"Max nella casa delle spie", di Adam Gidwitz, traduzione dall’inglese di Marina Morpurgo, Giuntina, euro 19

“Vivo a New York e mi piace raccontare storie che terrorizzano i ragazzi ma forse li aiutano a imparare qualcosa”.
Così Adam Gidwitz spiega in un’intervista il desiderio di scrivere per i giovani regalando loro storie avvincenti in cui piccoli eroi sono chiamati a confrontarsi con le ingiustizie che hanno segnato la Storia e le loro vite.
Acclamato e pluripremiato in patria, Adam Gidwitz, autore della trilogia dei Grimm e con Giuntina de “La leggenda dei tre bambini magici e del loro cane santo” che ha ricevuto nel 2024 il Premio Acqui Storia per la nuova sezione ragazzi ed è stato finalista allo Strega ragazzi, è molto apprezzato anche nel nostro paese con il quale afferma di avere un forte legame.
Con il suo ultimo romanzo “Max nella casa delle spie” l’autore ci porta nella Germania e nell’Inghilterra della Seconda Guerra mondiale dove incontriamo un protagonista eccezionale: Max Bretzfeld è un ragazzo ebreo che vive a Berlino con la sua famiglia dotato di un talento straordinario per le radio. La tragica situazione che vivono gli ebrei nella Germania nazista, fra persecuzioni e un antisemitismo crescente, induce i genitori del ragazzo a farlo espatriare in Inghilterra con un Kindertransport (uno di quei treni che hanno salvato molti bambini dalla deportazione).
A Londra vive in una famiglia di spie, i Montagu, che sfruttando la genialità di Max lo addestrano per diventare anch’egli una spia per poi rimandarlo in Germania sotto copertura. Sono due le missioni che il giovane deve portare a termine: la prima è infiltrarsi nella macchina di propaganda tedesca per carpirne i segreti, la seconda è una missione privata che crede di nascondere anche ai Montagu, ritrovare i genitori di cui non ha più notizie.
Una volta in Germania Max riesce a insinuarsi nei sistemi di propaganda che fanno capo a Joseph Goebbels e a sfruttare attraverso sabotaggi e missioni spericolate il mezzo di comunicazione di massa più potente dell’epoca: la radio.
In quegli anni tutti i tedeschi (solo agli ebrei era vietata) possedevano una radio e Max è uno specialista nel creare e distruggere le trasmissioni, quasi l’equivalente dei maghi della tecnologia odierna. E in effetti – spiega Gidwitz in un’intervista – “è stato questo strumento che ha permesso ai nazisti di diffondere menzogne e consentire l’ascesa di uomini forti e bugiardi ...un po’ come oggi accade con le bugie diffuse su internet”.
All’interno della Funkhaus, uno degli edifici più importanti della Germania per lo sforzo bellico adibito alle trasmissioni radiofoniche, Max incontra personaggi equivoci, pervasi dalla criminale ideologia nazista, si trova ad accettare l’invito a un pranzo con Hitler, raccoglie le confidenze di un funzionario dell’Abwehr e vive una miriade di esperienze coinvolgenti e pericolose come capita alle spie adulte.
Ma Max è solo un ragazzino, a volte spaventato, a volte avverte il peso della solitudine e la mancanza dei genitori di cui non smette mai di cercare notizie. Per fortuna il suo creatore pone accanto al giovane, anzi sulle sue spalle, due strane figure che parlano tra loro e gli sussurrano nelle orecchie. In alcune circostanze lo aiutano persino ad affrontare i pericoli che incontra, ma più spesso lo infastidiscono con buffi dialoghi fra loro.
“Max aveva bisogno di qualcuno con cui parlare – spiega Gidwitz – per questo ho creato Berg e Stein che provengono da due mitologie diverse. Il coboldo in quella tedesca è una piccola creatura che crea guai e rende la vita insopportabile; il dibbuk appartiene alla mitologia ebraica, si impossessa delle persone rendendo la vita un inferno”.
Nelle ultime rocambolesche pagine, di cui non sveliamo i particolari per lasciare ai lettori il piacere di scoprire l’evolversi degli eventi, conosceremo il destino di Max. Riuscirà a tornare in Inghilterra sano e salvo dopo aver portato a termine le missioni che gli erano state affidate? Compresa quella segreta di cui le spie inglesi non gli avevano parlato esplicitamente: trovare notizie sui campi di concentramento?
E infine, potrà riabbracciare i suoi genitori?
“Max nella casa delle spie” non è solo un romanzo di formazione in cui l’autore mescola attraverso intrecci narrativi originali suspense e commedia, è un libro dove la grande Storia viene veicolata ai giovani attraverso storie avventurose con personaggi in cui i ragazzi possono identificarsi e dove l’elemento fantastico rafforza i temi cari a Gidwitz: fra i tanti c’è quello della Memoria di ciò che è accaduto in una delle epoche più buie del Novecento e che le nuove generazioni hanno il dovere di conservare e tramandare.
Molto interessante è la postfazione della traduttrice in cui, oltre a citare alcune figure storiche descritte nel libro e realmente esistite, viene evidenziato come nel romanzo che è anche un ritratto realistico e accurato della Germania nazista, convivano in modo perfetto elementi di pura fantasia con un solido impianto storico, frutto di anni di studio di documenti e saggi.
Con una scrittura potente che cattura fin dalle prime pagine l’attenzione del lettore Adam Gidwitz ci restituisce un romanzo che unisce in modo magistrale il ritmo della spy-story alla riflessione storica e, nel contempo, mostra come la propaganda, ieri come oggi, possa influenzare la mente delle persone portandole a credere alle ideologie più nefaste. E come la forza dell’amicizia e dell’ingegno possano
diventare forme di resistenza.
Giorgia Greco