Michael Begnini è un libero professionista attivo nel mondo dei servizi informatici, ebreo per scelta da oltre dieci anni. Dal suo primo viaggio nel 2009 è tornato spesso in Israele, ne ha studiato la lingua e ha partecipato più volte ai programmi di volontariato civile di Sar-El, conoscendo così di persona molti aspetti della realtà di cui scrive. Dal 2016 al 2025 è stato coordinatore per l’Italia di Sar-El, facendo da tramite tra i volontari italiani e l’organizzazione israeliana e raccontando questa esperienza in articoli e incontri pubblici. Oggi si impegna a promuovere un’informazione documentata su Israele, contrastando pregiudizi e semplificazioni e contribuendo alla comprensione delle radici storiche, religiose e politiche del conflitto arabo-israeliano.
Ha scritto Nomen est omen in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, con l’intento di proporre una propria chiave di lettura del conflitto arabo-israeliano. Il saggio nasce dalle esperienze vissute e dalle conoscenze maturate a partire dal suo primo viaggio in Israele, nel 2009, e dal desiderio di contribuire a una comprensione più consapevole della complessità storica, religiosa e politica del conflitto.
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SAR-EL - The National Project for Volunteers for Israel
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Michael Begnini
Israele e Palestina: dal fatto teologico alla contesa delle narrazioni
I. Il fatto che la teologia non cancella
Nella dottrina islamica classica, un territorio passato sotto dominio musulmano è considerato parte del dar al-Islam, e la sua perdita è una ferita storica e religiosa. Questa dottrina, riattivata in forma radicale da movimenti moderni, rende l'esistenza di Israele non solo un problema politico ma una questione teologica. Ma qui bisogna essere precisi: la dottrina classica non ha mai imposto una "eterna sottomissione metafisica" di ogni terra una volta islamica. La Spagna, la Sicilia, la Grecia, i Balcani, l'India: tutti territori un tempo islamici, oggi non islamici, e nessuno nel mondo musulmano li considera "eresie metafisiche" che rendono impossibile la coesistenza. La dottrina della terra eternamente islamica è un'arma retorica moderna, non un principio operativo del diritto classico.
È soprattutto l'Iran a contestare il diritto all'esistenza di Israele su basi teologiche. Non si tratta di una rivendicazione territoriale, né di una disputa sui confini: è una negazione che affonda le radici nell’interpretazione rivoluzionaria khomeinista dello sciismo, imperniata sul velāyat-e faqīh, e nella conseguente ideologia anti-imperialista e antisionista della Repubblica islamica. Per Teheran, Israele non è uno Stato da contenere o con cui negoziare: è un'entità illegittima per natura, la cui esistenza stessa è una ferita nel corpo del dar al-Islam. Questa posizione non è condivisa da tutti i musulmani — molti Stati arabi hanno normalizzato o accettato relazioni con Israele — ma è l'Iran a farne il centro della propria politica estera e della propria legittimità rivoluzionaria.
Negli ultimi anni il conflitto ha avuto un viraggio decisivo. Da una lotta per la terra — due popoli che rivendicano lo stesso territorio, con confini, insediamenti, rifugiati, acqua, sovranità — si è trasformato sempre più in una guerra per Allah. Per una parte del mondo musulmano, la questione palestinese non è più una questione nazionale ma religiosa: non si tratta di uno Stato palestinese accanto a Israele, ma della presenza ebraica in terra islamica, che va cancellata. Per gli ebrei e gli israeliani, specularmente, la posta in gioco non è più il confine del 1967 o la sorte dei territori: è la sopravvivenza stessa. Non è più "dove passa la linea", ma "se abbiamo il diritto di esistere". Questo slittamento è il vero cambiamento degli ultimi decenni, e spiega perché il conflitto sia diventato così intrattabile: quando la posta in gioco è teologica, il compromesso territoriale non è più sufficiente.
E soprattutto: Israele è un fatto. Esiste. Ha un governo, un esercito, un'economia, una popolazione. Puoi considerarlo teologicamente illegittimo, ma la teologia non cancella i fatti. L'ISIS considerava l'Iraq e la Siria "fatti eretici" da cancellare: ha perso. La teologia che nega i fatti non li cambia: li rende solo più sanguinosi da affrontare. Il vero problema non è se Israele sia un'eresia. È se chi lo considera tale sia disposto a convivere con un fatto che non può cancellare, o se preferisca continuare a invocare un principio che, applicato alla lettera, non lascerebbe spazio a nessuno.
