Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Jns dal titolo: "Basta un secondo per declamare l’accusa: “genocidio”. Ci vogliono ore per confutarla: uno sforzo infinito, estenuante e del tutto inutile con chi in realtà non ha nemmeno intenzione di ascoltare. Non intendo più giustificarmi: la nostra esistenza come popolo e come Stato non dipende dalla volubile benevolenza altrui"
Scrive Raphael Shore: C’è un motivo per cui Israele non può vincere la guerra della comunicazione. Secondo la legge di Brandolini, confutare una falsità richiede uno sforzo enormemente maggiore rispetto a crearla, e questo non è mai stato tanto vero quanto nel caso dell’accusa più alla moda: genocidio.

Raphael Shore
Pronunciare quella parola richiede meno di un secondo. Rispondere a quell’accusa richiede un corso di storia.
Infatti, bisogna portare alla luce tutto ciò che sta dietro quel termine: il significato reale di genocidio; il 7 ottobre e gli ostaggi; l’obbligo di uno Stato di proteggere i propri cittadini; gli obiettivi di Hamas, i suoi tunnel e le infrastrutture militari insediate tra la popolazione civile; le leggi della guerra urbana; il ritiro di Israele da Gaza nel 2005, l’elezione e la presa di potere di Hamas e il successivo sbarramento difensivo da parte di Israele ed Egitto; decenni di negoziati di pace falliti; il 1967, il precedete dominio egiziano e giordano, il 1948, la spartizione e il Mandato Britannico; infine, il plurimillenario legame del popolo ebraico con quella terra, che precede di gran lunga tutto questo.
Un’accusa di una parola contro venti spiegazioni: già alla terza, l’uditorio se n’è andato.

Tel Aviv, 1 febbraio 2025: due israeliani assistono in diretta, su un mega screen in Piazza degli Ostaggi, al rilascio degli ostaggi Ofer Calderon e Yarden Bibas
Il nostro errore è credere che si tratti principalmente di un problema di comunicazione. Se il problema fosse l’ignoranza o la confusione, per risolverlo basterebbero più fatti e una grafica migliore.
Alcune critiche a Israele sono di questo tipo e meritano una risposta.
Ma un’accusa che, come un dogma di fede, nessuna prova può scalfire è tutt’altra cosa, e dovremmo avere il coraggio di chiamarla col suo nome: pregiudizio anti-ebraico o antisemitismo.
L’antisemitismo si è sempre espresso nella lingua che la sua epoca considerava più rispettabile e autorevole, dipingendo costantemente l’ebreo come l’opposto di ciò che quella epoca definiva “il bene”.
Un tempo parlava il linguaggio della religione, poi quello della razza. Oggi attinge al vocabolario morale del nostro tempo: diritti umani, antirazzismo, decolonizzazione, giustizia sociale.
Le parole sono cambiate, ma l’ebreo resta sempre sul banco degli imputati.
Se non lo comprendiamo, passeremo la vita a rispondere ad accuse che, in realtà, non sono mai vere domande.
Spiegare Gaza, spiegare Hamas, spiegare i tunnel e gli ostaggi, spiegare perché gli ebrei hanno (o non hanno) il diritto di difendersi, spiegare il 1967 e il 1948, spiegare perché gli ebrei hanno diritto (come tutti gli altri) a uno Stato.
È un processo infinito, estenuante e palesemente inefficace. A un certo punto, dobbiamo porre fine a questa avvilente soggezione.
Ecco cosa dico io, ed è ciò che penso che dovrebbe dire ogni ebreo, né più né meno.
È evidente che io e te vediamo il mondo in modo molto diverso. Potrei dedicare un’ora o una giornata a spiegarti una storia che non ti interessa affatto ascoltare, ma non ho intenzione di sprecare il mio tempo.
Noi siamo il popolo ebraico di Abramo, Isacco e Giacobbe. Il nostro legame con la Terra d’Israele è iniziato circa quattromila anni prima che esistessero le Nazioni Unite, e non dipende dall’approvazione di nessuno.
Per quasi duemila anni, dopo che la maggior parte di noi era stata massacrata o cacciata dalla propria terra, abbiamo vissuto come minoranze sotto il dominio altrui, sottomessi alla vostra benevolenza, che è sempre stata scarsa.
Siamo stati perseguitati, espulsi, uccisi. Un residuo della nostra gente è sempre rimasto nella terra d’origine, mentre gli altri non hanno mai smesso di pregare per potervi fare ritorno.
Non siamo arrivati in questa terra come estranei: vi abbiamo fatto ritorno e abbiamo ripristinato la sovranità ebraica.
Tuttavia, ciò non ha posto fine all’odio contro gli ebrei. Anzi. Esistono ancora Paesi, movimenti e individui determinati a uccidere gli ebrei e a distruggere lo Stato degli ebrei.
Ma noi non dobbiamo più dipendere dalla volubile benevolenza di nessuno. Grazie a Dio, ora abbiamo la capacità di difenderci.
È esattamente ciò che stiamo facendo, e vedo che questo dà molto fastidio.
Abbiamo fiducia in ciò che siamo e nel nostro amore per la nostra terra.
Abbiamo anche fiducia nella tradizione morale in base alla quale giudichiamo noi stessi, una tradizione che ha contribuito a plasmare le fondamenta dell’Occidente: che ogni essere umano è creato a immagine di Dio, che l’omicidio è proibito, che la giustizia è un dovere e che il potere è subordinato alla legge morale.
Ci assumeremo le nostre responsabilità. Ma non delegheremo il nostro giudizio morale a società che hanno trascorso duemila anni a perseguitare gli ebrei e che continuano a pretendere dallo Stato ebraico standard che non applicano a nessun altro, men che meno a se stesse.
Non abbiamo bisogno del vostro permesso per vivere nella nostra terra. Non abbiamo bisogno del vostro permesso per difendere i nostri figli.
Vedo il doppiopesismo e vedo i vecchi pregiudizi riemergere travestiti sotto parole nuove. Vedo il meccanismo e non intendo stare al gioco.
Potete ingannare moltissime persone, potete persino voi stessi. Ma non ingannate me.
Avete un problema con gli ebrei. Io non ho nessun problema ad essere ebreo. E va bene così.
(Da: jns.org, 7.10.26)