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Il Foglio Rassegna Stampa
03.10.2026 I terroristi hanno dirottato i giornali italiani
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 03 ottobre 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «I terroristi hanno dirottato i giornali italiani»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "I terroristi hanno dirottato i giornali italiani" 

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

Oggi l’11 settembre verrebbe titolato così dai giornali italiani: “incidente nei cieli”, “litigio in volo”, “rissa in cabina di pilotaggio”. 

Non “terrorismo”, sicuramente non “terrorismo islamico”.

Aveva ragione Nietzsche: “Ancora un secolo di giornalismo e le parole puzzeranno”. 

Sul dirottamento ho scritto che siamo infiltrati e la sicurezza compromessa. 

Ma quanto sono compromessi i nostri giornali e media? Vediamolo.

“Profondamente preoccupato per l’incidente avvenuto sul volo Flydubai”.

Così niente meno che il ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, la dimostrazione che non tutti gli ebrei sono intelligenti. 

“Incidente”? 

I musulmani sono invece la classe di persone più protetta al mondo. 

Possono dirottare aerei, accoltellare passeggeri e personale di volo, provare a schiantare a terra 170 persone e i politici e i media li copriranno. 

Sono peggio di Al Jazeera, che almeno ha l’alibi di essere a libro paga dell’emiro e di essere stata usata come buca delle lettere da Osama bin Laden. 

Sono trascorse 48 ore da quando Israele, per evitare un 11 settembre contro i grattacieli Azrieli di Tel Aviv, stava per abbattere con i caccia militari un aereo carico di propri civili e dirottato sopra gli Emirati. 

E 48 ore sono sufficienti per fare un bilancio. 

Questa è la BBC: “Una lotta fra piloti”. 

 

Questo è il New York Times: niente “terrorismo”. 

Figuriamoci “terrorismo islamico”, anche se il pilota dirottatore, racconta un collega, “rifiutava di stringere la mano alle donne”. 

 

Il New York Times ha mostrato un moderato miglioramento utilizzando finalmente il termine “accoltellamento”, ma solo nel sottotitolo e attribuendolo al primo ministro israeliano.

 

Questa è l’Associated Press: “Un pilota a bordo di un volo con israeliani ha accoltellato un altro pilota e ha apparentemente tentato di far precipitare l’aereo, ha dichiarato Netanyahu”. 

D’altronde l’Associated Press - l’agenzia più importante del mondo - è arrivata a vietare ai giornalisti l’uso dell’espressione “immigrato illegale”.

 

Questa è France 24: “Lite tra piloti”. 

 

Questa è la Reuters: “Netanyahu afferma che un pilota è stato arrestato dopo un alterco su un volo della Fly Dubai diretto in Israele”.

 

Questi sono tutti gli altri: si va da “rissa” ad “alterco”. 

 

La lingua in Occidente si è fatta airbag.

Basta leggere Honestreporting. 

Non tutti i dettagli erano noti quando i primi allarmi sono arrivati nelle redazioni dei giornali. Ma abbastanza: fin dall’inizio, ogni segnale disponibile puntava nella stessa direzione. Si trattava di un dirottamento e di un attacco terroristico.

Il codice del transponder associato al dirottamento era visibile sui servizi di tracciamento dei voli. La discesa anomala dell’aereo era registrata in tempo reale. Subito dopo l’atterraggio di emergenza, video girati dai passeggeri hanno cominciato a circolare online: uomini insanguinati a bordo e passeggeri che descrivevano un attacco, un pilota sbudellato a terra. 

La natura di ciò che era accaduto era già emersa dall’aereo stesso, non ore dopo tramite comunicati ufficiali.

Eppure, in gran parte dei media internazionali, una formula si è rivelata sorprendentemente difficile da abbandonare: “Rissa tra piloti”.

 

Tutte le testate, CNN, Sky News, The Guardian, USA Today e il Financial Times, hanno continuato, anche dopo l’atterraggio in Arabia Saudita, a descrivere l’accaduto come una “lite in cabina di pilotaggio”, una “violenta colluttazione” o uno “scontro”. 

Sky News ha detto agli spettatori che i piloti erano “venuti alle mani a metà volo”. USA Today ha titolato su un’“apparente rissa tra piloti”. CNN ha continuato a usare “violenta colluttazione” anche mentre riferiva dell’accoltellamento e di una picchiata di 17.000 piedi.

A quel punto non era più una questione di semantica. Erano solo menzogne su ciò che, a bordo, si sapeva già essere accaduto. 

Se ci si sposta in Italia, il giornalismo è stato ancora più commovente.

Il Messaggero: “Accoltellamento tra piloti”. 

Corriere della Sera: “Lite in cabina”. 

La Repubblica: “Lite tra piloti”. 

Il Fatto Quotidiano: “Lite tra piloti”. 

E in poche ore tutti i giornali avevano già il nuovo 11 settembre dietro la telenovela su Garlasco. 

D’altronde sono gli stessi giornali italiani che pensavano che a Gaza bastasse mettersi una pettorina con scritto “Press” per diventare un giornalista.

170 giornalisti di Gaza uccisi non erano giornalisti, ma terroristi. Eccone i volti:

 

La settimana scorsa sul mio giornale ho pubblicato una pagina dal titolo “Terroristi, il termine proibito”. 

Qualche esempio?

La CBC canadese ha detto che quelli dell’11 settembre non vanno chiamati “terroristi”. 

