Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Sono matti: difendono il burqa e pensano che un maschio possa diventare donna"

Giulio Meotti
“Esprimiamo profonda preoccupazione per le dichiarazioni di Giorgia Meloni rispetto al divieto di indossare burqa e niqab a scuola”, denuncia Amnesty International Italia.
La toppa è poi peggio del buco:
“C’è la libertà delle donne di indossare - o non indossare - quello che vogliono. Questo ci fa condannare l’obbligo del velo in Iran o del burqa in Afghanistan così come il divieto di indossare l’hijab in Francia o altrove”.
Il trucco dialettico della falsa finestra che maschera una facciata traballante raggiunge qui il vertice del relativismo.
A quanto pare non c’era uno normodotato dentro la ong che dicesse ai dirigenti: “Scusate, ma cosa cazzo state dicendo? Il burqa a scuola? Kabul come Parigi?”.
Ma se ripeti abbastanza a lungo che il burqa e il sesso sono una “scelta”, una parte della società smetterà di fidarsi dei propri occhi.
Per scrittori, giornalisti, politici e attori, Amnesty International è una coscienza portatile: un marchio di qualità morale da esibire tra un festival e un’intervista, un salvacondotto che permette di parlare di diritti umani.
Una scuola italiana in cui le bambine non devono nascondere il viso non è un atto di islamofobia o razzismo. È il minimo che una democrazia deve a se stessa.
Ma la forza di Amnesty sta nella liturgia.
La candela, il prigioniero di coscienza, il rapporto annuale: oggetti rituali che trasformano la compassione in spettacolo e lo spettacolo in virtù. L’attore che legge una dichiarazione a Venezia, il romanziere che firma un appello a Torino, il giornalista che cita Amnesty come fonte incontestabile: tutti partecipano a una messa cantata.
Ma ha ragione Salman Rushdie: “Amnesty è in bancarotta morale”.
Il Portogallo ha appena messo al bando il burqa e Amnesty ha parlato di “violazione dei diritti individuali”. Lo stesso ha fatto contro la Svizzera.
Sono vent’anni che Amnesty difende il “diritto” delle famiglie islamiche di coprire le figlie col burqa. Il volto di una ragazza per Amnesty non è più un volto: è un territorio identitario. Nasconderlo diventa, capovolgimento straordinario, un “atto di autonomia”.
Nei giorni scorsi un centro di sostegno per le donne vittime di violenza sessuale fondato da J.K. Rowling è stato definito “anti diritti” da Amnesty. Beira’s Place, aperto a Edimburgo nel 2022, è stato creato dall’autrice di Harry Potter per offrire supporto alle donne che hanno subito violenza sessuale. Alle donne biologiche, non ai maschi che si definiscono femmine.
Nessuna organizzazione islamica è citata nella lista nera di Amnesty. Nessuna. Ma ci sono tutte le organizzazioni cattoliche, dalla Catholic Bishops’ Conference of England and Wales alla Catholic Medical Association al Catholic Herald. Nel rapporto è inclusa anche For Women Scotland, l’organizzazione femminista che ha vinto una serie di cause contro il governo scozzese sulla definizione di “donna” che aveva incluso gli uomini che si definiscono donne.
Il burqa è libertà perché lo dicono le famiglie islamiche; la femmina è chiunque lo affermi perché lo dice l’ideologia.
Amnesty ha definito la persecuzione dei Talebani come rivolta a coloro che “si identificano come ragazze”.

