Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Ma che sorpresa. Il terrorista dirottatore ha studiato in Inghilterra"

Giulio Meotti
File separate per uomini e donne. Oggi c’è la sharia in offerta al supermercato.

Non siamo a Kabul, a Teheran o a Raqqa, ma a Londra.
C’è una sottomissione che non ha bisogno di deserti, ma di tempo libero, di reti, di un welfare che dà tutto senza chiedere niente e di istituzioni democratiche accecate dal progressismo.
L’ho scritto tre giorni fa: “Se il nemico è all’interno”.
Il capo dell’MI5 britannico McCallum aveva appena avvertito sul “prossimo 11 settembre che avverrà dove non guardiamo”.
Ma da fatui politici come John Kerry (“la povertà è la causa principale del terrorismo”) a leader religiosi progressisti come Papa Francesco (“la povertà alimenta il terrorismo”) a scrittori come Luis Sepúlveda (“è il capitalismo la causa del terrorismo”), la vulgata più stupida della storia ci ha ammorbato con l’idea che i terroristi siano le povere vittime dell’Occidente, quando un altro caso agghiacciante (non c’era bisogno) dimostra che li abbiamo educati e nutriti noi.
E a noi non piace guardare il casino combinato col multiculturalismo.
Segnatevi questo nome: Buckinghamshire New University.
Si tratta della prestigiosa università pubblica inglese nel Buckinghamshire.
Qui ha preso la laurea Hammam al-Hamami, il terrorista islamico che voleva schiantare il volo Flydubai con a bordo 170 persone.
L’università afferma di essere la prima istituzione di istruzione superiore nel Regno Unito a introdurre corsi di laurea per piloti. La retta costa 10.000 sterline all’anno, per tre anni sono 30.000 sterline, più o meno 35.000 euro. Terroristi povere vittime dell’Occidente?
Poi si scopre che il pilota ha proseguito gli studi in Australia.
E che mentre studiava in Inghilterra serenamente postava messaggi jihadisti.
C’è un motivo se gli Emirati Arabi mesi fa hanno detto di non voler più mandare propri studenti nel Regno Unito: teme che possano tornare fanatizzati.
Inghilterra e Australia sono fra le nazioni più generose, tolleranti e ricche del pianeta. Eppure sono il terreno fertile per chi vuole distruggerci e compiere stragi di massa.
E il caso Hamami è solo l’ultimo.
Come Saajid Badat, che voleva far esplodere un volo di linea: studiava optometria alla London University.
Come Jihadi John, il decapitatore capo dell’Isis: aveva studiato all’Università di Westminster.
Come Zacarias Moussaoui, il “ventesimo uomo” dell’11 settembre: aveva un dottorato alla South Bank University di Londra.
Come Azahari Husin, che mise le bombe a Bali: studi all’Università di Reading. Anche Husin, come il pilota di Flydubai, studiò in Inghilterra e visse in Australia.
Come Ahmed Omar Saeed Sheikh, che ha partecipato alla decapitazione del giornalista Daniel Pearl: laurea alla London School of Economics.
Come Taimour al Abdaly, che si è fatto saltare in aria a Stoccolma: studiava all’Università di Luton.
Come Umar Farouk Abdulmutallab, l’attentatore del volo di Natale Amsterdam-Detroit, figlio di un banchiere, studiava in una delle più prestigiose università del mondo (University College di Londra) e abitava nel cuore chic della capitale inglese a Mansfield Street. Colonne neoclassiche, portone liberty, a pochi isolati da Oxford Street, dove un appartamento costa due milioni di sterline.
Come Omar Khan Sharif, che si è fatto saltare in aria in un caffè di Tel Aviv e aveva frequentato una delle più elitarie scuole del Regno Unito, la Foremarke Hall di Repton, fondata nel 1557 e che annovera tra i suoi alunni scrittori come Roald Dahl, Christopher Isherwood e l’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Ramsey.
Tutti i maggiori atenei britannici hanno sfornato terroristi: Leicester, Luton, Brighton, Glasgow Metropolitan, University of Westminster, Brunel e la London School of Economics, fondata da Sidney e Beatrice Webb.
Veniva dal Buckinhamshire, come il dirottatore, il dottor Bilal Talal Abdulla, che faceva parte del complotto terroristico ordito da quattro medici, due studenti di medicina e un tecnico di ospedale. Medici del National Health Service. Il dottor Abdulla viveva ad Aylesbury, una cittadina del Buckinghamshire. Voleva seminare la morte all’aeroporto di Glasgow. La chiamano “la cellula dei dottori” perché tutti gli arrestati lavoravano in campo medico. Abdulla era un diabetologo al Royal Alexandra Hospital di Paisley. Mohammed Asha era un chirurgo specializzato in neurologia. Con lui c’era la moglie Marwah Dana Asha, palestinese ricercatrice di laboratorio.
Il Daily Mail racconta la vicenda di Fulmer, non lontano da dove viveva il dirottatore di Flydubai: “I residenti di questo ricco villaggio nel Buckinghamshire hanno visto lo sceicco Yasser al-Habib spendere 2 milioni di sterline per acquistare una chiesa evangelica e trasformarla in moschea e centro radiotelevisivo”.
Il Buckinghamshire è una perfetta metafora.
Contea di pendolari e di prati verdi ordinati, dove uno sceicco kuwaitiano ha potuto comprare una chiesa e farne una moschea.
Non è lo stesso fenomeno del pilota, ma è lo stesso clima: una civiltà che ospita senza chiedersi cosa, esattamente, stia ospitando.
Questa foto è la didascalia di chi ha vinto e di chi finge di non accorgersene.

