Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Paolo Montesi dal titolo: "«Porco sionista» in palestra, il video costa il posto alla manager KPMG"

Yuen Lee sostiene di essere stata licenziata dopo il filmato diventato virale a New York. KPMG per ora conferma soltanto la sospensione
Un insulto pronunciato in una palestra di Manhattan, un telefonino acceso, qualche milione di visualizzazioni e una carriera che, secondo la diretta interessata, è finita nel giro di pochi giorni. Yuen Lee, manager di KPMG negli Stati Uniti, è la donna ripresa mentre definisce un uomo «porco sionista» durante un litigio al Chelsea Piers Fitness di Flatiron. Il video è diventato virale, l’investitore Bill Ackman lo ha rilanciato chiedendo conto dell’accaduto alla società di consulenza e Lee è stata immediatamente messa in congedo amministrativo. Ora sostiene di essere stata licenziata.
L’episodio risale al 16 settembre. Nelle immagini, che cominciano quando la discussione è già in corso, l’uomo ricorda a Lee di essere stato chiamato «Zionist pig» e le fa osservare che lei non sa nulla di lui. La risposta è singolare. Lee replica di leggere libri e di essere «molto istruita». Quando l’interlocutore le chiede di ripetere ciò che ha detto, lo fa senza esitazione. Poi lo accusa di essere razzista.
Il filmato è stato pubblicato da StopAntisemitism, che ha identificato la donna come manager di KPMG US, e ha cominciato rapidamente a circolare sui social. La svolta è arrivata quando Bill Ackman, finanziere americano ebreo e fondatore di Pershing Square Capital Management, lo ha condiviso con i suoi milioni di follower chiamando direttamente in causa KPMG. L’azienda ha reagito annunciando che Lee era stata posta in congedo amministrativo mentre venivano svolte le verifiche interne e precisando che nella società «non c’è posto per la retorica discriminatoria».
Fin qui i fatti documentati. Lee ha successivamente diffuso la propria versione di quanto sarebbe accaduto prima dell’inizio della registrazione. Secondo il suo racconto, l’uomo l’avrebbe avvicinata perché portava una kefiah legata alla vita, accusandola di sostenere il terrorismo e continuando a seguirla mentre cercava di allontanarsi. Lei avrebbe reagito perché si sentiva minacciata. Della prima parte del diverbio, tuttavia, al momento non esistono immagini pubbliche che permettano di ricostruire autonomamente la sequenza.
Lee contesta soprattutto ciò che è accaduto dopo. Sostiene che i suoi dati personali siano stati diffusi online, denuncia di avere ricevuto minacce e accusa Ackman di aver esercitato di fatto una pressione sul suo datore di lavoro. Secondo quanto ha dichiarato, KPMG l’avrebbe licenziata venerdì. La società, però, non ha finora confermato pubblicamente la cessazione del rapporto di lavoro e la sua ultima posizione nota resta quella del congedo amministrativo in attesa dell’esito delle verifiche.
La manager respinge inoltre l’accusa di antisemitismo e presenta quanto le è accaduto come la conseguenza di una campagna contro una donna schierata a favore dei palestinesi. È proprio qui che il caso assume un significato che supera la consueta tempesta social. Il sostegno ai palestinesi appartiene alla libertà politica di ciascuno; definire «porco sionista» un uomo durante un confronto è un fatto diverso, e soprattutto è un fatto che Lee stessa non nega.
Resta poi una questione destinata a ripresentarsi sempre più spesso nelle grandi aziende americane. Dove finisce la libertà di espressione privata di un dipendente e dove comincia il diritto di un’impresa a tutelare colleghi, clienti e ambiente di lavoro da espressioni discriminatorie? Il caso KPMG è esploso proprio su questa linea di confine, resa ancora più sensibile dall’aumento dell’antisemitismo negli Stati Uniti dopo il 7 ottobre.
Sarà l’azienda a dover chiarire se Yuen Lee sia stata effettivamente licenziata e per quali ragioni. Un punto, intanto, rimane agli atti con la brutalità delle immagini. L’insulto è stato pronunciato, ripetuto davanti alla telecamera e rivendicato. Tutto ciò che è avvenuto prima può servire a ricostruire il contesto. Quelle due parole, invece, non hanno bisogno di ricostruzioni.