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Bet Magazine Rassegna Stampa
21.10.2026 Benny Gantz si ritira dalle elezioni israeliane: chi è il generale che voleva sfidare Netanyahu
Cronaca di Anna Balestrieri

Testata: Bet Magazine
Data: 21 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Anna Balestrieri
Titolo: «Benny Gantz si ritira dalle elezioni israeliane: chi è il generale che voleva sfidare Netanyahu»

Riprendiamo da BET Magazine la cronaca di Anna Balestrieri dal titolo: "Benny Gantz si ritira dalle elezioni israeliane: chi è il generale che voleva sfidare Netanyahu"

Benny Gantz

Benny Gantz si ritira dalla corsa alle elezioni israeliane del 27 ottobre. Il leader di Blu e Bianco ha annunciato lunedì 19 ottobre la decisione, dopo che i sondaggi hanno ripetutamente indicato che il suo partito non sarebbe riuscito a superare la soglia di sbarramento per entrare alla Knesset.

«Non mi candiderò alle prossime elezioni. Continuerò a lottare per l’unità. È l’unica soluzione che può impedire un altro disastro e proteggere Israele da tutte le sfide, interne ed esterne», ha dichiarato Gantz.

Nel corso di una conferenza stampa in serata, l’ex ministro della Difesa ha assunto la responsabilità della crisi elettorale della sua formazione. «Purtroppo, in questo momento non sono riuscito a convincere una parte sufficientemente ampia dell’opinione pubblica della validità del nostro percorso. La responsabilità è mia», ha affermato, ribadendo tuttavia di considerare corretta la propria linea politica.

Il ritiro segna un momento significativo nella parabola di un uomo che, dopo quasi quarant’anni nell’esercito, era entrato in politica presentandosi come un’alternativa pragmatica a Netanyahu. La sua proposta di un governo di unità nazionale rimane al centro del suo messaggio, anche se proprio la disponibilità a collaborare con il premier ha contribuito ad allontanarlo da una parte dell’opposizione.

Dalla famiglia di immigrati al vertice dell’esercito

Benjamin «Benny» Gantz è nato il 9 giugno 1959 a Kfar Ahim, un piccolo centro agricolo nel sud di Israele. La sua storia familiare è legata alle vicende della nascita dello Stato: la madre Malka era una sopravvissuta alla Shoah originaria dell’Ungheria, mentre il padre Nahum proveniva dalla Romania. Entrambi hanno partecipato alla fondazione della comunità in cui Gantz è cresciuto.

Nel 1977, a diciotto anni, Gantz si è arruolato nelle Forze di difesa israeliane (IDF), scegliendo il corpo dei paracadutisti. Da quel momento ha costruito una carriera militare che lo ha portato a ricoprire incarichi di comando in alcune delle unità più importanti dell’esercito, fino a diventare capo di Stato maggiore nel 2011, il ventesimo nella storia dell’IDF.

Ha comandato la brigata dei paracadutisti, l’unità d’élite Shaldag dell’aeronautica, il Comando settentrionale e le forze terrestri. Ha inoltre ricoperto l’incarico di addetto militare israeliano negli Stati Uniti. Durante il suo percorso professionale ha partecipato a operazioni militari in Libano e a Gaza e, nel 1989, è stato coinvolto nell’operazione Salomone, che ha portato in Israele migliaia di ebrei etiopi.

Come capo di Stato maggiore, dal 2011 al 2015, ha guidato l’esercito durante l’operazione Pilastro di difesa del 2012 e l’operazione Margine protettivo del 2014, entrambe condotte nella Striscia di Gaza.

Il suo profilo era quello di un comandante esperto, abituato alla disciplina istituzionale e alla gestione di situazioni di sicurezza complesse. Ha completato gli studi in storia all’Università di Tel Aviv e conseguito un master in scienze politiche all’Università di Haifa, oltre a un titolo in gestione delle risorse nazionali presso la National Defense University negli Stati Uniti.

La sua immagine pubblica si è costruita soprattutto sulla riservatezza, sui modi misurati e su un linguaggio poco incline alla polemica. Come ha raccontato un ritratto del Times of Israel pubblicato nel 2019, i suoi sostenitori lo consideravano un uomo calmo e legato ai principi, mentre i critici ne sottolineavano l’inesperienza politica. Era una figura che poteva rassicurare gli elettori alla ricerca di un’alternativa a Netanyahu senza identificarsi con la sinistra israeliana.

L’ingresso in politica e la sfida a Netanyahu

Dopo aver lasciato l’esercito nel 2015, al termine di 38 anni di servizio, Gantz ha iniziato a preparare il proprio ingresso nella vita pubblica. Nel dicembre 2018 ha fondato il partito Resilienza per Israele, presentandosi alle elezioni del 2019 con un progetto centrista. L’alleanza con Yair Lapid e altre formazioni ha dato vita a Blu e Bianco, il cui nome richiama i colori della bandiera israeliana.

La nuova formazione ha rapidamente conquistato una parte consistente dell’elettorato. Nelle elezioni dell’aprile 2019, Blu e Bianco ha ottenuto 35 seggi, tanti quanti il Likud di Netanyahu, pur senza riuscire a formare un governo. Nel settembre dello stesso anno ha conquistato 33 seggi contro i 31 del Likud, confermandosi una delle principali forze politiche del Paese.

La sequenza di elezioni senza una maggioranza parlamentare chiara ha però posto Gantz davanti a un dilemma: mantenere una posizione di opposizione a Netanyahu oppure accettare un accordo per garantire un governo stabile.