I diritti non sono più strumenti per proteggere i deboli dalle pretese dei forti; sono un linguaggio con cui si riassegna il potere morale. Chi detiene quel linguaggio può chiamare “inclusione” l’ingresso di un maschio negli spazi delle donne violentate e “islamofobia” il rifiuto di coprire una ragazzina.
Sono pazzi, ma dei pazzi che plasmano l’opinione pubblica.
Per lo stesso motivo si è dimesso un testimonial di Amnesty, il celebre fumettista belga Bernard Swysen, che scrive:
“Gli ostacoli alla libertà sono a mio avviso le pressioni sempre più evidenti, fino nei nostri territori, per obbligare le donne a coprirsi. Per questo non posso più sostenere il punto di vista di Amnesty. Ho visto, per avervi abitato una trentina d’anni fa, le pressioni crescenti — al Cairo come a Tripoli — che facevano sì che una donna, ‘per avere pace’, si coprisse la testa. Conosco sempre di più, qui a Bruxelles, in alcuni quartieri, donne che, musulmane o no, sono oggetto di insulti perché hanno i capelli al vento, e sono spaventate di vedersi così poco sostenute e protette nella libertà elementare di passeggiare per strada in sicurezza, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. Ritengo pertanto che Amnesty si sia allontanata dal suo ideale originario e che io non possa più rimanere padrino di questa ong”.
Le teocrazie islamiche per Amnesty richiedono prudenza, distinguo e silenzio.
Per il giornalista algerino Malik Aït-Aoudia è invece chiara la strategia degli islamisti. “Ieri era il caritatevole, oggi sono i diritti umani”.
Nel 2006, a genocidio nel Darfur in corso, Amnesty ha dedicato più accuse a Israele che al Sudan.
Saddam Hussein è condannato a morte? Amnesty interviene.
Osama bin Laden è ucciso in un raid americano? Amnesty interviene.
Il generale iraniano Soleimani, architetto del terrorismo, è eliminato da un drone ordinato da Trump? Amnesty interviene.
“Ad Amnesty International sono stati dieci volte più rapidi nel condannare i licenziamenti di Jeff Bezos al Washington Post che a condannare le atrocità perpetrate dal regime islamico in Iran in tre settimane” fa notare Hillel Neuer, direttore di UN Watch.
La ong è stata fulminea nel condannare i licenziamenti al quotidiano presentandoli come un attacco alla libertà di stampa. Di fronte alle atrocità perpetrate dal regime iraniano, le reazioni della ong sono state lente, tiepide o assenti. Il capitalismo americano è un bersaglio facile e immediato; le teocrazie autoritarie, molto meno.
Peter Benenson fondò Amnesty nel 1961 con un articolo sull’Observer che ancora oggi suona come un atto di fede laica: ogni giorno, da qualche parte, qualcuno è incarcerato, torturato o ucciso perché le sue opinioni risultano intollerabili al potere. Il primo grande caso fu il cardinale József Mindszenty, primate d’Ungheria spezzato dai comunisti.
La torcia doveva illuminare il buio dove gli stati occidentali, prigionieri della realpolitik, non arrivavano. Era un prodotto dell’intellighenzia liberale inglese, non un partito. Doveva essere universale.
Poi la creatura mutò.
E i “diritti umani” coincisero con l’agenda culturale della sinistra.
Da allora, Amnesty si è schierata con chi nuoce all’Occidente.
Una delle “menti” degli attacchi terroristici di Parigi 2015 e di Bruxelles 2016, il belga Oussama Atar, nel 2010 era stato arrestato in Iraq dagli americani. Le associazioni per i diritti umani in Belgio iniziarono subito a esercitare pressioni per il suo rilascio.
Amnesty International organizzò una manifestazione a Bruxelles con lo slogan “Salviamo Oussama“.

Prima Jean-Claude Samouiller, presidente di Amnesty France, poi la segretaria generale di Amnesty, Agnès Callamard, hanno rifiutato la definizione di “terrorista” per Hamas.
Amnesty ha fatto campagna per la liberazione di un altro terrorista: Hassan Diab, condannato per l’attentato alla sinagoga di Rue Copernic a Parigi del 3 ottobre 1980, dove morirono quattro persone.
Da segretario generale di Amnesty, l’italiano Claudio Cordone, ha detto che il “Jihad difensivo” non è “antitetico” alla battaglia per i diritti umani.
Il caso esplose quando Gita Sahgal, a capo della sezione gender di Amnesty, fece trapelare al Sunday Times il suo sfogo contro la presenza di sostenitori dei talebani nelle campagne di Amnesty. Sfogo rimasto senza risposta da parte dei vertici di Amnesty. “La campagna costituisce una minaccia agli stessi diritti umani – scrive Sahgal in un messaggio di posta elettronica ai suoi capi –. Apparire assieme al più famoso sostenitore britannico dei talebani, trattandolo come un difensore dei diritti umani, è un grosso errore”.
Risultato? Sahgal cacciata da Amnesty, non il talebano.
Sahgal spiega così questa alleanza: “È come se queste organizzazioni, Amnesty e altre, sentissero il dovere di sfidare il proprio governo sul terreno dei diritti non appena ci avviciniamo all’Islam”.
Un’altra dirigente di spicco di Amnesty, Karima Bennoune, autrice di un libro dal titolo Your fatwa does not apply here, ha scritto: “Durante i miei anni ad Amnesty International condivisi le sue preoccupazioni sulla tortura in Algeria, ma non potevo comprendere la risposta dell’organizzazione alla violenza dei gruppi fondamentalisti. Amnesty era cieca a quello che i fondamentalisti facevano ai diritti umani. Amnesty descrisse l’atmosfera in Algeria come una ‘confusione su chi commette i crimini’. Questo ha terribilmente sminuito i tentativi delle vittime di veder riconosciuta la propria storia e di giudicare i colpevoli. E’ chiaro che i fondamentalisti in Algeria furono colpevoli”.
Bennoune ha servito in una task force di Amnesty America: “Raccomandammo l’organizzazione di commemorare l’anniversario dell’11 settembre. Il board di Amnesty rifiutò, perché un evento simile avrebbe contribuito a discriminare i musulmani. Allora pensai a mio cugino Ahcene, un contadino e illetterato, ucciso dai terroristi di fronte ai figli”.
Il Times ha documentato poi i legami tra i dirigenti di Amnesty UK e gli islamisti.
Amnesty ha patrocinato anche una manifestazione a Bruxelles in cui gli islamisti hanno celebrato l’11 settembre, negato l’Olocausto e demonizzato gli ebrei.
Dal burqa alla difesa dei tagliagole è un attimo, passando per il “sesso percepito”.
Ora scopriamo che Judith Butler salirà in cattedra alla Normale di Pisa.
La stessa Judith Butler che ha definito il pogrom del 7 ottobre “resistenza armata”?
La stessa Judith Butler che sostiene che il burqa è una protesta delle donne musulmane contro “l’essere sfruttate dalla cultura di massa”?
L’universalismo umanitario ha finito per divorare se stesso e l’Occidente. Resta solo questa rancida e folle propaganda travestita da morale.
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