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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
17.10.2026 Il gran giorno in cui i nostri buonisti si trasferiranno in Iran
Commento di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 17 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Il gran giorno in cui i nostri buonisti si trasferiranno in Iran»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Il gran giorno in cui i nostri buonisti si trasferiranno in Iran" 

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

Il compianto critico culturale australiano Clive James di loro scriveva che “non sanno distinguere Karl Popper da Mary Poppins”. 

O se preferite la formula del giornalista canadese Ezra Levant: “Non sanno distinguere Hamas dall’hummus”. 

Partiamo dalla ragazza sulla destra nella foto: la più famosa romanziera irlandese, Sally Rooney (in Italia è pubblicata da Einaudi). 

È ricca, anzi ricchissima, e si definisce “marxista”. 

La tipica occidentale “buonista”, come diceva Oriana Fallaci usando una parola oggi infrequentabile, quelli che pensano sempre “bene” e contano (i soldi) anche meglio. 

Ora la Rooney non può più vendere i suoi romanzi nel Regno Unito. 

Non perché sia una martire pro Pal o una vittima della censura (Londra ha oggi uno dei governi più antisraeliani d’occidente). La scrittrice irlandese ha annunciato di devolvere i suoi guadagni derivanti dagli adattamenti televisivi dei suoi romanzi realizzati dalla BBC a Palestine Action, che è proscritto da Londra come una organizzazione terroristica. “Se questo fa di me una sostenitrice del terrorismo secondo la legge britannica, ebbene, che sia così”, aveva scritto. 

Il suo editore, poco incline al martirio fiscale, non vuole ritrovarsi in tribunale per “finanziamento del terrorismo”. Quindi niente più Normal people in libreria. 

Alcune operazioni di Palestine Action

Un anno fa gli ebrei di Londra si sono svegliati davanti allo spettacolo di vetri in frantumi. 

Uomini mascherati nel cuore della notte avevano ricoperto le pareti di un negozio ebraico di vernice color sangue per ricordare ai residenti la sete di sangue della loro patria: Israele. Perfino la mezuzah, il piccolo rotolo di pergamena che gli ebrei affiggono agli stipiti delle porte per ricordare la propria fede, era stata macchiata di rosso. Fu Palestine Action il responsabile. Alcuni attivisti di Palestine Action hanno fatto poi irruzione nella sede centrale di Bristol dell’azienda di tecnologia israeliana per la difesa Elbit Systems. Due agenti di polizia sono stati colpiti con una mazza e un dipendente ha riportato lesioni alla testa. Uno degli agenti è stato trasportato in ospedale, mentre i suoi colleghi hanno sequestrato mazze, asce e altre armi. L’incursione nella base RAF di Brize Norton nell’Oxfordshire è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per il governo Starmer e Burnham. 

La rivista New York riporta quanto segue:

“Sally Rooney non può pubblicare nel Regno Unito a causa del suo sostegno alla Palestina”. 

Non c’è nulla di vero. 

Per scoprirlo, si può consultare il Telegraph, che segue standard ben precisi:

“I libri di Sally Rooney ritirati dagli scaffali a causa del suo sostegno a Palestine Action”. 

Notate la sottile differenza? 

A giugno, la Corte d’appello di Londra ha stabilito che la designazione come organizzazione terroristica di Palestine Action da parte del governo è legittima: causano danni per milioni di sterline, compiono atti di sabotaggio e rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale e per gli ebrei del paese. 

Questo è lo stesso gruppo che Rooney e altri hanno deciso di finanziare e sostenere. La censura è un’altra cosa. La censura è quella che la Rooney ha imposto ai lettori israeliani quando ha deciso che i suoi romanzi non sarebbero più stati tradotti in ebraico. 

Nelle ultime due settimane abbiamo visto una città olandese mettere al bando i tifosi di calcio israeliani, un festival letterario in Spagna cacciare una scrittrice ebrea argentina e un hotel di Dublino cancellare 70 prenotazioni di ospiti che dovevano partecipare a una conferenza contro l’antisemitismo. 

Eurabia è in marcia….

A marzo, Rooney ha tenuto un discorso in cui ha descritto la sconfitta dello Stato Ebraico come un evento di portata storica mondiale: “Esprimendo solidarietà alla Palestina, stiamo imparando a lottare per la vita sulla Terra”.

Il fine giustifica i mezzi, anche Hamas. 

In iraniano i romanzi della Rooney possono essere letti. Perché l’Iran sì che è un paese libero, è pure capace di attacchi alle basi inglesi ed è accusato di finanziare pure Palestine Action. 

E così si arriva a lei, la ragazza sulla sinistra. 

 

Mentre la pro Pal Sally Rooney piangeva di disperazione per la mancata vendita dei suoi romanzi, in Iran questa ragazza di 23 anni, Najmeh Amini, veniva condannata a morte per “blasfemia” a causa di un post pubblicato sui social media. 

L’accusa è di “sab ol-nabi” (insulto al Profeta). 

“Non voglio erigermi a eroina, chiedo solo una cosa: siate la mia voce”, ha dichiarato dal carcere la Amini.

