accaduto, pensano ancora a quella tenda e voteranno per le uova, quindi per lo status quo, quindi per qualcuno che promette di non toccare il loro mercato, come il Likud di Benjamin Netanyahu. 

È una contraddizione per un partito liberista, ma il premier alle contraddizioni non bada, non lo ha mai fatto, neppure sulle uova.

Kiryat Shmona vota anche sulle uova ma non soltanto, in questa cittadina che ha vissuto nei rifugi per mesi proteggendosi dagli attacchi di Hezbollah, che è stata deserta, che ha accusato il governo di averla abbandonata, le elezioni in arrivo non devono necessariamente portare il cambiamento. È un centro di transito, è una delle cittadine più vicine al Libano e quando, nei mesi scorsi, i razzi e i droni di Hezbollah, raggiungevano Israele, molti erano diretti a Kiryat Shmona, che conserva l’atmosfera disordinata di un centro di transito, un posto per cui passare, senza bellezze, senza cure, con un grande mammut in erba messo al centro della rotonda di una strada principale. Alcuni edifici sono coperti da reti da pesca, come in Ucraina accade per intere strade, la guerra di Hezbollah ormai si concentra sui droni che qui hanno colpito edifici, civili e soldati. Kiryat Shmona emana un senso di incompiutezza, come molte città in Israele, come se tutto fosse fatto per cambiare e spostarsi in poco tempo e l’architettura fosse un’arte che qui non è destinata ad arrivare, sarebbe superflua, segno di un desiderio di sedentarietà inopportuno in un paese fondato sul movimento perenne.

“Fino a qualche mese fa qui era tutto vuoto, e si svuoterà di nuovo se la guerra ricomincerà”, dice una signora che gironzola per il centro commerciale deserto. Si chiama Talia, non voterà sulle uova, deve ancora decidere, fa parte di quella fetta molto larga di indecisi su cui si sta concentrando la campagna elettorale di ogni candidato. “Mio marito e mio figlio voteranno per Winter, io ancora non so. Potrei fare come loro, o votare Eisenkot, o il Likud”. Se Tel Aviv sembra avvolta da una noia pree lettorale – i manifesti sono pochi, la maggior parte dei candidati sta evitando la città e lo stesso accade a Gerusalemme – Kiryat Shmona è in piena campagna elettorale e mentre si percorre la strada che porta alla valle di Hula, ai piedi del monte Hermon, è chiaro che la sfida sarà fra sfumature di destra.

Si vedono i cartelloni di Ofer Winter, leader del partito Amcha Yisrael, destra nazionalista che potrebbe legarsi a Netanyahu in un futuro governo. “Mio figlio vota Winter per la questione della leva obbligatoria, è un soldato, è stato in Libano, non sopporta che ad altri ragazzi della sua età sia permesso di rimanere al sicuro, sia garantita la protezione con le vite altrui”, dice Talia. Se Winter supererà la soglia di sbarramento e andrà davvero con Netanyahu dovrà sopportare però la presenza dei partiti ultraortodossi, con i quali qualsiasi riforma della leva è impossibile. Anche il volto di Itamar Ben-Gvir spunta sui manifesti elettorali, è serissimo al fianco del suo candidato locale, ma non è questa la parte di Israele in cui l’attuale ministro della Sicurezza nazionale, leader di Otzma Yehudit, prende più voti: sogna di diventare una forza nazionale ma Kiryat Shmona e i moshav e i kibbutz che le stanno attorno non lo seguono, hanno la loro agenda, le loro priorità.

È Netanyahu il re dei manifesti elettorali al nord, ha comprato spazi, il suo volto spunta dai cartelloni e punta tutto sui suoi nemici. La sua campagna ha un motto: “Yamina o Palestina” o la destra o la Palestina. Nei manifesti elettorali enormi si vede la sua faccia contrastare il buio da cui emergono nemici interni – Gadi Eisenkot, il leader del partito Ra’am Mansour Abbas, Naftali Bennett, il leader dei Democratici Yair Golan – o esterni vivi e non: il sindaco di New York Zohran Mamdani, il capo dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il leader morto di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e il leader sopravvissuto Naim Qassem. La presenza di Netanyahu per le strade del nord sembra gridare: sono io l’alternativa affinché nulla cambi, sono io la garanzia affinché tutto rimanga com’è, anche le uova.

