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Il Foglio Rassegna Stampa
07.10.2026 Raphaël Enthoven ci spiega il lessico del fallimento degli intellettuali
Intervista di Mauro Zanon a Raphaël Enthoven

Testata: Il Foglio
Data: 07 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Mauro Zanon
Titolo: «Raphaël Enthoven ci spiega il lessico del fallimento degli intellettuali»

Riprendiamo dal FOGLIO l'intervista di Mauro Zanon a Raphaël Enthoven: "Raphaël Enthoven ci spiega il lessico del fallimento degli intellettuali"

 

 Mauro Zanon
Mauro Zanon

 

Raphaël Enthoven è una mosca bianca nel dibattito intellettuale francese. Dal 7 ottobre 2023 il filosofo e saggista parigino si batte con vigore contro quella distorsione semantica e concettuale che ha come unico obiettivo la demonizzazione di Israele: l’utilizzo del termine “genocidio” per descrivere la risposta militare israeliana a Gaza dopo il pogrom di Hamas. “Non c’è, e non c’è mai stato, un genocidio palestinese, non c’è, e non c’è mai stato, un tentativo deliberato di sterminare il popolo palestinese a causa della sua identità”, dichiarò Enthoven nei giorni successivi al 7 ottobre, spiegando che le parole hanno un significato preciso e che parlare di genocidio in merito alla situazione a Gaza è semanticamente falso e intellettualmente disonesto. “C’è stato un genocidio armeno, un genocidio ebraico, un genocidio cambogiano, un genocidio dei tutsi in Ruanda, forse anche un genocidio dei tibetani, degli uiguri o dei rohingya; in tutti questi casi si tratta di intenzioni di sterminio pianificate da uno stato”, aggiunse. Da allora si è fatto molti nemici in quella sinistra francese che ha posto la causa palestinese al centro della propria identità, ma sulle pagine del settimanale liberale che dirige, Franc-Tireur, e nei salotti televisivi, anche quelli più ostili, continua a portare avanti la sua battaglia per una discussione razionale su ciò che sta accadendo nel vicino oriente.

“In una certa Francia quando si pensa alla parola ‘genocidio’ immediatamente viene associata la parola ‘Gaza’. Non si pensa al Sudan, non si pensa agli uiguri, non si pensa al Tibet: no, si pensa a Gaza. E’ una sconfitta semantica e al tempo stesso una vittoria dell’opinione maggioritaria”, dice al Foglio Raphaël Enthoven, prima di aggiungere: “Si è voluto attribuire a Israele un crimine così grave da sminuire l’importanza del 7 ottobre. All’origine di questa accusa di genocidio c’è la convinzione che difendere i palestinesi significhi stare dalla parte della giustizia, stare dalla parte degli oppressi. Ma dal 7 ottobre, la difesa dei palestinesi passa anche attraverso l’avallo di crimini innegabili, crimini spaventosi, crimini di cui gli stessi autori si sono vantati. E così il 7 ottobre mette i difensori della Palestina nella situazione di dover difendere l’indifendibile. Possono farlo solo se minimizzano la gravità degli eventi del 7 ottobre e se esagerano la risposta israeliana”. E ancora: “E’ per questo motivo che, invece di parlare di terrorismo, parlano di resistenza, come se lo stupro o il rapimento di bambini fossero una forma di resistenza. Ed è per questo motivo che, ignorando i dati secondo cui tra i morti vi è una maggioranza di uomini in età da combattimento e secondo cui non siamo di fronte a un genocidio ma oggettivamente a una guerra, si esagera definendo la risposta israeliana come un genocidio, in modo tale che, di fronte alla portata dei presunti crimini di Israele, si finisca, in un certo senso, per considerare il 7 ottobre come un dettaglio”.