Nell’aprile 2020 ha scelto la seconda strada, entrando in un governo di unità con il premier. L’accordo prevedeva una rotazione alla guida dell’esecutivo: Gantz avrebbe dovuto diventare primo ministro nel novembre 2021, dopo un primo periodo con Netanyahu alla guida del governo. Il progetto non è arrivato a compimento e la coalizione è crollata, aprendo la strada a nuove elezioni.

Gantz è stato ministro della Difesa dal 2020 al 2022 e, dal 2021 al 2022, anche vice primo ministro. Ha poi partecipato al governo di emergenza formato dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, entrando nel gabinetto di guerra insieme a Netanyahu e ad altri dirigenti.

Nel giugno 2024 ha lasciato il governo, accusando il premier di impedire l’avanzamento verso una «vera vittoria» e contestando l’assenza di una strategia politica sufficientemente chiara per il futuro della Striscia di Gaza.

Il generale moderato e il dilemma dell’unità nazionale

Il tratto distintivo del progetto politico di Gantz è stato il tentativo di superare la polarizzazione israeliana attraverso un governo comprendente forze appartenenti a schieramenti diversi. Una posizione che gli ha permesso di attirare elettori moderati, ma che ha anche alimentato dubbi sulla sua capacità di opporsi in modo coerente a Netanyahu.

Le Monde, in un ritratto pubblicato nel marzo 2024, ha descritto Gantz come un rivale discreto e prudente del premier, percepito da alcuni sostenitori come una figura rassicurante all’interno del governo di emergenza. Il quotidiano francese ha evidenziato anche il limite della sua strategia: chi cercava in lui un’alternativa politica netta a Netanyahu si trovava spesso di fronte a un dirigente disposto a collaborare con lo stesso premier che intendeva sfidare.

Questa ambivalenza è diventata particolarmente evidente dopo il 7 ottobre. Gantz ha sostenuto la necessità di mantenere l’unità nazionale durante la guerra, ma ha progressivamente criticato la gestione politica del conflitto. La sua permanenza nel governo di emergenza e la successiva uscita hanno riflesso la difficoltà di conciliare responsabilità istituzionale e opposizione al premier.

La sua idea di unità nazionale, tuttavia, non coincide con un governo aperto indistintamente a tutte le forze politiche. L’appello lanciato in occasione del ritiro è quello per un «ampio governo sionista», che superi le divisioni tra i blocchi tradizionali ma rimanga entro un perimetro politico definito. È una distinzione importante nel panorama israeliano, dove il ruolo dei partiti arabi e delle formazioni non sioniste rappresenta uno dei nodi del dibattito sulle possibili coalizioni.

La crisi di Blu e Bianco e la pressione degli ex alleati

Negli ultimi mesi, la posizione di Gantz si è ulteriormente indebolita. Diversi esponenti hanno lasciato la sua area politica per unirsi a Yashar, il partito guidato da Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e un tempo stretto alleato di Gantz.

Blu e Bianco si è inoltre progressivamente allontanato dal blocco dell’opposizione che punta a sostituire Netanyahu. Mentre il partito cercava di conquistare gli elettori centristi estranei ai due schieramenti principali, i sondaggi lo collocavano ripetutamente sotto la soglia di sbarramento del 3,25%.

Il rischio di disperdere voti ha alimentato le richieste di ritirarsi avanzate da altri leader dell’opposizione. Ancora la settimana precedente all’annuncio, Gantz aveva lanciato una campagna elettorale con lo slogan «Scegliete l’unità, salvate il Paese», cercando di convincere gli elettori che il suo progetto avesse ancora uno spazio autonomo.

La rinuncia è stata accolta positivamente da alcuni degli ex alleati. Eisenkot ha definito il ritiro «la decisione corretta e responsabile» e ha ringraziato Gantz per i suoi anni di servizio alla sicurezza di Israele. Yair Golan, leader dei Democratici, ha sottolineato la responsabilità condivisa delle forze politiche che intendono favorire un cambiamento.

Anche Yoaz Hendel, presidente del Partito dei riservisti e dell’economia ed ex esponente dell’area di Gantz, ha invitato gli elettori centristi a sostenere la propria formazione.

Una carriera politica ancora aperta?

Gantz ha dichiarato di voler continuare a impegnarsi per l’unità nazionale, senza presentare il ritiro come un addio definitivo alla vita pubblica. La sua carriera lascia un bilancio articolato: una lunga esperienza militare, un ruolo centrale nei tentativi di formare governi di unità e una capacità iniziale di raccogliere consensi trasversali, seguite dalla difficoltà di trasformare quel capitale politico in un’organizzazione stabile.

Il suo ritiro mette in evidenza il problema che ha accompagnato tutta la sua esperienza politica: come costruire un’alternativa a Netanyahu senza rinunciare alla possibilità di governare insieme a lui. La strategia della cooperazione ha consentito a Gantz di entrare in esecutivi di unità, ma ha anche reso più difficile presentarsi come il principale punto di riferimento di un’opposizione determinata a cambiare governo.

A otto giorni dalle elezioni, resta da capire come si distribuiranno i consensi che Blu e Bianco avrebbe potuto raccogliere e quale spazio rimarrà per il progetto centrista che Gantz ha cercato di rappresentare.

L’ex capo di Stato maggiore lascia dunque la competizione elettorale con un appello che riassume la sua visione politica: superare le divisioni e formare un governo di unità nazionale. Resta aperta la questione se questa proposta possa sopravvivere al ridimensionamento del partito che, per anni, ha costituito il principale veicolo delle sue ambizioni.

 


bollettino@tin.it

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