Una lettera
Cara Deborah,
ti scrivo per esprimere profonda preoccupazione di fronte alla crescente visibilità che gli atti di antisemitismo stanno assumendo in Italia e in Europa, spesso mascherati da posizioni politiche o ideologiche. L’episodio recente della turista israeliana a Campiglia d’Orcia, in Toscana, alla quale è stato fatto chiaramente intendere di non essere benvenuta dopo che la struttura aveva appreso la sua nazionalità, è solo l’ultimo esempio di una deriva discriminatoria inaccettabile. Alla turista non è stato chiesto cosa pensasse del proprio governo: è bastato il passaporto per trasformarla in un "problema morale".
La storia europea e la nostra Costituzione dovrebbero averci insegnato che la responsabilità è sempre individuale e mai legata alla nascita o al sangue. In Italia la legge parla chiaro: è vietato rifiutare o discriminare un ospite in base a etnia, nazionalità, religione o opinioni politiche. Eppure, assistiamo a un palese doppio standard. Durante l’invasione dell’Ucraina, il nostro Paese ha continuato ad accogliere i turisti russi senza pretendere da loro abiure o prese di distanza dal regime di Putin. Con i cittadini israeliani, invece, questa basilare distinzione tra popolo e governo sembra dissolversi nel silenzio generale.
Non si tratta purtroppo di un caso isolato. Ricordiamo l’hotel di Selva di Cadore che ha definito gli ospiti "responsabili di genocidio", l’agriturismo a Poggibonsi che pretendeva di valutare le opinioni dell’ospite, la struttura a Ragusa o le aberranti uscite dell’albergo di Bergamo. Casi analoghi si registrano anche in Europa, come il divieto d’ingresso a 150 bambini israeliani sui Pirenei francesi.
Se un simile trattamento venisse riservato a qualsiasi altro gruppo etnico o religioso, si scatenerebbe uno sdegno corale. Quando si tratta di ebrei o israeliani, invece, la reazione politica e mediatica appare tiepida o di circostanza. Sconcerta l’ipocrisia di chi si proclama democratico e tollerante, ma tollera al proprio interno esponenti o movimenti giovanili che utilizzano slogan discriminatori come "From the River to the Sea" o "meglio porci che sionisti".
Sulla pelle dei cittadini si ripropone una logica che ricorda le pagine più buie del nostro passato, quando fuori dai negozi si esponevano cartelli discriminatori. Fortunatamente, molti turisti israeliani continuano a viaggiare nel nostro Paese, dimostrando affetto per l'Italia. È ora che le istituzioni e la società civile denuncino con fermezza questi rigurgiti d'odio, ribadendo che nessuno può essere giudicato o respinto per la propria origine.
Shalom
Ablondi Luca
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Caro Luca,
Purtroppo, nessuno reagisce alle azioni di questa feccia di italiani che discriminano, che chiedono abiure, che cacciano cittadini ebrei o israeliani da alberghi, ristoranti, università ecc.
Questa è la cosa più sporca che mi fa andare in bestia. I media danno la notizia e nessuno reagisce, anzi, se tu leggessi quello che scrivono certi lerci figuri sui social ti verrebbe la pelle d'oca. L'Italia sta dimostrando di essere uno dei Paesi più antisemiti d'Europa, fa a gara con i Paesi del nord e con la Francia. Negli anni '30 del secolo scorso scrivevano -vietato entrare ai cani e agli ebrei-, oggi, per rispetto agi animalisti, scriverebbero soltanto -vietato entrare agli ebrei-. Perché i cani, giustamente, vanno rispettati e amati.
Un triste shalom
Deborah Fait