Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Rosa Davanzo dal titolo: "Milei canta «Am Yisrael Chai» nel cuore di New York"

Il presidente argentino visita una yeshiva nel Queens, riceve il premio Ohev Yisrael e ribadisce pubblicamente la sua vicinanza al popolo ebraico
Javier Milei balla circondato dagli studenti di una yeshiva di New York e canta con loro «Am Yisrael Chai», il popolo d’Israele vive. La scena dura pochi minuti, abbastanza però per condensare in un’immagine una scelta politica che il presidente argentino porta avanti da quando è arrivato alla Casa Rosada: esibire apertamente il proprio legame con Israele e con il mondo ebraico, anche in una fase nella quale quel legame espone un capo di governo a critiche e contestazioni.
Milei si trovava a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite quando martedì ha raggiunto la Yeshiva Darchei Torah di Far Rockaway, nel Queens, una delle più importanti istituzioni educative ortodosse della zona. Ad attenderlo c’erano dirigenti, rabbini e studenti. La scuola gli ha consegnato il premio «Ohev Yisrael», letteralmente «colui che ama Israele», riconoscimento attribuitogli per il sostegno manifestato al popolo ebraico e allo Stato di Israele.
Poi il protocollo ha lasciato spazio alla festa. Le immagini mostrano Milei in mezzo ai ragazzi mentre danza e intona con loro «Am Yisrael Chai», espressione diventata dopo il 7 ottobre uno dei simboli della solidarietà con Israele e con le comunità ebraiche della diaspora.
Il presidente argentino aveva già pronunciato davanti agli studenti un discorso nel quale aveva ringraziato per il premio, soffermandosi sul suo significato e sul rapporto personale che da anni coltiva con l’ebraismo. Milei studia la Torah, frequenta ambienti religiosi ebraici e ha più volte parlato pubblicamente della propria ammirazione per la tradizione e il pensiero ebraici. Il suo interesse religioso si accompagna a una scelta diplomatica altrettanto esplicita. Dall’insediamento nel dicembre 2023 ha fatto del rapporto con Israele uno degli assi della propria politica estera.
Il significato della visita newyorkese sta anche nel momento in cui avviene. Milei arriva nella yeshiva mentre il rapporto fra Israele e una parte consistente dei governi occidentali attraversa una fase di forte tensione. Le critiche alla guerra a Gaza sono aumentate, così come le pressioni diplomatiche sul governo israeliano, mentre nelle comunità ebraiche occidentali resta alta la preoccupazione per la crescita degli episodi di antisemitismo.
La direzione della Darchei Torah, nella lettera inviata alle famiglie prima della visita, aveva presentato il presidente argentino proprio in questi termini, definendolo un leader mondiale particolarmente fermo nel sostegno al popolo ebraico in un periodo difficile. Milei ha accolto quella definizione senza cercare di attenuarla. Nel suo discorso ha detto di sentirsi orgoglioso del riconoscimento ricevuto e ha dedicato una parte consistente dell’intervento alla Torah, intrecciandola, secondo uno schema ormai caratteristico dei suoi discorsi, alle proprie convinzioni economiche e filosofiche.
È questa continuità a dare alla scena di Far Rockaway un peso che supera quello di un video destinato ai social. Milei aveva già compiuto gesti fortemente simbolici durante le sue visite in Israele, dal raccoglimento al Muro Occidentale agli incontri con le famiglie degli ostaggi. Ha inoltre annunciato la volontà di trasferire l’ambasciata argentina a Gerusalemme, una decisione di notevole rilievo diplomatico.
Il rapporto è particolarmente significativo anche per la storia dell’Argentina, che ospita la più grande comunità ebraica dell’America Latina e porta ancora le ferite di due attentati mai dimenticati, quello contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992 e quello contro la sede dell’AMIA nel 1994.
Milei avrebbe potuto limitarsi, a New York, ai tavoli della diplomazia, agli incontri economici e al palcoscenico delle Nazioni Unite. Ha scelto di aggiungere al programma una yeshiva del Queens e di lasciarsi riprendere mentre cantava insieme agli studenti.
Un gesto semplice, quasi privato nella sua forma, reso inevitabilmente politico dal ruolo di chi lo compie e dal momento in cui avviene. Mentre intorno a Israele cresce l’isolamento diplomatico e nelle comunità ebraiche aumenta il senso di vulnerabilità, il presidente argentino ha scelto ancora una volta di rendere visibile da che parte si colloca. E lo ha fatto cantando tre parole che, dal 7 ottobre, hanno assunto un significato ancora più forte: «Am Yisrael Chai».