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Il Giornale Rassegna Stampa
07.10.2026 Il 7 ottobre non passa. Ora l’antisemitismo infetta l’Occidente in preda alla psicosi
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 07 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Il 7 ottobre non passa. Ora l’antisemitismo infetta l’Occidente in preda alla psicosi»

Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi, 07/10/2026, il commento di Fiamma Nirenstein dal titolo: "Il 7 ottobre non passa. Ora l’antisemitismo infetta l’Occidente in preda alla psicosi"

 
Fiamma Nirenstein

 

Il 7 ottobre non può essere commemorato. Sta ancora avendo luogo. Quando i terroristi di Hamas hanno sfondato il reticolato avevano chiaro il messaggio strategico: l’aveva stilato in bella scrittura araba, scritto a penna in caratteri piccoli dalla mano stessa di Sinwar. «Andate per distruggere gli ebrei, e con questo non vincerete la guerra, ma vincerete la storia. Distruggerete Israele, la ummah islamica, dar el salam divorerà l’dar el harb. E questa prima conquista precederà la distruzione dell’intera civiltà giudaico cristiana». Due sono i capitoli nella storia del 7 ottobre: quello degli eventi senza precedenti di quel giorno e quello della fase di espansione dentro il potere conoscitivo e morale in Europa e in America attraverso l’antisemitismo. La costruzione di una psicosi collettiva, di una falla nel sistema morale, nel principio di causa effetto, dei concetti di buono e giusto. È di questa rivoluzione mondiale che ci occupiamo quando parliamo del 7 ottobre, oltre che di corpi sventrati e di guerra, ricordando anche come l’antisemitismo sia già stato più volte la mosca cocchiera della crisi delle civiltà che l’hanno generato, della distruzione nazista dell’Europa.

Ma è dalle lacrime e dal sangue che bisogna partire: è la forma, il modo che caratterizza la strage del 7 ottobre che non si mai visto, se non 80 anni fa con la Germania di Hitler. Heinrich Himmler il 4 ottobre ’43 a Posen spiegò a 90 capi delle SS che occorreva sterminare anche i bambini ebrei «per ragioni morali»; la condanna a morte che i loro genitori «meritavano» toccava anche a loro pena un futuro minacciato dalla vendetta. Così, per «motivi morali» i palestinesi hanno deciso di bruciare vivi, fare a pezzi, stuprare e uccidere le famiglie ebraiche dei kibbutz. L’intento morale dell’islam politico è la soluzione definitiva, una religione intrinsecamente anche politica lo ordina. È buono e giusto per Hamas, per l’Iran ed è l’intenzione dell’antisemitismo nei secoli, mondare la Terra dagli ebrei, oggi da Israele in primis, e farne il regno dell’etica che la carta di Hamas persegue. L’imperativo islamico di cancellare e soggiogare, il 7 ottobre si è mostrata nudo.

La resistenza ebraica ha reagito con successo su 7 fronti. Ma la guerra non si è ancora conclusa né sul fronte di Hamas, né in Giudea e Samaria, né con gli Hezbollah, né col maggiore burattinaio l’Iran, mentre si scalda il fronte turco, e il Qatar finanzia a miliardi l’odio. Intanto grandi Intifada, in Francia, ma Spagna e Inghilterra seguono a breve, mettono l’Europa a ferro e fuoco, e New York diventa la città di Mamdani. Con la strage bestiale, subito l’inondazione negazionista antisemita sommerge l’occidente, tutto. Si eliminano gli ebrei cacciandoli dalle università e dal cinema; dalle competizioni sportive e dai premi letterari; dalla politica e dai campionati di calcio, per avvilirli, per terrorizzare le famiglie e i bambini a scuola, gli studenti all’Università, silenziate in tv tutta l’informazione degli ebrei e degli amici degli ebrei. È una Shoah. L’ebreo deve sparire nella rete di menzogne, dalla parola «genocidio» a «pulizia etnica» a «carestia», fino al classico blood libel del sangue dei bambini e dei civili, dei soldati assetati di vendetta, sulla paradossale trasfigurazione di Netanyahu, tacciato di nazismo. La classica logica, la conoscenza, la cultura, la ragionevolezza, persino il principio di causa effetto che in antico hanno incontrato la regola, la struttura, il rispetto per il prossimo imposti dall’ebraismo e dal suo diretto discendente, il cristianesimo, sono spariti in una cultura universalista negatrice della storia, che denigra il suo passato e chiede scusa. La sorte ha alleato la crisi d’occidente con un mondo che perseguita dissidenti donne e omosessuali. La deriva universalistica di una società preda della grande confusione morale e conoscitiva, trova il partner nell’islam militante e suprematista. Così il palestinismo si trasforma in magico recipiente unico per trasferirvi buoni sentimenti, diritti umani, scontro fra oppressori oppressi, fra libertà e imperialismo. Alla rovescia.

Il mondo «per bene» ritiene che il 7 ottobre «non è avvenuto nel vuoto» come dichiarò il segretario generale dell’Onu Guterres. Inaugurava così l’era della caccia all’ebreo con licenza di legalità internazionale. Tuttavia il popolo ebraico sanguinante e offeso, ha da fare. Chi era più dolente degli uomini che si misero al lavoro dopo la Shoah mentre venivano già aggrediti di nuovo? Eppure in nemmeno 80 anni l’unico Paese senza petrolio del Medioriente, così democratico da subire spaccature a ogni momento, così valoroso da vincere su tutti i fronti, generoso tanto da aver tentato di condividere la sua piccolissima terra e averne ricevuto in cambio morsi alla giugulare, sia oggi pieno di bambini e di progetti, abbia un Pil pro capite più alto di Francia, Italia, Inghilterra, la seconda economia pro capite dopo il miliardario Qatar. Le sue invenzioni aiutano il mondo nel campo scientifico, agricolo, tecnologico, medico, della difesa. I suoi servizi segreti evitano il terrore per tutti, le sue squadre di soccorso salvano vittime delle catastrofi in tutto il mondo. La sua gioia di vivere è intessuta di una volontà di pace che, sempre respinta, si insegna a scuola. Ancora nel fuoco del post 7 ottobre, la responsabilità di ogni accusa antisemita deve restare sempre e soltanto degli antisemiti, chi ha rispetto di sé guarda negli occhi il nemico e lo sciocco, senza farsi influenzare da sensi di colpa. E seguita a combattere e a essere se stesso con più forza: il popolo ebraico. Se racconterò quanto l’esercito israeliano combatte cercando di salvaguardare la vita dei civili, se mostrando che la proporzione fra combattenti e civili uccisi è di 1 a 1,2, la più bassa del warfare urbano nel mondo, non sarà per rispondere alla propaganda. Tanto meno per giustificarsi.

La differenza nella lotta contro l’antisemitismo, consiste nella certezza che Israele sa vincere le guerre. L’Occidente intero può vincere con lui se ancora vuole e può. In questo terzo anniversario del 7 ottobre lo scontro è in atto, ed è duro.

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