II. Il waqf e la logica dell'inalienabilità
Se il primo capitolo pone il problema generale — la tensione tra una dottrina della terra eternamente islamica e il fatto dell'esistenza di Israele — il secondo scende al livello giuridico preciso. Il waqf, nella giurisprudenza islamica classica, è un atto giuridico determinato: un bene viene sottratto alla proprietà del fondatore e vincolato in perpetuo a uno scopo religioso o caritatevole. Non può essere venduto, donato o ereditato. Il Waqf islamico di Gerusalemme è tuttora l'unico ente competente sull'Aqsa e sulla Cupola della Roccia.
Questo principio trovò la sua espressione più drammatica nei tumulti del 1929, quando la controversia sul Muro del Pianto e sull'area circostante — riconosciuta come proprietà waqf — divenne il pretesto per una rivolta sanguinosa. La controversia riguardava il Muro Occidentale, il lastricato antistante e il quartiere marocchino, rivendicati dalle autorità musulmane come proprietà waqf; tale qualificazione fu formalmente confermata nel 1930 dalla commissione internazionale istituita dopo i disordini.
La logica del waqf non è quella della proprietà ordinaria: una volta che uno spazio è marcato come islamico, non può più essere condiviso o diviso con un'altra confessione. È una esclusività strutturale, fondata non sul fatto che "noi viviamo qui", ma sull'appartenenza perpetua a Dio. Da questa logica deriva una concezione del territorio come spazio non negoziabile, dove la coesistenza non è un compromesso possibile ma una violazione del principio stesso.
Il momento decisivo di questa logica si consumò il 7 giugno 1967. I paracadutisti israeliani avevano appena conquistato il Monte del Tempio; la bandiera israeliana sventolava sulla Cupola della Roccia. Il generale Mordechai Gur aveva esultato: "Il Monte del Tempio è nelle nostre mani!". Ma poche ore dopo, Moshe Dayan, ministro della Difesa, salì sullo spianata e prese una decisione che avrebbe segnato la storia dei decenni successivi. Fece rimuovere la bandiera israeliana e, dieci giorni dopo, seduto sui tappeti della moschea al-Aqsa con il Cadì di Gerusalemme, concordò che gli islamici avrebbero continuato a gestire la spianata, mentre Israele avrebbe garantito la sicurezza esterna. Agli ebrei sarebbe stato concesso il libero accesso, ma non la preghiera.
Dayan si chiese: "Che ce ne facciamo, di questo Vaticano?". La sua preoccupazione era evitare di "infiammare il mondo musulmano". Ma quella che allora fu presentata come prudenza strategica è oggi considerata, da una parte consistente della destra israeliana, un errore gravissimo in retrospettiva. Con quella decisione, Israele non solo rinunciò alla sovranità sul luogo più sacro dell'ebraismo, ma consegnò al waqf giordano — un'entità che opera secondo il principio di esclusività islamica — il controllo esclusivo di uno spazio che, per la legge islamica, una volta marcato come waqf, non può più tornare a nessun'altra confessione.
L'analogia con Santa Sofia è illuminante. Quando Maometto II conquistò Costantinopoli nel 1453, non lasciò Santa Sofia ai cristiani. La trasformò in moschea. La logica era chiara: la conquista implica il possesso, e il possesso si manifesta con la riconversione dello spazio sacro. Israele, nel 1967, fece l'opposto: conquistò il Monte del Tempio e lo restituì, di fatto, alla sovranità religiosa islamica. Se avesse applicato la stessa logica di Maometto II — se avesse riconvertito la Cupola della Roccia in sinagoga, o se avesse costruito una sinagoga su una parte dell'spianata — la narrativa palestinese di esclusività religiosa non avrebbe avuto il fondamento giuridico e simbolico che ha oggi. Santa Sofia è rimasta un simbolo di conquista perché il conquistatore la trasformò. Il Monte del Tempio è rimasto un simbolo di rivendicazione islamica perché il conquistatore non lo fece. Questa è la differenza tra vincere una guerra e perdere la narrativa che ne segue.
