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Il Riformista Rassegna Stampa
07.10.2026 A Napoli il 7 ottobre si proietta l’altra storia: spazio a Naza, schiaffo a Israele
Commento di Enrico Cerchione

Testata: Il Riformista
Data: 07 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Enrico Cerchione
Titolo: «A Napoli il 7 ottobre si proietta l’altra storia: spazio a Naza, schiaffo a Israele»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Enrico Cerchione dal titolo: "A Napoli il 7 ottobre si proietta l’altra storia: spazio a Naza, schiaffo a Israele"

Mercoledì 7 ottobre alle 21:15, il Cinema Metropolitan di Napoli fa una programmazione straordinaria, una serata. Proiezione speciale di Naza, e a seguire incontro. Sul palco, o comunque nella locandina: Marisa Laurito, presidente onorario dell’associazione Fermatevi; Omar Suleiman, della comunità palestinese; Nino Daniele, segretario di Fermatevi; Monica Ruocco, arabista; Andrea Morniroli, assessore alle Politiche sociali e alla Scuola della Regione Campania. Contributo video di Moni Ovadia. Chiusura con l’hashtag dell’associazione: una serata per la pace e l’impegno civile.

La data che colpisce non è un caso, un refuso del cartellone. È mercoledì 7 ottobre. Il terzo anniversario del giorno in cui Hamas, e chi con Hamas (i tanti civili di cui non si parla), è entrato nei kibbutz e al rave del Nova, ha ucciso circa milleduecento persone, ne ha rapite duecentocinquantuno, ha stuprato, bruciato, filmato nel giubilo (questo sì, mancava ai nazisti). Il pogrom più grande contro gli ebrei dopo la Shoah. A Napoli, in quella data, la serata speciale non è sulla memoria di quel giorno. È su Gaza, e su un film il cui titolo italiano in locandina recita: “Quando la morte diventa un algoritmo”.

Vale la pena dirlo subito, perché altrove qualcuno se n’è accorto. In Olanda i cinema hanno sospeso Naza il 6, il 7 e l’8 ottobre. Non per censura governativa: su richiesta degli stessi registi, dopo minacce alle loro famiglie. Il distributore olandese ha spiegato che la rabbia era diretta proprio alla scelta di far uscire il film a ridosso del 7 ottobre, percepita come un insulto ai familiari delle vittime. Sabine Taassa, sopravvissuta alla strage, il marito e il figlio uccisi, ha detto ai registi una frase che a Napoli domani sera non avrà un microfono: “Guardatemi negli occhi, mio marito e mio figlio sono stati assassinati da Hamas, dove appare tutto questo nel vostro film?”. Appare poco. L’esercito israeliano, dopo aver visto il film, ha risposto per iscritto e nel dettaglio. La definizione scelta è “Distorto, fuorviante e capzioso”. Il Guardian ha respinto la replica. Restano due versioni. Una è quella dei sostenitori di Hamas, dei terroristi; l’altra quella di un esercito di un Paese democratico. A chi si dà credito?

Nulla sul 7 ottobre, che nel film è lo sfondo da cui si parte per non tornarci. È questo il punto, non la liceità di criticare una guerra. Quello che non si può è scegliere il giorno del pogrom per la serata speciale, e chiamarla pace. In Olanda la data è stata giudicata un insulto persino da chi il film lo ha fatto. A Napoli la data è il manifesto. Non hanno aspettato l’8, come spesso si aspetta l’8 per parlare d’altro o come hanno fatto con l’hashtag “genocidio”. Hanno preso il 7. Il giorno in cui la memoria dovrebbe essere stretta, loro la coprono con un altro racconto, già premiato, già applaudito, già contestato alla radice dalle fonti ufficiali che il film incrimina, e blindato dal certificato morale di chi lo firma: israeliani, ebrei, quindi insospettabili, meritevoli come Ovadia. È il vecchio trucco dell’alibi. Non dimostra che il film sia vero. Dimostra che chi lo usa sa di aver bisogno di un lasciapassare.

Due settimane fa, a Roma, nella notte di Yom Kippur, le pietre d’inciampo di via Dandolo a Trastevere (Michele Ezio Spizzichino e Aurelio Spagnoletto, deportati e uccisi ad Auschwitz) sono state imbrattate di verde e nero. Non è la prima volta per quelle due targhe. Il gesto è lo stesso della serata napoletana, solo più rozzo: si prende una memoria ebraica e la si riscrive con un’altra causa. A Roma con la vernice. A Napoli con la locandina, l’assessore, l’attrice, il contributo video.

Fermatevi, si chiama l’associazione. Fermatevi, sì. Non davanti a un film. Davanti a un calendario. Il 7 ottobre non è una data neutra su cui appoggiare un dibattito. È il giorno in cui milletrecento famiglie, o quelle che ne restano, contano i morti e gli ostaggi che non sono tornati. Occuparlo con la proiezione speciale del documentario, che quel giorno tenta di oscurarlo, non è impegno civile. È una scelta. È una scelta da miserabili. Prendere il giorno in cui hanno ammazzato, stuprato e filmato gli ebrei, coprirlo con un altro racconto e chiamarlo pace. Gli slogan si applaudono. Il 7 ottobre, no.

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