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Il Riformista Rassegna Stampa
10.10.2026 Il 7 ottobre non è stato solo un pogrom antiebraico. È stata una classica scorreria di schiavisti
Articolo di Jns

Testata: Il Riformista
Data: 10 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Jns
Titolo: «Il 7 ottobre non è stato solo un pogrom antiebraico. È stata una classica scorreria di schiavisti»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, l'articolo di Jns dal titolo: "Il 7 ottobre non è stato solo un pogrom antiebraico. È stata una classica scorreria di schiavisti: un atto antico quanto le conquiste in Egitto, Persia, India e Nord Africa, e recente quanto i sanguinari attacchi contro africani in Nigeria e Darfur, e contro alawiti, cristiani, curdi e drusi in Siria"

Charles Jacobs

Scrive Charles Jacobs: Tre anni fa, quando iniziarono ad arrivare le prime testimonianze dei sopravvissuti dai kibbutz israeliani, ebbi la terribile sensazione di averle già sentite.

Ed era così. Le avevo già sentite: nel Sudan meridionale.

Più di vent’anni prima, mi ero recato in Sudan per assistere all’operazione con cui la Christian Solidarity International liberava dalla schiavitù 2.952 neri africani.

La mia organizzazione americana impegnata nella lotta contro la schiavitù aveva contribuito a raccogliere i fondi per riscattare la loro libertà.

Gli schiavi liberati ci raccontarono che gli assalitori arrivavano all’alba gridando “Allahu Akbar!” (“Dio è grande!”) e uccidevano a piacimento.

“Uccisero mio padre davanti ai miei occhi”. Screenshot da un reportage BBC News del 2017 su donne yazidi sopravvissute alla schiavitù sessuale dell’ISIS, intitolato: “Sono stata stuprata ogni giorno per sei mesi”

Stupravano in gruppo donne e ragazze, per poi trascinarle via come prigioniere da usare come concubine o domestiche, oppure per venderle.

Il 7 ottobre 2023, Hamas ha compiuto esattamente lo stesso raid.

Arrivarono all’alba. Passarono di casa in casa nei kibbutz di Be’eri, Kfar Aza, Nir Oz stuprando, mitragliando e uccidendo intere famiglie.

Al festival musicale Nova diedero la caccia ai giovani e li massacrarono a sangue freddo, ignorando le suppliche di pietà.

Violentarono e torturarono sessualmente donne e ragazze, ed anche dei giovani uomini.

Sequestrarono 251 persone e le deportarono a Gaza.

Noa Argamani ha riferito di essere stata usata come schiava domestica.

Uno degli aggressori chiamò i genitori con il telefono di una donna appena uccisa per vantarsi d’aver ammazzato “dieci ebrei” con le proprie mani.

I nemici degli ebrei definiscono il 7 ottobre un atto di “resistenza”.

No. Si è trattato di una classica incursione jihadista: un atto antico quanto le conquiste in Egitto, Persia, India e Nord Africa, e recente quanto i sanguinari attacchi contro popolazioni africane in Nigeria e Darfur, e contro alawiti, cristiani, curdi e drusi in Siria.

Sia Hamas che il regime del Fronte Nazionale Islamico in Sudan, responsabile delle razzie finalizzate alla riduzione in schiavitù, sono ramificazioni dei Fratelli Musulmani.

Lo statuto di Hamas del 1988 invoca apertamente lo sterminio degli ebrei su scala mondiale al fine di distruggere l’unica nazione del Medio Oriente che abbia recuperato la propria terra sottraendola alla conquista jihadista.

Esistono anche legami concreti tra i jihadisti che hanno massacrato e ridotto in schiavitù gli israeliani e coloro che hanno fatto lo stesso con gli africani (nonché con mediorientali e europei).

Per anni, il Sudan ha offerto rifugio a Hamas ed è servito da corridoio per il traffico di armi provenienti dal regime islamico che domina l’Iran, e dirette a Gaza. Non a caso degli attacchi attribuiti a Israele colpirono convogli di armi sul suolo sudanese nel 2009 e una fabbrica di munizioni a Khartoum nel 2012.

I jihadisti responsabili dei massacri e della riduzione in schiavitù di popolazioni africane hanno contribuito ad armare il movimento i cui uomini hanno fatto irruzione attraverso la barriera di confine il 7 ottobre.

Ancor prima che Israele avesse identificato tutte le sue vittime, incominciarono le giustificazioni. Si disse che il massacro aveva un “contesto”, che c’era “un’occupazione”, un “assedio”, una “spirale di violenza”.

Un gruppo di 27 associazioni studentesche dell’Università di Harvard proclamò che Israele era “interamente responsabile” delle atrocità che aveva subìto.

Chiedete alla popolazione del Sud Sudan di quale occupazione sarebbe colpevole.

Chiedetelo ai cristiani dello stato di Plateau, in Nigeria, 200 dei quali sono stati massacrati nei loro villaggi la vigilia di Natale del 2023.

Chiedetelo alle donne yazide vendute nei mercati di schiavi dell’ISIS, o ai 21 copti decapitati uno per uno su una spiaggia libica nel 2015.

Nessuno di loro occupava proprio niente.

Eppure gli assassini li hanno aggrediti lo stesso: con gli stessi slogan, gli stessi metodi e la stessa ingordigia di catturare prigionieri.

Il “contesto” del 7 ottobre non sono la Giudea, la Samaria o Gaza. Sono quattordici secoli di conquiste jihadiste, molte delle quali hanno causato la morte e la riduzione in schiavitù anche di musulmani che si opponevano, come in Nigeria, o che si rifiutavano di abbandonare le proprie culture africane per arabizzarsi, come in Mauritania e nel Darfur.

Negli anni ’90 venni a sapere che le grandi organizzazioni per i diritti umani erano a conoscenza del fatto che, in Sudan, degli arabi tenevano in schiavitù africani neri, e tuttavia avevano scelto di non sollevare la questione perché i responsabili non erano quei “cattivi” occidentali bianchi che i loro sostenitori vogliono vedere messi alla gogna con rituali di autopurificazione che alleviassero il loro senso di colpa per il fatto di essere bianchi.

Per questo, erano pronti ad abbandonare a se stesse le vittime del jihadismo.

Dopo il 7 ottobre, è scattato lo stesso riflesso istituzionale. L’ente ONU “UN Women” ha impiegato mesi per riconoscere e condannare le violenze sessuali contro le donne israeliane.

Importanti gruppi per i diritti umani si sono affrettati a “contestualizzare” il massacro, per poi trascorrere i tre anni successivi a condannare a gran voce la risposta di Israele.

Attivisti nei campus strappavano i volantini con i volti dei bambini rapiti.

Per i Dinka del Sudan come per gli ebrei di Israele, la lezione era la stessa: l’establishment dei diritti umani non muoverà un dito quando sarete torturati, uccisi o ridotti in schiavitù. (…)

(Da: jns.org, 6.10.26)


redazione@ilriformista.it

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