Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Bruno Soravia dal titolo: "Dare un nome all’odio. A chi fa comodo attaccare la definizione di antisemitismo dell’Ihra"

E’ di ieri l’annuncio del Partito democratico di votare contro il disegno di legge contro l’antisemitismo, già approvato dal Senato e in discussione alla Camera. La proposta, presentata dal leghista Massimiliano Romeo, ha assorbito altri disegni, tre dei quali provenivano dalla sinistra. I meno distratti avranno collegato l’urgenza di una legge all’aumento degli episodi antisemiti, triplicati dopo il 7 ottobre e la guerra di Gaza, mentre gli ebrei italiani sono stati costretti a rafforzare la sicurezza di sinagoghe, scuole, centri culturali e iniziative pubbliche. Nessuno nel fronte ampio degli oppositori nega del resto il fenomeno: contestano invece che la legge proposta adotti la definizione dell’antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), organizzazione intergovernativa con sedi in Svezia e Germania.
Tale definizione è ritenuta lesiva della critica a Israele e persino “dannosa per la democrazia e per la lotta contro il razzismo”. La soluzione sarebbe sostituirla con la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda), definizione alternativa che è presentata come correttivo delle sue ambiguità. Qualche dato. La definizione Ihra, approvata a Bucarest nel 2016 dopo oltre dieci anni di elaborazione, alla fine del 2025 risultava adottata o riconosciuta a livello nazionale da 47 paesi: oltre all’Unione europea, gli Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Argentina, ma non la Russia né, comprensibilmente, gli stati mediorientali e del sud-est asiatico. In Italia è stata adottata nel 2020 dal governo Conte II, insieme all’istituzione del Coordinamento nazionale contro l’antisemitismo. La Jda, pubblicata nel 2021, è stata invece adottata da università angloamericane, organizzazioni ebraiche antisioniste, reti filopalestinesi e dalla tedesca Linke, ma da nessuno stato. Entrambe si dichiarano non vincolanti e destinate a riconoscere, classificare e monitorare l’antisemitismo, orientando pedagogia e politiche pubbliche. Cosa dovrebbe allora giustificare la scelta dell’una o dell’altra definizione?
Il testo Ihra è essenziale, risultato del compromesso fra diverse sensibilità nazionali, tanto da evitare perfino di nominare il sionismo, che pure è centrale nel suo impianto. Dopo il richiamo alla Dichiarazione di Stoccolma del 2000, definisce l’antisemitismo come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio” e ne indica le manifestazioni contro persone, proprietà, istituzioni e luoghi di culto ebraici. Seguono undici esempi: i primi riguardano incitamento alla violenza, stereotipi, complottismo e negazionismo; gli altri, Israele, la cui critica legittima è distinta dall’antisemitismo secondo i criteri stabiliti da Nathan Sharansky (le “3 D”): delegittimazione, demonizzazione e doppio standard.
La Jda si presenta invece come il distillato di accademici, intellettuali e giuristi. Richiamandosi anche alle dichiarazioni universali sui diritti umani e contro il razzismo, giudica l’Ihra “poco chiara su punti chiave” e troppo aperta a interpretazioni, e si propone come alternativa o correttivo. Il suo enunciato riprende e modifica sottilmente quello rivale: “E’ antisemitismo la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei” o contro istituzioni ebraiche in quanto tali. Soprattutto, non si limita a dire che cosa sia l’antisemitismo ma stabilisce che cosa gli somiglia ma non lo è. E, nonostante rimproveri all’Ihra l’eccessiva attenzione a Israele, dieci dei suoi quindici esempi riguardano proprio Israele, sempre accoppiato a una Palestina politicamente indefinita, allo scopo dichiarato di lasciare aperta la vexata quaestio del futuro della regione.
In difesa del Bds
E’ stato soprattutto questo secondo obiettivo a motivare la proposta di una nuova definizione, solo cinque anni dopo l’Ihra e senza una ripresa dell’antisemitismo paragonabile a quella attuale. Alla base della Jda vi era invece la convinzione che l’uso istituzionale dell’antisemitismo limitasse l’espressione delle istanze nazionali palestinesi e della critica a Israele. Ne erano un esempio le restrizioni imposte in vari paesi occidentali al Bds (Boycott, Divestment and Sanctions). In particolare, l’adozione da parte del Bundestag tedesco, nel 2019, della mozione presentata dalla maggioranza centrista, che escludeva il Bds dai finanziamenti statali e dalle strutture pubbliche. Richiamandosi all’Ihra, condannava il boicottaggio di prodotti e servizi israeliani, ma anche di artisti, studiosi e sportivi, sostenendo che un boicottaggio generalizzato finisse per stigmatizzare collettivamente gli israeliani ebrei e richiamando il precedente nazista del Kauft nicht bei Juden, “Non comprate dagli ebrei”. Un punto interessante per capire il peso che, ancora pochi anni fa, aveva la credenziale della lotta all’antisemitismo nel discorso politico tedesco, è che anche la Linke e l’AfD presentarono mozioni di condanna del Bds, e che quella dell’estrema destra era perfino più severa di quella poi approvata.