Enthoven ha perso diversi amici a Parigi dopo il 7 ottobre. Amici musulmani, soprattutto, che fino a quel momento avevano difeso strenuamente la République e la sacra laicità, ma che si sono rivelati incapaci di definire i massacri di Hamas del 7 ottobre come “attacchi terroristici”, preferendo parlare di “atti di resistenza”. Da quella perdita, nell’agosto 2024, è nato un libro intitolato “Lettre à un ami arabe” e pubblicato dalle Éditions de l’Observatoire. “Nel dibattito pubblico ci sono due categorie di avversari: coloro che usano deliberatamente il termine ‘genocidio’ per delegittimare Israele, invocarne la scomparsa o la trasformazione in uno stato binazionale, e coloro che non hanno il coraggio di opporsi a ciò”, spiega Enthoven. “L’esempio più calzante è il recente episodio in cui Rima Hassan (eurodeputata della France insoumise, il partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, e pasionaria della causa palestinese, ndr) ha lanciato una fatwa contro Gisèle Journo, fondatrice e direttrice di un’agenzia di influencer, Gisèle Paris, perché ha condiviso su TikTok le stories di un militare israeliano. Dopo la fatwa, Journo è stata cancellata dalle stories di tutte le persone che avevano trascorso l’estate con lei, a cominciare da Léna Situations, che è una star. E’ questa la categoria più temibile, ossia le pecore, quelli che hanno paura di opporsi ai pazzi che parlano di genocidio, quelli che seguono il gregge. I codardi sono più pericolosi dei pazzi, perché i codardi sono più numerosi”, afferma il filosofo francese.

Il 1° maggio 2024, giorno della Festa del lavoro, reagendo all’espulsione da un corteo di Saint-Étienne dell’eurodeputato socialista e leader di Place Publique Raphaël Glucksmann, espulsione a opera di un gruppuscolo di facinorosi appartenenti alla France insoumise, Enthoven scrisse queste parole su X: “La France insoumise è un movimento detestabile, violento, complottista, appassionatamente antisemita e guidato da un portavoce che nessuno ha eletto”. Per quel messaggio le truppe mélenchoniste lo trascinarono davanti ai giudici con l’accusa di diffamazione, e persero. Per la diciassettesima camera del Tribunale giudiziario di Parigi non si era infatti macchiato di nessuna “diffamazione”: il direttore di Franc-Tireur aveva soltanto espresso un’opinione, che come tale rientra nel campo della libertà d’espressione. “Dal 7 ottobre in poi, la France insoumise ha avuto un ruolo considerevole nella liberazione della parola antisemita in Francia”, dice Enthoven, puntando il dito in particolare contro Rima Hassan. Che “avalla, ritenendole legittime, le azioni di Hamas, e conferisce contorni giuridici alla sfrenatezza dell’antisemitismo più primitivo. In questo, la sua responsabilità è minima rispetto a quella della France insoumise, che le ha riservato un posto importante all’interno del suo organigramma, che ha deciso di elevarla a icona e di raccogliere i frutti dell’idolatria di cui gode”.

Il fallimento morale della classe intellettuale nel raccontare Gaza va oltre le frontiere francesi. “‘Genocidio’ è un termine diffuso in tutto il mondo, utilizzato dalle anime belle per criminalizzare l’unico stato ebraico del pianeta nonché l’unico stato democratico del mondo arabo. I democratici hanno trovato il modo di essere democraticamente antisemiti. Non si lasceranno sfuggire un tale piacere”, dice con toni caustici Enthoven. Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, ne è l’incarnazione. “E’ un’hamasnik, difende Hamas, ne riprende la retorica, afferma che Hamas non è colpevole, che non è un’organizzazione terroristica, ma un movimento politico del tutto rispettabile. Albanese ha fatto fischiare i sindaci che osano parlare degli ostaggi in sua presenza”, sottolinea Enthoven, riferendosi all’episodio accaduto nell’ottobre del 2025, quando il sindaco del Pd di Reggio Emilia Marco Massari fu fischiato e contestato dalla platea in presenza di Albanese (che lo rimproverò) per aver indicato la liberazione degli ostaggi israeliani come una delle condizioni per il raggiungimento della pace a Gaza. “Albanese è la vostra Rima Hassan – prosegue Enthoven – Ma la tossicità di questi individui è pari alla nostra vigliaccheria. In un mondo normale, in cui ognuno difende con fermezza ciò in cui crede, discorsi come questi sarebbero immediatamente ricoperti di infamia, proprio come lo erano i discorsi di Jean-Marie Le Pen negli anni Ottanta”.

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