Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "Israele, tre anni dopo il 7 ottobre un cittadino su cinque vive ancora nel trauma"

Tre anni dopo il massacro del 7 ottobre 2023, un israeliano su cinque continua a soffrire di difficoltà psicologiche tanto gravi da compromettere la vita quotidiana. È il risultato più allarmante di una nuova ricerca nazionale pubblicata domenica 11 ottobre, che fotografa una società impegnata a ricostruire la propria normalità mentre una parte consistente della popolazione continua a convivere con le conseguenze del trauma.
L’indagine, realizzata nell’ambito del National Mental Health Barometer, un progetto sostenuto dall’istituto di ricerca dei servizi sanitari Clalit, dall’American Jewish Joint Distribution Committee e dal Myers-JDC-Brookdale Institute di Gerusalemme, si basa su un campione rappresentativo della popolazione israeliana e raccoglie dati aggiornati fino al maggio 2026.
I risultati mostrano una situazione complessa. La maggioranza degli israeliani manifesta segnali di ripresa, mentre una quota significativa presenta sintomi persistenti di ansia, depressione e stress post-traumatico. Secondo il professor Ran Balicer, dirigente di Clalit, per una parte della popolazione la sofferenza psicologica sta assumendo caratteristiche croniche, accompagnate da una profonda compromissione delle capacità di funzionamento quotidiano.
Particolarmente preoccupante è la condizione delle donne tra i 18 e i 35 anni. In questa fascia d’età il 32 per cento riferisce difficoltà significative nello svolgimento delle attività abituali, contro circa il 20 per cento della popolazione complessiva. Quasi una donna su tre presenta inoltre sintomi di ansia, depressione o stress post-traumatico superiori alle soglie cliniche considerate dai ricercatori.
Il dato assume un significato ancora più rilevante se confrontato con l’esposizione della popolazione israeliana agli eventi traumatici. Circa il 15 per cento degli intervistati dichiara di essere stato direttamente coinvolto negli avvenimenti del 7 ottobre oppure di conoscere personalmente qualcuno rimasto ucciso o ferito nei combattimenti successivi. Per comprendere le proporzioni, gli studiosi ricordano che dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti l’esposizione diretta aveva interessato circa il 4 per cento della popolazione.
Anche le immagini hanno lasciato conseguenze profonde. I ricercatori hanno riscontrato un’associazione significativa tra l’esposizione a filmati e contenuti particolarmente violenti e la presenza di disturbi psicologici. Lo studio, tuttavia, non permette di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto.
La ricerca ha esaminato anche le conseguenze sulle relazioni personali. Il 50 per cento degli intervistati riferisce difficoltà nelle attività del tempo libero, mentre il 35 per cento fatica a costruire o mantenere rapporti affettivi e sociali. Molti continuano a lavorare e a occuparsi della famiglia, pur incontrando ostacoli crescenti nella vita di relazione.
Un altro elemento riguarda l’accesso alle cure. Circa un terzo della popolazione ha avvertito la necessità di ricevere assistenza psicologica, eppure la metà di quanti hanno riconosciuto questo bisogno non si è rivolta ai servizi disponibili. Tra le ragioni indicate figurano il desiderio di affrontare autonomamente le difficoltà e la scarsa fiducia nelle forme di trattamento offerte.
Il sostegno familiare e comunitario emerge come uno dei principali fattori di protezione. Due terzi degli intervistati giudicano elevato l’appoggio ricevuto dalla famiglia, mentre soltanto il 39 per cento esprime la stessa valutazione riguardo alla propria comunità. Il 31 per cento dichiara di non disporre di un sostegno adeguato da nessuna delle due.
Per Hadar Samuel, ricercatrice del Myers-JDC-Brookdale Institute, questi risultati indicano che la risposta alle conseguenze psicologiche della guerra deve coinvolgere anche le reti familiari e sociali, rafforzando i legami che aiutano le persone a recuperare stabilità e fiducia.
Il quadro delineato dallo studio restituisce così una delle eredità più difficili del 7 ottobre. La ripresa procede, e per molti israeliani è già una realtà. Per centinaia di migliaia di altri, invece, le conseguenze degli attacchi e dei successivi anni di guerra continuano a incidere sulla possibilità di lavorare, amare, progettare il futuro e vivere serenamente. Una ferita collettiva la cui guarigione richiederà ancora tempo, risorse e un impegno sanitario e sociale di lungo periodo.