Riprendiamo da BET Magazine la cronaca di Davide Cucciati dal titolo: "Houellebecq aveva visto tutto. Tranne l’antisemitismo"

Houellebecq aveva visto tutto. Tranne l’antisemitismo
Dopo il 7 ottobre 2023, lo scrittore francese aveva confessato a una radio israeliana di trovarsi davanti a “una specie di cosa mostruosa” che non riusciva a mettere pienamente a fuoco. Si era detto sorpreso soprattutto dalla reazione delle giovani generazioni e degli ambienti universitari. Poche settimane dopo era tornato sulla questione in termini ancora più espliciti: “Ho un vero problema di comprensione con l’antisemitismo”. (Michel Houellebecq nel 2016 a Porto Alegre).
Michel Houellebecq rifugge il ruolo di profeta: “Come profeta sono stato un po’ sopravvalutato”, ha detto il 20 settembre a Pordenonelegge, dove era arrivato per presentare Tutte le poesie. Tuttavia, è difficile sottrarsi alla tentazione di rileggere oggi Sottomissione, pubblicato nel 2015 e ambientato appena sette anni più tardi, alla luce di ciò che è accaduto in Europa nell’ultimo decennio.
A Pordenone qualcuno glielo ha chiesto direttamente: lo scriverebbe ancora? Houellebecq ha risposto di sì, aggiungendo però che oggi “sarebbero minori le possibilità che questa pubblicazione si possa realizzare”.
Poi il discorso si è spostato sull’università francese. Mentre lavorava a Sottomissione, ha raccontato, girava per gli atenei per “tastare il polso della situazione”. Fu allora che rimase sorpreso dalle prime locandine di protesta contro un professore israeliano. “Tutto questo si è sviluppato molto”, ha aggiunto, sostenendo che l’antisemitismo abbia trovato nelle università maggiori possibilità di crescita che nel resto della società.
Dopo il 7 ottobre 2023, lo scrittore francese aveva confessato a una radio israeliana di trovarsi davanti a “una specie di cosa mostruosa” che non riusciva a mettere pienamente a fuoco. Si era detto sorpreso soprattutto dalla reazione delle giovani generazioni e degli ambienti universitari. Poche settimane dopo era tornato sulla questione in termini ancora più espliciti: “Ho un vero problema di comprensione con l’antisemitismo”.
Il problema, per Houellebecq, è anche l’apparente irrazionalità dell’antisemitismo. Il razzismo gli appare nella sua brutalità elementare più facile da comprendere: si individua qualcuno come diverso e lo si odia. L’antisemitismo gli sembra più difficile da afferrare. Già nel 2015, mentre presentava Sottomissione, aveva provato a definirlo in un altro modo: non semplicemente una forma di razzismo, ma una teoria del complotto. Qualcuno, nascosto, sarebbe responsabile dei mali del mondo: le banche, il potere, la società che non funziona. Cambiano le accuse, resta la necessità di trovare qualcuno al quale attribuire la colpa.
La risposta di Rav Sacks
È proprio a questa domanda che Rav Jonathan Sacks aveva dedicato una parte importante della propria riflessione sull’antisemitismo.
Nel settembre 2016, parlando al Parlamento europeo, Rav Sacks utilizzò un’immagine semplice: l’antisemitismo si comporta come un virus. Per sopravvivere deve mutare.
Nel Medioevo, spiegava Sacks, l’autorità attraverso la quale si legittimavano le idee era la religione e l’odio verso gli ebrei assunse una forma religiosa. Nell’Europa dell’Ottocento e del primo Novecento l’autorità era diventata la scienza e l’antisemitismo cercò una giustificazione nella razza e nelle teorie pseudo-scientifiche. Nell’epoca contemporanea la fonte di legittimità morale sono invece i diritti umani. Ed è anche attraverso quel linguaggio che, secondo Sacks, può presentarsi la nuova mutazione.
Sacks poneva una distinzione preliminare: criticare Israele non significa essere antisemiti. Per spiegarlo raccontava di avere posto a degli studenti due domande. È legittimo criticare il governo britannico? Certamente. La Gran Bretagna non ha diritto di esistere? Nessuno aveva alzato la mano. Per Sacks il confine passava da lì: dalla critica a un governo o alle sue politiche alla negazione agli ebrei, come collettività, di un diritto riconosciuto agli altri popoli.
C’era poi un secondo elemento: se l’epicentro del vecchio antisemitismo era stato l’Europa, secondo Sacks quello della sua nuova mutazione si trovava in Medio Oriente. L’Europa, dopo la Shoah, aveva dovuto sottoporsi a un doloroso esame di coscienza; altre società, sosteneva, non avevano attraversato lo stesso processo. Le nuove tecnologie della comunicazione avevano poi permesso a quelle idee di diffondersi ben oltre il luogo in cui avevano preso forma, incontrando ambienti politici e culturali molto diversi tra loro.
Per Sacks, gli ebrei e, nella sua forma contemporanea, Israele finiscono così per assumere la funzione del capro espiatorio. Lo spiegava con due domande. Quando qualcosa va male, un gruppo può chiedersi: “Che cosa abbiamo sbagliato?”. Oppure: “Chi ci ha fatto questo?”.