Apro una parentesi sul Bds. Nato ufficialmente nel 2005 in Cisgiordania, durante la seconda Intifada, acclamato da una miriade di organizzazioni palestinesi, il suo fondatore sarebbe stato Omar Barghouti, lontano cugino sia di Marwan, il più famoso detenuto delle carceri israeliane, che di Mustafa, ex membro di al-Fatah, poi capo di un partito indipendente di breve vita e approdato infine, attraverso il Fronte popolare di liberazione della Palestina, alla non violenza nella versione del Bds. In realtà, l’idea maturò nell’opposizione palestinese a Fatah ai margini della Conferenza contro il razzismo di Durban del 2001, dominata dall’Iran. Fu allora trasferita su Israele l’accusa di essere uno stato di apartheid e questo pacchetto ideologico fu completato con la richiesta di sanzioni e disinvestimenti, secondo l’esempio del Sudafrica, e del boicottaggio di ogni manifestazione pubblica della sua esistenza, dalle università allo sport all’Eurofestival, come oggi chiede anche chi non si richiama formalmente al Bds. A questo si aggiunse l’accusa di essere uno stato coloniale d’insediamento, nata nell’ambiente accademico anglofono degli studi post coloniali.
Il movimento si diffuse come rete transnazionale al seguito della diaspora islamista, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove erano già attive campagne di boicottaggio accademico. I tentativi di limitarlo si sono spesso infranti contro la libertà di espressione, poiché il Bds si presenta, in perfetta neolingua, come movimento per “libertà, giustizia e uguaglianza” e respinge ogni accusa di antisemitismo. Le sue tre richieste, fine dell’occupazione delle terre arabe, piena uguaglianza degli arabi israeliani e ritorno dei rifugiati, sono però incompatibili, nel loro insieme, con Israele come stato a maggioranza ebraica, se non con la sua stessa esistenza. A tale obiettivo tendono campagne aggressive di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, espresse nel linguaggio della pressione non violenta.
Torniamo al 2019. Contro la mozione tedesca, una rete di studiosi di varie università occidentali e israeliane lanciò un appello che raccolse 240 firme: accanto agli immancabili Noam Chomsky e Judith Butler vi compaiono i futuri redattori e numerosi firmatari della Dichiarazione di Gerusalemme. L’appello, oggi sul sito del Bds, respinge come falsa l’accusa di antisemitismo rivolta al movimento, e definisce l’antisemitismo una forma di razzismo e il boicottaggio una legittima forma di resistenza non violenta. Ammette divergenze su diritto al ritorno e sul Bds stesso, ma ne difende libertà d’azione e finanziamento; accusa inoltre Berlino di assecondare “il governo israeliano più a destra della storia” (Netanyahu, ovviamente), usando la lotta all’antisemitismo per coprire “gravi violazioni dei diritti umani” e la volontà israeliana di “compromettere ogni possibilità di pace”. La vera minaccia per Israele e per gli ebrei europei, conclude, viene dall’estrema destra e dal jihadismo, non dal Bds. Nella sinistra tedesca era allora diffusa l’idea che la lotta all’antisemitismo fosse ormai un’ossessione nazionale. Emily Dische-Becker, futura autrice della Jds, parlò di “un clima diffuso di paura e di inquisizione”; Aleida Assmann, anch’essa fra gli autori, parafrasò il Manifesto: “Uno spettro si aggira per la Germania, l’accusa di anti-semitismo”. Tale accusa, imposta dalla ragion di stato, avrebbe prodotto una “fatale asimmetria” a danno del Bds, degli ebrei antisionisti e della diaspora palestinese. A giustificare la critica a Israele erano invece occupazione, insediamenti e perfino, con una logica singolare, la corresponsabilità tedesca nella Nakba come conseguenza indiretta della Shoah. Alon Confino, fra gli ideatori della Jda, sostenne infine, con formula destinata a riapparire nella Dichiarazione di Gerusalemme, che negare agli ebrei il diritto a uno stato non fosse “in sé e per sé” antisemita.
