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Il Foglio Rassegna Stampa
07.10.2026 L’ottavo fronte e il ritorno degli ebrei in esilio
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 07 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «L’ottavo fronte e il ritorno degli ebrei in esilio»

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "L’ottavo fronte e il ritorno degli ebrei in esilio"

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

La

scorsa settimana un volo della El Al proveniente da Tel Aviv è atterrato all’aeroporto di Amsterdam. A bordo, una madre con i figli, giunti in Olanda per la festività ebraica di Sukkot. Dopo aver ritirato i bagagli, si sono diretti al varco “Nulla da dichiarare”. Non hanno fatto molta strada. “Arrivate da Tel Aviv? Venite qui!”.

Tutti i passeggeri sono stati obbligati a sottoporre i bagagli a un ulteriore controllo ai raggi X. Anche la scrittrice Sivan Behr era a bordo: ha percorso tante volte quella tratta, non aveva mai assistito a una scena simile. Ma questa è l’Europa del 2026. Famiglie in arrivo per una festività ebraica si sono viste perquisire le valigie perché provenienti da Israele. Conseguenza di una legge olandese entrata in vigore il 22 settembre. Il provvedimento vieta l’importazione, l’acquisto e la vendita di merce prodotta negli insediamenti israeliani, incluso il vino del Golan usato spesso per le feste. I governi europei, che hanno impiegato vent’anni per inserire i terroristi nelle liste nere e che sottobanco comprano tutta la tecnologia israeliana che possono, hanno iniziato a mettere sanzioni antiebraiche. Intanto Yael, il personaggio di un romanzo dell’autrice Meg Keene, avrebbe dovuto chiamarsi Sue. Questo è uno dei suggerimenti ricevuti da un’agente letteraria – a sua volta ebrea – mentre cercava di vendere il libro. A Keene, autrice di due guide che hanno venduto 150 mila copie, ha anche chiesto di eliminare dal manoscritto espressioni in ebraico, scene ambientate in Israele e una stella di David. Un nome israeliano, le ha detto l’agente, avrebbe potuto destare “preoccupazione negli editori” Keene non ha modificato il libro. E il romanzo non ha ancora trovato un editore. Rebecca “R. F.” Kuang è una scrittrice sino-americana dal notevole successo. Il suo settimo romanzo, “Taipei Story”, è appena uscito. Contiene una scena che vede protagonista un musicista israeliano. E’ bastata a scatenare una campagna di shitstorm letterario, nonostante Kuang sostenesse il boicottaggio di Israele. Le vicende sono riportate in un rapporto dell’Anti-Defamation League che esamina “la cacciata di ebrei e israeliani dalla cultura americana dopo il 7 ottobre”.

Gli ebrei sono tornati in esilio. Non è un esilio di valigie e navi, ma uno sottile e moderno: l’esilio dalla conversazione, dalla libreria, dalla cattedra, dall’albergo, dal festival, dall’aereo. Un esilio in cui si può restare a Tel Aviv ed essere fuori dal mondo che fino a ieri si chiamava “occidente”. Dopo il 7 ottobre, Israele ha smantellato battaglioni di terroristi da Rafah a Beirut. Ma in Europa è accaduto il contrario di ciò che i manuali di guerra promettono. 

Più la campagna militare avanzava, più si restringeva lo spazio in cui un israeliano, o un ebreo che non si fosse dichiarato in tempo “giusto”, poteva apparire senza essere trattato come un estraneo. E’ l’ottavo fronte e non si trova a Gaza. E’ il Campus Einaudi dell’Università di Torino, dove il 7 ottobre si ricorda con un evento intitolato “Tre anni di genocidio, tre anni di resistenza”. E’ la giuria cinematografica a Marsiglia che espelle un regista israeliano. E’ la libreria di Tel Aviv che deve cancellare un incontro con lo scrittore francese Emmanuel Carrère. E’ il microfono a Glastonbury che incita a uccidere i soldati israeliani. E’ il festival letterario di Granada che mette all’indice la scrittrice ebrea Ariana Harwicz. E’ il palco da cui deve scendere Barbara Butch, cantante francese, lesbica, di sinistra ed ebrea. Butch stava cantando “Imagine” di John Lennon.