Lambeth Palace, 11 settembre 2026, residenza ufficiale londinese dell’arcivescovo di Canterbury. Data scelta con una precisione che farebbe invidia a un regista di satira. Lo stesso giorno in cui l’Occidente ricordava le Due Torri, l’Anglicanesimo premiava un ammiratore di Osama bin Laden.
A destra nella foto c’è Sarah Mullally: prima donna Arcivescovo di Canterbury (una sorta di capo spirituale della comunione anglicana mondiale forte di 85 milioni di fedeli), sorriso da ricevimento, abito nero da prelato contemporaneo, le mani come se stesse consegnando un premio e non una capitolazione. Al centro, una donna senza nome, senza viso, senza voce: solo un tessuto nero e due occhi ridotti a fessure. A sinistra, Hafiz Muhammad Tahir Mehmood Ashrafi, turbante bianco, barba e il sorriso di chi ha appena vinto senza sparare un colpo.
C’è una frase di Khalid Sheikh Mohammed, che pianificò l’11 settembre, a James Mitchell, il suo interrogatore della CIA:
“Vinceremo perché non vi rendete conto che non abbiamo bisogno di sconfiggervi militarmente; ci basta combattere abbastanza a lungo da far sì che vi sconfiggiate da soli, arrendendovi”.
Anche Khalid Sheikh Mohammed aveva studiato negli Stati Uniti, ci conosceva bene e sapeva di non poter sconfiggere militarmente l’Occidente. Per questo spostò la guerra sul terreno in cui l’avversario è già mezzo vinto: la stanchezza di dover riconoscere e nominare il nemico. Non serve la vittoria militare se l’altro esercito smette di credere di avere il diritto di vincere.
La resa di cui parla KSM non è un trattato firmato a Ginevra. È una sequenza di piccole cecità e abdicazioni.
Si separano le file al supermercato e si chiama “inclusione”.
Si laurea un futuro dirottatore in un ateneo pubblico e si parla di “integrazione”.
Si premia, in una residenza ecclesiastica, il giorno in cui si commemorano le Torri, chi aveva voluto insignire Bin Laden, e si chiama “dialogo”.
Nessuno di questi gesti da solo è una sconfitta, ma insieme sono la sconfitta.
E la nostra “pace multiculturale” è solo l’intervallo prima della prossima capitolazione.
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