Lo scontro sulla memoria dell’Olocausto
Un dato per molti versi sconcertante dell’appello e poi della Jda è che quasi tutti gli autori e firmatari fossero ebrei o israeliani e molti provenissero dagli studi sulla Shoah e sui genocidi. Per capirlo bisogna risalire alla transizione, tra fine Novecento e nuovo secolo, dall’“Era del testimone” descritta da Annette Wieviorka all’istituzionalizzazione della memoria pubblica della Shoah, con la nascita di musei, memoriali, programmi educativi e cattedre.
Un passaggio decisivo fu la Conferenza di Stoccolma del 2000, che è all’origine della Ihra. Il suo principale architetto intellettuale fu Yehuda Bauer, allora fra i massimi studiosi della Shoah: a lui si deve il paradigma dell’Olocausto come cesura della civiltà, evento senza precedenti ma di significato universale, da cui discendeva l’impegno contro negazionismo, genocidio, razzismo, xenofobia e antisemitismo. Bauer contribuì anche all’impianto della definizione Ihra che nel 2016 ha inaugurato la fase attuale della governance dell’antisemitismo, ossia della sua definizione istituzionale come strumento di politica pubblica. Per decenni Bauer esercitò un forte controllo normativo sugli studi della Shoah e un’influenza analoga sugli studi dei genocidi, promuovendo la comparazione senza rinunciare al primato della Shoah. Com’è inevitabile, la generazione successiva cercò di emanciparsi dal suo ascendente. Quella che oggi è una battaglia politica e ideologica fu prima una controversia accademica, meno visibile ma non meno aspra, alimentata anche dal marketing universitario: ampliare confini, ridisegnare gerarchie, conquistare nuovi oggetti di ricerca. Il bersaglio polemico era quello che Dirk Moses definì il “catechismo tedesco”, derivato da Bauer: Shoah come cesura della civiltà e evento senza precedenti, antisemitismo distinto dagli altri razzismi, antisionismo ricondotto all’antisemitismo. Già dagli anni Novanta, del resto, gli studiosi dei nativi americani contestavano una gerarchia dell’orrore centrata sulla Shoah; poco dopo la prima Intifada, anche la questione palestinese entrò negli studi sui genocidi, fino a costituire un filone oggi rappresentato da Omer Bartov, firmatario della Jda.
La contestazione investì il concetto stesso di memoria, divenuto nel frattempo un campo di studi autonomo. Alla centralità quasi esclusiva della Shoah si opposero categorie strategiche, come “politiche della memoria” e “cultura della colpa”, che Valentina Pisanty, anch’essa firmataria della Jda, ha contribuito a rielaborare nel dibattito italiano. L’opposizione, maturata soprattutto negli ambienti accademici israeliani, tedeschi e angloamericani si tradusse infine nella Dichiarazione di Gerusalemme, promossa da studiosi della Shoah e dei genocidi e presto allargata a studiosi di altri campi, attratti dalla possibilità di schierarsi in un dibattito fortemente polarizzato sul passato e sul presente dell’ebraismo e di Israele.
Una fatale asimmetria
Nel 2020, durante il lockdown, circa 25 studiosi avviarono sotto l’egida del progressista Van Leer Institute la stesura della Dichiarazione, firmata inizialmente da 210 accademici e poi da oltre 400. Le minute restano inedite, ma la convocazione rivela l’impianto intellettuale: al moralismo simmetrico della New Left si accompagna l’inversione dei ruoli storici, per cui gli ebrei, oggi “solo a volte perseguitati”, possono essere “vittime e carnefici”. L’Ihra è accusata di proteggere unilateralmente Israele e perfino, falsamente, di voler negare uno stato ai palestinesi. La lotta all’antisemitismo viene invece ricondotta al discorso universale dell’emancipazione, per sottrarla a presunti usi di “dominio o espropriazione”. La Jda considera infatti l’antisemitismo una forma di razzismo, contro la specificità rivendicata da Bauer, e sostituisce alla “certa percezione degli ebrei” dell’Ihra comportamenti concreti rivolti agli ebrei “in quanto ebrei”. Il suo vero scopo emerge però negli esempi successivi: cinque condotte antisemite e cinque che non lo sarebbero, tutte sottoposte alla clausola “on the face of it”, “a prima vista” (o, come ironizzò un critico, “anche no”).