III. La politicizzazione dell'identità palestinese
Dal piano giuridico-religioso scendiamo ora al piano storico-politico. Sull'origine dell'identità palestinese il consenso accademico è più sfumato di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Rashid Khalidi, lo studioso di riferimento su questo tema, è uno storico palestinese, professore di Studi Arabi alla Columbia University, dove ricopre la cattedra intitolata a Edward Said. La sua opera Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness (1997) è il testo fondamentale sull'argomento, e rimane il punto di partenza obbligato per chiunque voglia affrontare la questione senza ideologia.
Khalidi dimostra che esistevano radici culturali palestinesi anteriori al contatto con il sionismo: una coscienza centrata su Gerusalemme, una stampa locale come Filastin (1911), una percezione di appartenere a una comunità distinta. Ma Khalidi stesso riconosce che il conflitto con il sionismo è stato il catalizzatore decisivo della politicizzazione di quell'identità. L'espulsione dei contadini dalle terre a causa dell'immigrazione ebraica, la radicalizzazione delle élite, la delusione del sogno pan-arabo dopo il 1920: tutto questo trasformò una coscienza culturale in un progetto politico.
In altre parole, l'identità palestinese non è nata solo come funzione anti-ebraica, ma la contrapposizione al progetto sionista è stata l'elemento che l'ha spinta da identità culturale a mobilitazione nazionale. Questo non è un giudizio morale: è un dato storico che anche gli studiosi più favorevoli alla causa palestinese riconoscono.
IV. Il paradosso del nome
Infine, il livello più concreto e più paradossale: il nome stesso. "Palestina" non è un'auto-denominazione araba. Nel 135 d.C., dopo aver represso la rivolta di Bar Kokhba, l'imperatore romano Adriano — che regnò dal 117 al 138 d.C., uomo di origine spagnola, filelleno e riformatore dell'impero — rinominò la provincia "Giudea" in "Syria Palaestina". Fu una damnatio memoriae deliberata: cancellare il legame tra gli ebrei e quella terra. Adriano fece radere al suolo Gerusalemme e la ricostruì come colonia romana con il nome di Aelia Capitolina, vietando agli ebrei di entrarvi o abitarvi. Secondo Cassio Dione, quasi 600.000 ebrei furono uccisi nei combattimenti, e molti altri morirono di fame e malattia. Il nome "Palaestina" deriva dai Filistei, gli antichi nemici degli ebrei nell'epoca biblica, un popolo già scomparso dalla storia. Usare il loro nome per battezzare la terra d'Israele fu un insulto calcolato. Gli antichi scrittori ebraici, da allora, accompagnavano il nome di Adriano con l'augurio che le sue ossa marcissero.
Paradossalmente, quel nome creato da Roma per de-ebraicizzare la terra fu adottato nel XX secolo dai nazionalisti arabi come propria etichetta nazionale. Non significa che gli arabi abbiano "scelto" l'identità filistea: non l'hanno fatto. Significa che, nel costruire la propria identità nazionale, hanno ereditato un nome creato da un terzo per fini anti-ebraici.
C'è un dettaglio che rende questo caso unico. Il Mandato britannico si chiamava "Palestina". Quando gli ebrei hanno fondato il loro Stato nel 1948, hanno rifiutato quel nome e hanno scelto "Israele": hanno reciso il nome imposto da Roma e sono tornati a un nome precedente. Gli arabi della stessa terra, nello stesso periodo, hanno fatto la scelta opposta: hanno adottato "Palestina" come identità nazionale. Non perché credessero in Adriano, ma perché quel nome era disponibile, era già in uso internazionalmente, e permetteva di rivendicare una terra senza rivendicare un popolo precedente.
E c'è un elemento che rende questo caso unico: i Filistei non hanno discendenti. Non esiste una lingua filistea, una religione filistea, una memoria filistea. Chi oggi si chiama "palestinese" porta un nome che non ha nessun popolo vivo alle spalle: è un contenitore che è stato riempito con un contenuto nuovo, e quel contenuto si definisce, in larga parte, in opposizione a Israele.
La funzione strutturale di quel nome — recidere il legame tra gli ebrei e la terra — è entrata in risonanza con la rivendicazione politica centrale del nazionalismo palestinese: negare la legittimità del sionismo. Non è una maledizione, ma un paradosso storico: sulla bandiera di un movimento nazionale è cucito l'emblema che un altro impero confezionò contro il popolo che quel movimento combatte.