La copertura della BBC dell’11 settembre si è concentrata sull’“islamofobia”. In un servizio intitolato “Cosa stiamo ancora imparando dall’11 settembre”, l’espressione “attacco terroristico” appare una sola volta: meglio “attacchi contro gli Stati Uniti”. In un podcast dedicato all’11 settembre, il conduttore della BBC ha descritto gli eventi come se stesse raccontando una tragedia accidentale: “Quasi tremila persone persero la vita quando alcuni aerei si schiantarono contro le Torri Gemelle del World Trade Center e il Pentagono. Un quarto aereo precipitò in Pennsylvania”. Una fonte di Westminster ha detto che è stato “come iniziare le commemorazioni dello sbarco in Normandia ricordando le sofferenze dei nazisti”. Catherine Leng, ex giornalista della tv pubblica inglese, ha scritto: “Le parole che ho sentito alla BBC: islamofobia, sproporzionato, comunità musulmane. Le parole che non ho sentito: terroristi islamisti”.

 

“Avevo riportato numerose ferite ma mi sono detto che dovevo alzarmi e agire. Quando sono caduto, ho sentito l’aereo precipitare. In quel momento ho trovato la forza di aprire la porta della cabina”. 

Inizia così il racconto del pilota indiano Smit Machchhar che, in una videochiamata con il premier indiano Narendra Modi, racconta di aver aperto la porta della cabina di pilotaggio dell’aereo Flydubai mentre era a terra, ancora sotto attacco da parte del suo copilota.

“Stavo lottando per la mia vita. Mi sono reso conto che se non avessi mostrato coraggio, 170 passeggeri sarebbero morti”.

Ma la BBC è appena riuscita a mettere tra virgolette anche la parola “eroe” per il pilota indiano che ha evitato un altro 11 settembre. 

 

D’altronde per l’Associated Press, il capo di Hezbollah era “un oratore focoso visto come un estremista”. Percepito, un po’ come il genere sessuale.

Il Washington Post ha parlato del capo dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, come di un “austero studioso religioso”. Il giornale dovette cambiare il titolo in “leader estremista”, che per uno che aveva quattro moglie e quattro schiave sessuali e organizzato il genocidio degli yazidi faceva comunque troppo ridere.

Ma di fronte a un imminente 11 settembre neanche io avrei pensato che potessero parlare di “lite”, “lotta” e “alterco”. Ma evidentemente i terroristi hanno dirottato anche i nostri giornali. 

 

Il New York Times ci sta facendo sapere che sono stati i “militanti palestinesi” e gli “estremisti tedeschi” - mica terroristi - ad aver dirottato il volo Air France da Atene a Parigi e ad aver preso oltre 100 ostaggi ebrei in Uganda.

Il New York Times dovrebbe rifare allora la prima pagina dell’11 settembre: 

“Aerei dirottati verso le Torri Gemelle dopo litigio tra passeggeri”. 

Dunque, un pilota vuole far cadere l’aereo dopo aver accoltellato il collega pilota, che, ferito, apre la porta; altri irrompono, afferrano, atterrano. C’è un soggetto e un oggetto. C’è un’intenzione. E l’intenzione è ciò che la lingua ufficiale odia di più, perché l’intenzione costringe a nominare un nemico.

E l’Occidente, da quando ha deciso di vivere in un eterno dopocena umanitario, non sopporta più i sostantivi che tagliano. 

Preferisce i diminutivi, le perifrasi, i sostantivi-cuscinetto. Così un islamista che, in cabina, affonda la lama nel collega e tenta di far cadere un tubo d’alluminio pieno di israeliani diventa, a seconda della redazione, una “lotta”, un “alterco”, una “lite” o un “accoltellamento tra piloti”. Come se due commessi avessero litigato per il turno del caffè.

Non è disattenzione né sciatteria o mancanza di professionalità. 

 

In Les Marchands de Nouvelles, Ingrid Riocreux ci offre una splendida decostruzione del linguaggio dei giornali e delle loro tentazioni totalitarie di rieducare l’opinione pubblica. 

Riocreux descrive i centri di formazione per giornalisti (che hanno lo stesso ruolo ideologico degli istituti di formazione per insegnanti). Sottolinea “la tendenza globale dei media a considerarsi la coscienza morale della nostra società. Come la parola di Dio fa accadere la realtà, i giornalisti sembrano pensare che la loro parola abbia il potere di far accadere ciò che è. Di conseguenza, viceversa, tacere una realtà contribuirebbe a relegarla al non essere, come se il silenzio avesse il potere di abolire la realtà”.

A Netflix hanno già intanto pronta l’edizione cinematografica della “lite”. L’uomo bianco questa volta sarà valorizzato. 

 

Deve esserci un motivo se i terroristi islamici ci odiano così tanto. Deve essere il nostro masochismo. 

Consiste nel trovare, in ogni coltello e pistola e bomba che ci è rivolto, la prova della nostra colpa. Se un pilota tenta di far cadere un volo carico di ebrei, la prima domanda non è “chi è, che voleva, da dove viene il suo odio?”, ma “cosa hanno fatto perché questo accadesse?”. 

Resta la grande domanda che Philippe Muray poneva nei suoi Cari jihadisti: e se il terrorista non volesse il nostro riconoscimento, ma la nostra scomparsa?

A giudicare dalla lettura dei giornali, il dirottamento sta riuscendo alla grande. 

Dall’apocalisse ci separano tanta fortuna, due titoli di giornale e tre tizi israeliani figli di un popolo che dice le sue preghiere e ha ancora l’istinto di difesa. 


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