Il 7 ottobre perpetuo che blocca Israele esiste anche qui, su dei manifesti gialli compare la scritta 7/10, a volte ritoccata con 27/10, il giorno delle elezioni. Prima che Hamas attaccasse i kibbutz attorno alla Striscia di Gaza, si temeva che fosse Hezbollah a colpire il nord, contro Kiryat Shmona e le comunità attorno. Eppure, non si vota sul trauma, “lo ricordiamo sempre, ma più parlo con le persone, più mi rendo conto di quanto sia complessa questa elezione. Molti votano pensando alla coalizione che ne può uscire, non soltanto al partito. Poi pensiamo al Libano”, e Gadi, anche lui a passeggio per il centro commerciale che pare il centro cittadino, fa un gesto per indicare il paese vicino. Non è Gaza, per gli israeliani i rapporti con i libanesi sono possibili, anzi necessari. Hezbollah non è visto come un’emanazione del Libano, i civili libanesi non irromperebbero nel paese per rapire e uccidere, per gli israeliani sono una storia diversa.

Il volto di Eisenkot per le strade del nord spunta nei campi, attaccato a qualche recinzione. Sulla via principale di Kiryat Shmona si trova a debita distanza da quello di Netanyahu e di Ben-Gvir, con il primo potrebbe anche allearsi, è la speranza di Gadi, ma non con il secondo. Al confine con il Libano Eisenkot ha costruito la sua storia di generale, ha formulato la dottrina della forza sproporzionata per stanare il nemico. “Io voterò Eisenkot, è stato molto in Libano e Netanyahu lo accusa di aver frenato l’offensiva contro Hezbollah. Non credo, io mi fido. Però c’è chi si fida di Netanyahu e il guaio di questo voto è che siamo chiusi in una bolla. Se sei dalla parte del governo guardi un canale televisivo, se sei contro un altro. Ogni canale racconta una storia diversa”, per Gadi la soluzione ideale sarebbe un governo di unità nazionale, senza gli estremisti di destra e senza gli arabi, che pure in questa parte di Israele sono una parte importante della popolazione. “Certo, non voglio escluderli, ma anche loro non votano per i partiti arabi”.

Adam è arabo, non sa per chi voterà, ma lascia capire che la fiducia nei confronti dei partiti arabi non è alta. Nemmeno nei confronti degli altri lo è, e Adam, come tanti israeliani, fa parte di quel 30 per cento della popolazione che deve decidere e può cambiare tutto e che sta costringendo i leader dei partiti a una campagna fatta di gambe e camminate, a una corsa finale in cui l’emotività c’entra poco, è più questione di calcolo. “Questa è casa nostra, da altre parti ci chiamano traditori, ma noi questo status ce lo siamo guadagnato, abbiamo lottato e ora ci sentiamo cittadini israeliani. Lo siamo. Io vivo in un kibbutz misto, nell’alta Galilea ci sono ebrei, musulmani, cristiani, drusi e spesso il vivere separati è questione di abitudini e ritmi”. Poi si lavora insieme, si vota insieme. “Il 7 ottobre Hamas ha ucciso tutti, non ha fatto distinzione fra ebrei e musulmani, in molti di noi ha rafforzato il senso di appartenenza a questo paese dove parliamo la nostra lingua oltre all’ebraico, dove tutti i segnali stradali sono anche in arabo. No, non siamo traditori, la mia famiglia ha combattuto per restare qui”, Adam parla in modo fiero, voterà, non sa chi, ma il 27 ottobre farà una scelta che riguarda se stesso e il suo paese. “Gli ebrei hanno tantissime festività, noi musulmani no. Accade spesso che quando tutto è chiuso per le loro feste, da noi rimane tutto aperto; quindi, vengono nei villaggi arabi a fare spesa e questo fa girare l’economia, ci fa conoscere a vicenda”, tutto in Israele sembra basato su un equilibrio che si rinnova ogni giorno e la promessa elettorale è fra coltivare l’equilibrio o romperlo. La filosofia del voto si divide fra chi crede che tutto sia intoccabile, meglio la strada già conosciuta con le sue garanzie, come con le uova, e chi invece crede che l’equilibrio sia un ponte di legno: ha bisogno di manutenzione, di essere ricostruito, ha bisogno di cambiamento. A Kiryat Shmona il voto sembra questione di abitudini, più che di esistenza.

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