V. La contesa delle narrazioni
Se il capitolo IV ha mostrato come un nome possa essere appropriato e risemantizzato, questo capitolo mostra come la stessa operazione avvenga su scala più ampia: non solo un nome, ma l'intera narrazione storica di una terra. La costruzione dell'identità palestinese non è stata solo un atto di denominazione: è stata un'ingegneria narrativa sistematica, con una logica ricorrente. Coprire lo strato ebraico o cristiano più antico con uno strato islamico successivo, e poi dichiarare che il rivestimento è l'unica verità.
Il primo esempio è il Monte del Tempio. Dopo la conquista araba di Gerusalemme nel 637, il califfo omayyade Abd al-Malik costruì la Cupola della Roccia nel 691 sul sito del Tempio ebraico. La struttura dell'edificio — base ottagonale, cupola centrale, doppio deambulatorio — imita direttamente lo stile bizantino della Basilica del Santo Sepolcro, con un diametro quasi identico. Si ritiene che la Moschea al-Aqsa fosse originariamente la Chiesa della Theotokos costruita da Giustiniano, trasformata in moschea da Omar. L'architettura islamica fu deliberatamente costruita sopra il luogo più sacro dell'ebraismo, e il suo linguaggio progettuale riprende la tradizione cristiano-bizantina già presente, formando una dichiarazione visiva di eredità e sostituzione. Non è un caso: è una scelta.
Il secondo esempio è la "palestinizzazione" di Gesù. Un articolo dell'agenzia ufficiale vaticana Agenzia Fides afferma che "Gesù era un ebreo palestinese, ebreo a tutti gli effetti sotto il profilo religioso": osservava la legge d'Israele, celebrava le feste ebraiche, frequentava il Tempio e la sinagoga, "ebreo dalla nascita, ebreo fino alla morte". Il mondo accademico conferma che il Gesù storico era un pio ebreo palestinese, influenzato dalla liturgia sinagogale. Il punto non è se Gesù vivesse nella regione chiamata Palestina: viveva certamente in quella che allora era chiamata Giudea e Galilea. Il punto è che l'etichetta politica di "palestinese", emersa nel XX secolo, viene retroattivamente imposta a un ebreo del I secolo. L'effetto è che se Gesù è "palestinese", allora il diritto storico ebraico su quella terra viene trasferito a un'identità nazionale nata molto dopo. Gesù viene spogliato della sua ebraicità e trasformato in un "profeta Isa" della narrazione islamica, recidendo il cordone ombelicale tra cristianesimo ed ebraismo.
Il terzo esempio è la negazione del Tempio. La "negazione del Tempio" (Temple Denial) è definita dal Jerusalem Post come "una pratica nota, il cui scopo è negare qualsiasi presenza storica ebraica in Israele, negando così il diritto di Israele all'esistenza". Il funzionario dell'OLP Ahmad Tibi, interrogato nel 2014 se il Tempio fosse esistito, rispose: "è una cosa immaginaria... hai prove?". L'ex predicatore della Moschea al-Aqsa Ekrima Sabri scrisse che l'esistenza dei due Templi è un "mito". Il presidente dell'Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani, Ali Muhammad al-Sallabi, pubblicò su Al Jazeera un articolo che definisce il Tempio "il cosiddetto Tempio". Non è una disputa accademica: è un'ingegneria narrativa consapevole. Se il legame storico ebraico con il Monte del Tempio può essere negato, allora anche il diritto storico ebraico sull'intera terra può essere negato.
Il quarto esempio è la tesi del "colonizzatore ashkenazita". Questa etichetta riduce gli ebrei israeliani a "coloni bianchi provenienti dall'Europa", inserendoli nel quadro della critica postcoloniale. Ma questa semplificazione cancella deliberatamente due fatti. Primo: la presenza ebraica nelle terre islamiche è precoloniale e indigena. Gli ebrei sefarditi e mizrahim vivevano in Nord Africa, Medio Oriente, Iraq, Iran, Yemen da millenni, molto prima della nascita dell'Islam. Non sono "coloni europei": sono indigeni scacciati. Secondo: l'espulsione di massa dopo il 1948 è storia reale. Circa 850.000 ebrei furono espulsi o costretti a fuggire dai paesi arabi e musulmani, le loro proprietà confiscate, le loro comunità distrutte. Questa storia è completamente ignorata nella narrazione del "colonizzatore ashkenazita", perché distrugge un mito politico necessario: che gli ebrei siano un gruppo estraneo, europeo, coloniale.