Il punto 14 difende indirettamente il Bds: boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sarebbero normali strumenti non violenti di protesta e, applicati a Israele, non antisemiti “in sé e per sé”. E’ la risposta alla mozione del Bundestag del 2019, come ha confermato Micha Brumlik, uno dei firmatari: “Ora è più chiaro che il Bds, che il Bundestag tedesco ha dichiarato in blocco antisemita, non lo è”.Anche il contesto cambia funzione. Nell’Ihra è una cautela nell’applicazione di criteri definiti; nella Jda concorre invece a stabilire se una condotta sia antisemita. Persino un discorso d’odio palestinese, se effetto di quanto si sia subìto per mano di Israele, può essere giustificato come “emozione”, rovesciando la “certa percezione” che nell’Ihra indicava l’antisemitismo.
La divergenza è massima su sionismo e autodeterminazione nazionale. Per l’Ihra è antisemita negare al popolo ebraico tale diritto, per esempio definendo il sionismo come forma di razzismo, come aveva fatto la risoluzione Onu 3379 del 1975, revocata nel 1991. Per la Jda, invece, antisemitismo e antisionismo sono “categoricamente differenti”: si possono contestare i fondamenti dello stato israeliano, definirlo razzista, coloniale o di apartheid e proporre qualsiasi ordinamento alternativo “tra il fiume e il mare”, formula scandita nelle manifestazioni pro Hamas degli ultimi tre anni. Al diritto ebraico all’autodeterminazione la Jda sostituisce quello degli ebrei a “esistere e prosperare” in condizioni di uguaglianza, mentre riconosce esplicitamente ai palestinesi diritti politici e nazionali. La negazione del sionismo resta dunque, prima facie, lecita. Aleida Assmann ne avrebbe poi formulato candidamente la ragione: la categoria dell’antisemitismo applicata all’antisionismo sarebbe stata creata per colpire “la sinistra radicale e le voci islamiche che negano il diritto di esistere allo stato di Israele”.
L’antisemitismo dopo il 7 ottobre
La Dichiarazione di Gerusalemme appare dunque meno interessata a definire l’antisemitismo che a limitare l’applicazione dell’Ihra, denunciata da Assmann come strumento di un “interesse politico straniero” volto a proteggere a ogni costo Netanyahu, e a correggere la presunta asimmetria dei diritti palestinesi. Sconcertante è però l’astrattezza dei titolari di questi diritti: nessun cenno alle divisioni palestinesi, al terrorismo, all’ideologia di Hamas e al suo rifiuto degli accordi internazionali pure invocati dalla Dichiarazione. I palestinesi vi figurano soltanto come contrappunto morale agli abusi di uno stato israeliano descritto come razzista, colonialista e di apartheid. Anche il Bds è ridotto a legittima protesta, ignorando la sua funzione di strumento di guerra ibrida da parte di un fronte politico che persegue la fine di Israele.
Neppure dopo il 7 ottobre 2023 gli autori della Jda hanno riconosciuto che l’antisionismo radicale può tradursi in antisemitismo. Confino e Goldberg hanno continuato a denunciare il “panico morale” che confonderebbe critica di Israele e antisemitismo per occultare “l’occupazione, l’apartheid e il dominio sui palestinesi”. Il vero “meccanismo psico-discorsivo di inversione e proiezione” sarebbe dunque quello dell’Ihra, promossa aggressivamente da Israele e dai suoi alleati per coprire le prevaricazioni contro i palestinesi. Le parole d’ordine della Jda dominano ormai università, festival e mobilitazioni “per Gaza”, dove la presenza, il linguaggio e gli obiettivi del Bds vengono accolti senza domande, come se il movimento rappresentasse naturalmente il popolo palestinese. Scampato anche in Italia ai tentativi di condanna e di esclusione dai finanziamenti pubblici, il Bds conduce fortunate campagne, come quella contro i farmaci Teva, e sfila in un fronte che unisce, come a Roma il 9 settembre, Giovani democratici, sinistra antagonista, sindacati e organizzazioni islamiste.
L’Ihra resta invece il principale riferimento degli stati occidentali nella lotta all’antisemitismo, sostenuta da larga parte del mondo ebraico. Nel maggio 2023, 162 comunità e organizzazioni scrissero all’Onu che essa era importante per la “grande maggioranza degli individui, delle organizzazioni e delle comunità ebraiche”, mentre le definizioni alternative non avevano quasi alcuna applicazione pratica. La recrudescenza, dopo il 7 ottobre, della demonizzazione di Israele e degli attacchi alle comunità della diaspora ha sottoposto quella tesi a una prova drammatica, confermando però la capacità dell’Ihra di riconoscere le forme contemporanee dell’antisemitismo e di offrire alle istituzioni strumenti per contrastarle.
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