La prima domanda apre all’autocritica, che Sacks considerava essenziale per una società libera: significa riconoscere i propri errori, individuarne le cause e provare a correggerli. La seconda consente invece di definirsi vittime e cercare all’esterno qualcuno al quale attribuire i propri fallimenti.
Sacks definiva per questo l’antisemitismo anche “una forma di fallimento cognitivo” che nasce da società che sentono di perdere il controllo del proprio mondo e trasformano problemi complessi in una spiegazione rassicurante nella sua semplicità: noi siamo innocenti, qualcun altro è responsabile.
Il meccanismo, nella sua ricostruzione, attraversa epoche e società diverse. Nell’Europa medievale, durante le Crociate, gli ebrei furono colpiti mentre la cristianità viveva il conflitto con l’Islam per Gerusalemme. L’antisemitismo politico riemerse nell’Europa di fine Ottocento tra crisi economica e nazionalismo. Nella Germania sconfitta dopo la Prima guerra mondiale, la ricerca di un responsabile esterno offrì una risposta falsa ma semplice alla sconfitta, a Versailles e alla crisi economica.
Per Sacks il problema era la patologia della società che esprimeva l’antisemitismo. In un altro suo intervento lo avrebbe espresso con ancora maggiore nettezza: gli ebrei sono l’oggetto dell’antisemitismo, non la sua causa. La causa va cercata nelle disfunzioni delle comunità che lo accolgono.
L’Occidente descritto da Houellebecq
Ed è qui che Houellebecq può aggiungere qualcosa alla riflessione di Sacks.
Ridurre Sottomissione a un romanzo sull’Islam che conquista la Francia significa perdere una parte essenziale del libro. Houellebecq racconta soprattutto le debolezze occidentali.
François, il protagonista, è un professore universitario esperto di Huysmans che non crede quasi più a nulla. La sua vita procede tra università, relazioni sentimentali destinate a finire e una solitudine che non riesce a colmare. Quando il nuovo ordine islamico si afferma in Francia, Francois si adatta.
Questo elemento era presente fin dalla genesi del romanzo. Nel 2015, Houellebecq ha precisato che il libro avrebbe dovuto intitolarsi La Conversion. La conversione immaginata inizialmente era al cattolicesimo. Francois avrebbe dovuto ripercorrere, un secolo più tardi, il cammino di Huysmans. Houellebecq non riuscì però a scriverla.
Lo stesso Houellebecq, parlando di Sottomissione, respinse l’idea che il libro raccontasse semplicemente una “grande sostituzione”. Ciò che voleva raccontare era l’esaurimento della filosofia nata dall’Illuminismo, ormai incapace, secondo lui, di offrire un significato sufficiente alla vita. Houellebecq arrivava a parlare di “vuoto e infelicità” e sosteneva che una società non potesse sopravvivere senza qualche forma di religione.
L’Islam di “Sottomissione” entra dunque in uno spazio che qualcun altro ha lasciato vuoto.
E questo rende particolarmente interessanti le parole pronunciate sulle università. Nel romanzo, l’università è uno dei luoghi nei quali il nuovo ordine viene assorbito con sorprendente facilità.
François ne è l’esempio estremo: la sua eventuale conversione gli restituisce una carriera, uno status, una vita più comoda. La “sottomissione” è quella di un uomo disposto ad accettare ciò che arriva perché il mondo precedente non gli offre più molto da difendere.
Il dopo 7 ottobre
Dopo il 7 ottobre Houellebecq si aspettava una reazione molto diversa da quella che sostiene di aver osservato. Immaginava un grande movimento di solidarietà verso gli ebrei. A colpirlo è stato il fenomeno opposto, soprattutto tra i giovani e negli ambienti universitari. Da qui il suo problema: non riesce a spiegarsi fino in fondo perché, dopo la Shoah e dopo decenni di educazione contro l’antisemitismo, proprio quel pregiudizio riesca a riemergere.
La riflessione di Sacks portava però a contestare quella premessa: un virus non torna necessariamente nella forma nella quale lo abbiamo conosciuto.
Se l’antisemitismo tornasse con le stesse parole, gli stessi simboli e le stesse teorie razziali del Novecento sarebbe relativamente facile riconoscerlo. Per sopravvivere deve adattarsi all’ambiente che trova, utilizzare il suo vocabolario morale e trovare nuove giustificazioni. È questo che Sacks intendeva quando parlava di mutazione.
Houellebecq descrive da decenni un Occidente stanco, individualista, incapace di credere fino in fondo nelle proprie idee e sempre più incerto persino sulle ragioni per cui dovrebbe conservarle. Sacks descrive il rischio che corre una società quando, oltre a perdere sicurezza in sé stessa, smette di interrogarsi sulle proprie responsabilità e cerca fuori di sé la causa delle proprie frustrazioni.
Uno parla del vuoto. L’altro del capro espiatorio.
E forse è proprio questo che rende ancora interessante Sottomissione undici anni dopo: una società diventa vulnerabile quando non ha più molto in cui credere.
Se a questa debolezza si aggiunge il meccanismo descritto da Sacks, l’incapacità di chiedersi “che cosa abbiamo sbagliato?” e la tentazione molto più semplice di domandarsi “chi ci ha fatto questo?”, si comprende forse qualcosa in più di quel fenomeno che Houellebecq continua a dire di non riuscire completamente a capire.
Il virus muta. Ma per diffondersi ha comunque bisogno di trovare un organismo disposto ad accoglierlo.