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Setteottobre Rassegna Stampa
25.09.2026 Hakim Djaziri sfida il boicottaggio e difende Fauda
Cronaca di Rosa Davanzo

Testata: Setteottobre
Data: 25 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Rosa Davanzo
Titolo: «Hakim Djaziri sfida il boicottaggio e difende Fauda»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Rosa Davanzo dal titolo: "Hakim Djaziri sfida il boicottaggio e difende Fauda"

Hakim Djaziri sfida il boicottaggio e difende Fauda

L’attore franco-algerino interpreta il capo di una cellula di Hamas nella quinta stagione e racconta le pressioni ricevute per aver accettato di lavorare con gli israeliani

 

Gli avevano consigliato di lasciar perdere. Lavorare con gli israeliani, entrare nel cast di Fauda, accettare un ruolo in quella che alcuni gli descrivevano come una serie di propaganda avrebbe potuto costargli caro. Hakim Djaziri, attore e drammaturgo franco-algerino, ha deciso di fare esattamente il contrario. Nella quinta stagione della serie israeliana, disponibile su Netflix dall’8 settembre, interpreta Saeed al-Khatibi, principale antagonista della storia e uomo legato alla struttura europea di Hamas.

Djaziri conosce da vicino il mondo dal quale ha tratto il suo personaggio. Arrivato in Francia dall’Algeria nel 1994, durante gli anni sanguinosi della guerra civile, è cresciuto nella Seine-Saint-Denis e da ragazzo ha sfiorato la delinquenza e gli ambienti della radicalizzazione islamista. Il teatro gli ha offerto un’altra strada e da vent’anni l’attore utilizza anche la propria esperienza personale nel lavoro di prevenzione contro il radicalismo.

Il ruolo in Fauda è arrivato quasi per caso. Djaziri aveva sostenuto un provino per un altro personaggio, Abou Zaher. I produttori, colpiti dalla registrazione, lo hanno richiamato proponendogli Saeed. Durante una successiva audizione con il regista Omri Givon, l’attore ha spiegato di conoscere bene uomini di quel genere, il loro modo di ragionare e il repertorio emotivo al quale attingono. La parte è diventata sua.
A quel punto sono cominciati gli avvertimenti. Alcuni professionisti francesi gli hanno chiesto come potesse accettare di lavorare con israeliani a una serie accusata di propaganda. Djaziri ha raccontato di aver ricevuto anche insulti anonimi e una lettera nella quale veniva definito un traditore. Ha continuato ugualmente, convinto dalla sceneggiatura e da quella che considera una possibilità di dialogo attraverso il lavoro artistico.

La quinta stagione di Fauda era inevitabilmente destinata a misurarsi con il 7 ottobre. I creatori Lior Raz e Avi Issacharoff avevano già cominciato a lavorare alla nuova serie di episodi quando avvenne il massacro di Hamas. Decisero allora di ripartire quasi da zero. Raz ha raccontato che è stata la stagione più difficile da scrivere, girare e interpretare. Anche Djaziri ricorda un set attraversato da una forte tensione emotiva, alla quale il gruppo di attori e tecnici cercava di reagire aumentando solidarietà e attenzione reciproca.

È proprio sull’accusa più frequente rivolta a Fauda che l’attore franco-algerino prende una posizione particolarmente netta. La serie, sostiene, riflette inevitabilmente il punto di vista dei suoi autori israeliani, eppure questo non la rende un’opera schematica. I personaggi israeliani sbagliano, pagano le conseguenze delle proprie decisioni e la vendetta viene mostrata come una strada incapace di risolvere il conflitto. Una lettura che trova riscontro nella stessa impostazione della nuova stagione, costruita intorno al trauma, alla rabbia e alle conseguenze della vendetta.

Per Djaziri, però, l’esperienza decisiva è stata anche fuori dal set. Il lavoro alla serie lo ha portato per la prima volta in Israele proprio durante la guerra dei Dodici Giorni con l’Iran. Negli allarmi e nei rifugi di Tel Aviv si è trovato accanto ad anziani, donne e bambini e racconta di aver sperimentato soprattutto solidarietà. Le sue origini algerine e la sua identità musulmana, ha detto, non gli hanno creato problemi.

Ha osservato inoltre una società diversa da quella che si era immaginato dalla Francia. Nelle strade di Tel Aviv ha visto donne musulmane velate camminare accanto a ebrei con la kippah e una presenza araba nella società israeliana che, secondo lui, trova poco spazio nella rappresentazione prevalente del Paese in Francia. Quell’esperienza lo ha spinto a interrogarsi sulle pressioni che stabiliscono in anticipo ciò che un artista dovrebbe pensare di Israele.

Da qui nasce anche il suo rifiuto del boicottaggio culturale. Djaziri considera incomprensibile cancellare un artista in base alla sua nazionalità o confondere le decisioni di un governo con un intero popolo e la sua cultura. E respinge persino l’etichetta che qualcuno vorrebbe imporgli quando gli viene chiesto di pronunciarsi «in quanto arabo musulmano». Preferisce parlare come artista e come individuo.
È forse questo il punto più interessante della sua vicenda. Un attore franco-algerino e musulmano interpreta un dirigente di Hamas in una delle serie israeliane più conosciute al mondo, mentre fuori dal set gli viene spiegato con chi dovrebbe lavorare e quale opinione dovrebbe avere. Djaziri ha scelto di decidere da sé.


info@setteottobre.com

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