Riprendiamo da SHALOM il commento di Ariela Piattelli dal titolo: "7 ottobre. Tre anni dopo, la scelta di ciascuno"

Piazza Montecitorio, 2 ottobre 2026. Alla manifestazione contro il ddl sull’antisemitismo sventolano le bandiere di Hamas e di altre organizzazioni terroristiche che il 7 ottobre 2023 hanno cercato, massacrato, stuprato, rapito e ucciso cittadini ebrei israeliani.
Non è un episodio isolato, e non lo racconto per la sua eccezionalità: è vero il contrario. In questi tre anni abbiamo visto ebrei aggrediti per strada, insulti e minacce, cortei che inneggiano ai terroristi, slogan che invocano la fine di Israele, cattedre da cui si insegnano menzogne, politici e intellettuali che hanno reso quotidiane parole e simboli un tempo impensabili nel cuore delle democrazie occidentali. Montecitorio è soltanto l’ultima fotografia. Per capire come ci siamo arrivati bisogna riavvolgere il nastro: prima il silenzio dopo il massacro, poi la vecchia accusa del sangue tornata a circolare con abiti nuovi.
Un pogrom pianificato e rivendicato è diventato, nel racconto di una parte dell’Occidente, l’alba di una “rivoluzione”. Gli assassini sono diventati combattenti, il terrore una forma di resistenza, e il proposito dichiarato di cancellare Israele e uccidere gli ebrei è stato avvolto nei “ma”, nei “però”, nei “se” di chi, in fondo, ci spera davvero. Film di propaganda pretendono di documentare un genocidio che non c’è mai stato, tacciono il resto e finiscono per assolvere chi ha compiuto la strage.
Questo è il paesaggio in Europa, a tre anni di distanza.
È la forma più subdola e occidentale di antisemitismo, e non è un caso che le bandiere dei terroristi si agitino proprio davanti all’aula dove si prova a scrivere una legge per combatterlo. D’altra parte, chi più dei terroristi vuole la libertà di fare violenza agli ebrei? I loro fiancheggiatori la rivendicano senza pudore e possono continuare, spesso, a farlo indisturbati. Si tratta di un antisemitismo che in Europa trova sempre il contesto dove il sangue ebraico pesa meno. Chi lo giustifica non può rifugiarsi nelle opinioni politiche: dovrebbe piuttosto chiedersi che cosa sta consegnando ai propri figli.
Eppure, riavvolgendo il nastro, c’è un’altra storia, si svolge in Israele e si riflette nelle comunità ebraiche del mondo. Davanti al massacro gli ebrei hanno reagito, ancora una volta, come un unico popolo. Per molti, dopo il pogrom, essere ebrei è tornato a significare appartenenza, responsabilità reciproca, identità.
Israele ha risposto. Ha combattuto e sta combattendo una guerra lunga e durissima, ha dato la caccia ai responsabili del 7 ottobre, ha smantellato gran parte dell’apparato di Hamas e ha eliminato figure centrali delle loro leadership. Ha scelto di difendere la propria esistenza.
Quel giorno di tre anni fa gli assassini si sono filmati da soli. Eppure in molte democrazie c’è stato chi è sceso in piazza a chiedere comprensione per loro. Anche qui, a gran voce, in Italia, un Paese che porta già l’onta dell’attentato alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, quando Stefano Gaj Tachè, un bambino ebreo italiano di appena due anni, fu ucciso. «Noi siamo cittadini italiani – ha detto alla commemorazione del 7 e del 9 ottobre Gady Tachè, fratello del piccolo Stefano –. Noi amiamo l’Italia e amiamo lo Stato d’Israele». E nella Storia rimarrà l’onta per chi oggi piega la verità all’odio antiebraico.