La logica comune a tutti e quattro gli esempi è la stessa. Le moschee sul Monte del Tempio coprono il Tempio. La "palestinizzazione" di Gesù copre la sua ebraicità. La negazione del Tempio copre le prove archeologiche. La tesi del colonizzatore ashkenazita copre la storia indigena degli ebrei mizrahim. Ogni copertura è la stessa operazione: rendere invisibile chi è venuto prima, rendere eterno chi è venuto dopo. Non è una maledizione, né un complotto: è una tecnica narrativa, applicata con coerenza in contesti diversi, e riconoscibile proprio perché ripete sempre lo stesso movimento.
VI. La risposta sionista alla teologia islamica
Se il capitolo I pone la sfida teologica, questo capitolo presenta la contro-argomentazione sionista. Il sionismo nacque formalmente nel 1897, oltre dodicimila anni dopo l'Islam. Ma la logica centrale dell'argomentazione sionista non è "chi è venuto prima", bensì "a chi appartiene la terra". Il sionismo non nega l'anteriorità dell'Islam: nega che l'anteriorità dell'Islam possa costituire una fonte di diritto sulla terra.
Primo: il sionismo non è una teologia nata per contrastare l'Islam. È innanzitutto un movimento nazionalista politico. Herzl non era un rabbino, ma un giornalista laico; il suo Der Judenstaat (1896) affrontava "la questione ebraica", non "la questione islamica". Il Primo Congresso Sionista di Basilea (1897) formulò l'obiettivo di creare in Palestina una sede nazionale per il popolo ebraico "garantita dal diritto pubblico" — non dal diritto divino. Il sionismo religioso sorse dopo, e il suo focus era convincere gli ebrei stessi, non dibattere con l'Islam.
Secondo: la contro-argomentazione centrale. La logica della "terra eternamente islamica" si basa su un fatto: la terra è stata conquistata dall'Islam, quindi appartiene all'Islam. La contro-argomentazione sionista è: prima della conquista islamica, questa terra apparteneva già al popolo ebraico. La distribuzione demografica è una fotografia del presente, non un titolo di proprietà storica. Il popolo ebraico ha avuto una presenza continua in questa terra per tremila anni; anche dopo la distruzione del Tempio e la diaspora, c'è sempre stata una comunità ebraica a Gerusalemme, a Hebron, a Safed. Il dominio islamico durò circa 1200 anni, ma non cancellò la connessione storica ebraica.
Terzo: il Corano non menziona Gerusalemme. Il Corano non nomina mai Gerusalemme. La città santa dell'Islam è La Mecca, poi Medina. Gerusalemme diventa sacra solo nella tradizione successiva, per ragioni politiche e dinastiche: la dinastia omayyade, in conflitto con i rivali di Mecca, promosse il sito del Monte del Tempio come alternativa. La tradizione ebraica della Terra Promessa, al contrario, è un patto esplicito, ripetuto più volte (Genesi 15:18-21, Deuteronomio 1:8).
Quarto: la teologia islamica non è monolitica. Molti Stati musulmani — Turchia, Egitto, Giordania, Emirati, Bahrein, Marocco — hanno normalizzato o stabilito relazioni con Israele. Se l'Islam come religione si opponesse intrinsecamente all'esistenza di Israele, questi paesi non avrebbero potuto farlo. L'opposizione a Israele è una scelta politica, non un precetto religioso. L'Iran, Hamas e Hezbollah trasformano la teologia in un'arma politica, non obbediscono a un comando divino.
Quinto: la secolarizzazione del sionismo. Anche ammesso che tutte le teologie siano valide, non si può governare un paese con la teologia. Israele è uno Stato-nazione moderno, non una teocrazia. La Dichiarazione d'Indipendenza del 1948 garantisce "pieno ed eguale diritto sociale e politico a tutti i cittadini, indipendentemente da religione, razza o sesso". Herzl stesso concepiva lo Stato ebraico come soluzione moderna alla questione ebraica, non come realizzazione messianica.
In sintesi: il sionismo è nato dopo, ma non deve recuperare terreno in termini temporali. Ciò che confuta è il principio secondo cui "la conquista costituisce diritto". Il nucleo di quel principio è la logica del potere: chi conquista la terra la possiede. La contro-argomentazione sionista è: la storia ebraica è più antica della storia islamica, e la presenza nazionale ebraica è più continua del dominio islamico. Non è un dibattito teologico, ma una rivalità tra due strutture storiche. E la storia, a differenza della teologia, non si può cancellare con un decreto.