Immagina se non ci fossero più ebrei. Nell’ottavo fronte non devono più essercene.

La musica è diventata il linguaggio del veto. Quando le cantanti israeliane sono arrivate a Malmö e a Basilea per l’Eurovision, ad attenderle non c’era il tappeto turchese ma una folla che voleva fare loro la pelle. Intanto il Royal Ballet inglese cancellava la “Tosca” da Tel Aviv. Nei musei il veto dilaga, dagli studiosi che rifiutano di parlare al Museo di arte e storia dell’ebraismo di Parigi al British Museum che cancella un evento sulla storia ebraica. Nelle università, l’esilio è legge non scritta. A Gand, Amsterdam, Dublino, Barcellona, Pisa, Bruxelles, i rettorati sospendono gli scambi e chiudono i partenariati. Il New York Times conta più di mille episodi di boicottaggio accademico. Gli scrittori israeliani sono piombati nell’asfissia. Deborah Harris, che per mezzo secolo ha venduto autori ebrei e israeliani in cinquanta paesi, dice che dal 7 ottobre non ha più piazzato all’estero un autore israeliano. Editori che un tempo compravano manoscritti ora chiedono all’agente se l’autore “si è espresso” su Gaza. “Howl”, il romanzo satirico del vincitore del Booker Prize Howard Jacobson sugli ebrei della diaspora dopo il 7 ottobre, è uscito nel Regno Unito a marzo, ma non è riuscito a trovare un editore negli Stati Uniti. Da Isabel Allende a Sally Rooney al Nobel Han Kang, l’ebraico è trasformato in una lingua della vergogna. Si può tradurre in farsi con editori di Teheran, ma non in ebraico a Tel Aviv. Questa settimana, alla Fiera del Libro di Francoforte, l’Istituto israeliano per la letteratura non ha portato un solo scrittore. E l’annuale festival degli scrittori di Gerusalemme, di fronte alle mura della Città vecchia, ha sempre più sedie vuote. I redattori lasciano Guernica, rispettata rivista americana, a causa di un saggio di Joanna Chen, scrittrice israeliana e attivista per la pace. Una casa editrice cancella un libro dello studioso della Shoah Rafael Medoff: non condannava Israele. Al cinema, il meccanismo è ancora più subdolo perché colpisce anche chi Israele lo accusa. Nadav Lapid, feroce dissidente visivo del proprio paese, deve rinunciare a un festival in Francia. Il festival cinematografico israeliano Shalom Europa è cancellato a Strasburgo. A suon di tamburi e megadecibel, le strade d’Europa invocano la distruzione del minuscolo stato ebraico dal fiume al mare. I turisti dallo stato ebraico l’esilio lo scoprono in reception: la nazionalità israeliana è un test politico al check in. L’isolamento aereo è la metafora più letterale dell’ottavo fronte: puoi vincere a terra e scoprire, come i piloti di Brussels Airlines, che nessuno vuole più portarti a casa. Jean Quatremer deve intanto andarsene da Libération dopo quarant’anni: nessun giornalista a sinistra sarà più perdonato se difende Israele. Ed Sheeran, in lacrime, si scusa.

Hamas non doveva sconfiggere l’Idf. Doveva trasformare lo stato ebraico in quello che il romanziere tedesco Maxim Biller ha chiamato il “Morbus Israel”. Il lessico dei terroristi è entrato intanto anche nei manuali di scuola pubblicati da Hachette: “In seguito alla morte di 1.200 coloni ebrei in una serie di attacchi di Hamas”.

Ma mentre l’ottavo fronte si allargava e undici ebrei lasciavano ogni giorno la Francia, in Inghilterra si bruciavano le sinagoghe, i Verdi decidevano che il sionismo è razzismo e in Germania il cancelliere Merz diceva che “gli ebrei sono in pericolo”, il primo fronte attaccato il 7 ottobre, i kibbutz di quel sabato mattina di festa, tornava a essere più abitata di prima del pogrom. Per la prima volta da un anno non è partito un missile da Gaza. Il popolo ebraico non tornerà in esilio.

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