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Il Foglio Rassegna Stampa
07.10.2026 “Fauda” attraversa confini ostili, quando il nostro dibattito pubblico vuole murare ogni finestra
Commento di David Parenzo

Testata: Il Foglio
Data: 07 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: David Parenzo
Titolo: «“Fauda” attraversa confini ostili, quando il nostro dibattito pubblico vuole murare ogni finestra»

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di David Parenzo dal titolo: "“Fauda” attraversa confini ostili, quando il nostro dibattito pubblico vuole murare ogni finestra"

Incontro con David Parenzo • 22 Set 2026 • Teatro Parenti • Milano

David Parenzo

 

C’è un vuoto che la quinta stagione di “Fauda” contribuisce a colmare. E’ la distanza fra sapere che il 7 ottobre è accaduto e riuscire a immaginare che cosa sia stato.

Una casa trasformata in una trappola. La porta di una stanza protetta (tutte le case in Israele hanno un rifugio contro le armi chimiche e non solo) che diventa l’ultimo confine fra una famiglia e i suoi assassini.

La fine improvvisa dell’idea che qualcuno arriverà a salvarti.

“Fauda” è fiction. Ma la grande narrazione sa restituire ciò che una cronologia lascia fuori: il terrore, lo smarrimento, il tempo che si ferma. Ci porta dentro una ferita che, tre anni dopo, continua a condizionare la vita di un paese.

Le immagini autentiche del pogrom esistono. Molte furono girate dagli stessi terroristi, con le telecamere indossate durante l’assalto. L’esercito israeliano ne raccolse una selezione, mostrata a giornalisti e rappresentanti politici in proiezioni riservate. La diffusione del materiale più atroce ha incontrato anche il dissenso dei familiari delle vittime. Non tutto ciò che documenta un crimine può diventare uno spettacolo.

I morti hanno diritto a una dignità, chi li amava ha diritto a non incontrare la loro agonia ogni volta che apre un telefono.

Gli assassini, invece, filmavano. Volevano che l’orrore uscisse dalle case in cui lo producevano, raggiungesse altre famiglie, terrorizzasse un’intera società. La telecamera accompagnava l’arma. La propagazione della paura era parte dell’attacco.

Qui passa una distinzione fondamentale. Nel terrorismo del 7 ottobre, il civile era un bersaglio da cercare. Nella dura guerra condotta da Israele il civile è una persona da provare a proteggere o un drammatico “danno collaterale”: occorre distinguere gli obiettivi militari, valutare il danno prevedibile, prendere precauzioni, rinunciare agli attacchi sproporzionati.

La tragedia dei civili palestinesi merita grande attenzione, e le eventuali violazioni devono essere accertate. La presenza degli ostaggi a Gaza rendeva le operazioni più difficili; non costituisce, da sola, la prova che ogni operazione fosse legittima.

Una casa di un kibbutz non diventa un obiettivo militare perché qualcuno, a migliaia di chilometri, ha deciso di chiamare “resistenza” chi ne sfonda la porta.

E’ anche per questo che “Fauda” aiuta a capire Israele oggi. Restituisce il trauma, il lutto, la rabbia e il rischio che il desiderio di giustizia precipiti nella vendetta. Una nazione ferita che si prepara a votare porta quella mattina anche dentro l’urna. Ci sono responsabilità politiche da discutere, fallimenti da indagare, una fiducia da ricostruire. Il dolore non prescrive una sola opinione politica. Spiega, però, perché nessuna opinione possa più ignorarlo.

Nella settimana dal 7 al 13 settembre 2026, la quinta stagione ha registrato su Netflix 2,1 milioni di visualizzazioni e 15,9 milioni di ore viste, arrivando quarta nella classifica mondiale delle serie non in lingua inglese. Sono dati di quella settimana, non il totale raggiunto finora. La serie è entrata nella Top 10 di 41 paesi. In Libano era prima, in Giordania e Qatar quarta, negli Emirati quinta, in Kuwait nona.

Guardarla non significa approvare Israele. Significa, almeno, accettare di seguire dei personaggi israeliani, ascoltarne la lingua, incontrarne la paura. La curiosità di quegli spettatori dovrebbe interrogarci. Mentre una serie attraversa confini ostili, una parte del nostro dibattito pubblico sembra impegnata a murare ogni finestra.

Alla vigilia del terzo anniversario, a Bologna i Giovani Palestinesi hanno annunciato un’iniziativa universitaria presentando il 7 ottobre come “una delle più importanti azioni della resistenza palestinese”. A Bergamo è stato convocato un presidio per il 7 ottobre davanti al Comune, con un appello che rivendica la resistenza senza escluderne alcuna forma. Per il 10 ottobre, l’appello nazionale rilanciato da Infoaut chiama alla mobilitazione Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Palermo.

Le date e le parole contano. Un annuncio non è un evento già avvenuto. E chi manifesta per i diritti palestinesi non sta automaticamente celebrando Hamas. Proprio per questo occorre leggere ciò che i promotori scrivono e chiedere conto dell’esaltazione esplicita del 7 ottobre. Quale liberazione sarebbe stata prodotta uccidendo persone nelle loro case? Quale futuro palestinese è stato costruito prendendo in ostaggio dei bambini?

Perché una parte del paese trova legittimo, o almeno giustificabile, quel massacro? La domanda riguarda una cultura politica che seleziona le vittime prima di provare compassione. Quando l’israeliano viene ridotto alla categoria di “colonizzatore”, la sua biografia scompare. Diventa più facile spiegare perché meritasse ciò che gli è accaduto. La parola resistenza finisce così per assolvere qualsiasi azione: basta pronunciarla e il morto perde il diritto di accusare il suo assassino.

Da Strasburgo arriva intanto una denuncia inquietante. François-Xavier Bellamy ha accusato Rima Hassan, eurodeputata della France insoumise, di aver gettato a terra le bandiere israeliana ed europea collocate presso una mostra sulle vittime del 7 ottobre. Le immagini della bandiera d’Israele sfregiata al Parlamento europeo ci ricordano che l’odio antiisraeliano e antiebraico è dentro le istituzioni.

Davanti ai volti delle vittime, il dissenso politico dovrebbe sapere fermarsi.

Non lasciamo che il 7 ottobre finisca nel tritacarne della polemica politica. Il dibattito sul ddl contro l’antisemitismo mostra quanto rapidamente una questione che dovrebbe imporreserietà diventi una gara di appartenenza. Discutere un testo, criticarne le norme, chiederne modifiche è legittimo. Trasformare la lotta all’odio antiebraico in una sospetta operazione di censura, prima ancora di confrontarsi seriamente con il problema, è una comoda via di fuga. Nell’appello per il 10 ottobre, del resto, la richiesta di ritirare il ddl compare accanto alla rivendicazione della resistenza in ogni forma. E’ un accostamento che meriterebbe qualche domanda in più e qualche slogan in meno.

Non serve condividere una sola scelta di Netanyahu per riconoscere il pogrom. Non serve rinunciare alla solidarietà con Gaza per rispettare gli assassinati del 7 ottobre. Serve riuscire a vedere delle persone anche quando disturbano lo slogan.

“Fauda”, almeno, ci costringe a guardarle. Acerti professionisti della spiegazione universale basterebbe questo piccolo esercizio: spegnere per un’ora il comizio e accendere la televisione.

Poi potranno tornare a insegnarci tutto sul medio oriente. Magari avendo finalmente incontrato un israeliano, sia pure in una fiction.

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