Non ha milioni di copie vendute, non ha adattamenti BBC, non ha il sostegno di intellettuali che distinguono a stento Karl Popper da Mary Poppins, o Hamas dall’hummus. 

Nessun appello sui giornali occidentali, nessuna marcia contro la censura, nessun sit-in che condanni la pena di morte per una ragazza iraniana che non ha commesso alcuna colpa. 

C’è soltanto il silenzio di chi, in Occidente, sa dove collocare la propria indignazione: sempre dalla parte di chi minaccia l’ordine liberale, mai dalla parte di chi ne è vittima sotto un regime teocratico.

Per lei non c’è alcuna Cage Prisoners, la ong inglese che difende i terroristi islamici e alle cui serate di fundraising presenzia Vanessa Redgrave e che prende soldi, rivela la Reuters, da Anita Roddick, la proprietaria di Body Shop.

Per questi iraniani mandati al patibolo non ci sono le Flotille in cui si imbarca Marlene Engelhorn, che fa parte di un’associazione internazionale di ricchi di sinistra, i “Millionaires for Humanity”. 

Per questi iraniani non c’è nessun Fergie Chambers, il miliardario americano comunista fan di Stalin e Mao e uno degli uomini più ricchi d’America, che quando un giornalista gli ha chiesto se sostenesse Hamas ha risposto: “Sì, Hamas è un gruppo indigeno di resistenza anticoloniale”. 

La Spagna ha appena accettato di estradarlo negli Stati Uniti: Fergie ha ereditato 250 milioni di dollari (la madre è la decima persona più ricca d’America e tra le dieci donne più ricche della Terra) e ne ha dati un po’ a Hamas. Per la sua liberazione si battono attori come Richard Gere e Viggo Mortensen, Greta Thunberg e la filosofa Judith Butler. 

Per questi iraniani non ci sono i super ricchi americani che organizzano i viaggi dei pellegrini politici nella Cuba castrista. 

Per loro nessun George Soros, il miliardario liberal su cui si dicono molte balle per coprire molte verità indecenti e che è dietro molte manifestazioni pro Hamas nei campus americani. 

Per loro nessun Iranian Lives Matter, come quei subdoli capetti arricchiti di Black Lives Matter filo Hamas e che amano le ville alle Bahamas. 

Hamas alle Bahamas potrebbe essere il titolo di un grande libro. 

Rooney è l’autrice di romanzi per eccellenza della classe media occidentale abbiente, di quelli che si trovano in ogni libreria e per i quali ogni istituzione artistica britannica dovrebbe dare metà del proprio budget annuale pur di sentirla parlare. Rooney, il cui anticapitalismo è il sogno bagnato di ogni editore capitalista, incarna il matrimonio tra letteratura e militanza. 

La sua prosa è un bignami di anoressia emotiva millennial: corpi che si sfiorano e dialoghi che sembrano post-it lasciati sul frigorifero. La scrittrice che ha reso sexy la depressione post-coitale difende quelli che il 7 ottobre hanno infilato chiodi, granate e coltelli negli organi sessuali femminili, ragazze israeliane il cui bacino era spezzato per essere state violentate così tanto. 

E pensare che nella decima città italiana più ricca, città pacifista e di sinistra, Firenze, nei giorni scorsi le piazze hanno manifestato per la “fine del sionismo”. 

Strani pacifisti che non disdegnano il passamontagna dei terroristi. 

 

Quel 7 ottobre un aspetto che ha raggelato i patologi israeliani sono stati i proiettili rinvenuti negli occhi delle donne. Come afferma una delle dottoresse interrogate: “Sembra che la mutilazione del volto di queste donne fosse uno degli obiettivi dei loro omicidi”. Mentre gli uomini sono stati umiliati, violentati, a volte castrati, i genitali e gli occhi delle donne costituivano l’ossessione principale dei jihadisti. 

Rooney può permettersi il martirio fiscale e il “fine giustifica i mezzi” perché il suo ambiente culturale la protegge, la celebra e la remunera. Amini no. La sua vita dipende da un giudice che le ha chiesto perché non abbia insultato America e Israele invece del Profeta. È questa la differenza tra chi vive in un sistema in cui la libertà di parola è un dato acquisito — e spesso viene usata per erodere proprio quel sistema — e chi vive in un regime in cui la parola è un privilegio revocabile con la morte.

Io guardo gli occhi di Sally Rooney e non vedo niente. 

Io guardo gli occhi di Greta Thunberg che dice “Bismillah” e non vedo niente. 

Se io invece guardo gli occhi di Najmeh Amini vedo tanta forza, fierezza e fame di libertà. 

Povero e disilluso Occidente che ha offerto sicurezza, lauti redditi, totale libertà di parola e accesso illimitato ai media e che in cambio ha ricevuto una classe che usa tutto questo per sostenere chi vuole distruggerlo. 

Un suicidio lento (neanche più di tanto ormai), finanziato e applaudito da chi può permetterselo. 


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giuliomeotti@hotmail.com

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