Quando le parole diventano armi: genocidio, apartheid, menzogne contro Israele
Commento di Deborah Fait

Deborah Fait
Ci sono parole che descrivono una realtà e parole che, ripetute abbastanza volte, finiscono per costruirsene una tutta loro. Sia chiaro che ripetere una bugia per anni non ne fa una verità, anche se i nipotini di Goebbels, oggi, la pensano diversamente. Nel dibattito su Israele siamo ormai arrivati al punto in cui genocidio, apartheid, pulizia etnica vengono urlati come cori da stadio. Non servono più definizioni, prove, contesto. Basta pronunciarle accanto alla parola Israele e il processo mediatico è già concluso.
Peccato che il diritto internazionale non funzioni così.
Genocidio non significa semplicemente una guerra con molti morti civili. È un crimine definito in modo preciso dalla Convenzione del 1948 e richiede, oltre agli atti contemplati dalla Convenzione, uno specifico intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Esattamente quello che vogliono i palestinesi: distruggere Israele e il popolo ebraico. Lo aveva detto a suo tempo anche Arafat, il boss terrorista amato follemente dagli antisemiti, “Getteremo ogni ebreo in mare”. Ma nessuno si scandalizzò all’epoca. Ammazzare gli ebrei è sempre sembrato normale.
Scrive il Jerusalem Post: ” L'8 ottobre 2023, mentre Israele era ancora sotto shock per il massacro perpetrato il giorno precedente da Hamas, le accuse di genocidio a Gaza iniziavano già ad emergere durante le manifestazioni e sui social media.” Eppure Israele non aveva fatto ancora nessuna azione contro i palestinesi. La guerra sarebbe incominciata solo dopo tre settimane. Prima Israele aveva tentato inutilmente di liberare i 255 ostaggi trascinati a Gaza.
La Corte internazionale di giustizia, nel procedimento avviato dal Sudafrica, pensate da quale pulpito, contro Israele, ha adottato nel 2024 misure provvisorie che non sono una sentenza che dichiara Israele colpevole di genocidio. Tutto si è fermato là proprio perchè i giudici non avevano prove e motivazioni per proseguire nelle accuse.
E allora perché tanta stampa parla del "genocidio dei palestinesi a Gaza?" come se esistesse una sentenza definitiva? È qui che il linguaggio smette di essere informazione e diventa arma politica e propaganda.
Stabilire la responsabilità di uno Stato in guerra richiede qualcosa di infinitamente più serio di un titolo sui giornali, di un post sui social o di una fotografia accompagnata dalla parola giusta per indignare il lettore. Incominciamo a mettere nella testa della gente che a Gaza non c’è nessun genocidio! Scriviamolo ogni giorno, gridiamolo ogni giorno. Proviamo a fare in modo che la gente pensi con la propria testa e non con la propaganda diffusa da chi riceve soldi o cittadinanze onorarie.
Poi arriva l'altra parola magica: apartheid.
La Corte Internazionale di Giustizia non ha qualificato la separazione delle comunità ebraica e araba in Giudea e Samaria come “apartheid”. Israele non ha giurisdizione sulle comunità arabe che occupano, ripeto OCCUPANO, i due terzi della Giudea.
Manca solo che ci accusino di “crimini contro l'universo” e poi il vocabolario dell'indignazione e dell’odio senza confini per gli ebrei sarebbe finalmente completo.
Contro Israele ormai funziona così: si prende una tragedia, si sceglie la parola più mostruosa disponibile e la si appiccica addosso a uno Stato. Sempre quello, sempre lo stesso. Qualcuno ha mai contato i morti ucrani fatti dai bombardamenti russi, giorno e notte, contro ospedali e palazzi residenziali? Vi sono mai state manifestazione urlanti contro la Russia sovietica di Putin? Per i bambini ucraini rapiti allo scopo di spezzare le loro radici e russizzarli?
Contro Israel si ripetono le menzogne mille volte. Alla fine non importa più che cosa significhino: diventano vere per sfinimento.
Apartheid? Un cittadino arabo israeliano non è un palestinese prigioniero dal il regime sanguinario di Abu Mazen. Gaza dopo il ritiro israeliano del 2005 era libera di autogestirsi e di creare quello stato tanto strombazzato. Non lo hanno fatto. Avevano libertà e miliardi a disposizione e non lo hanno fatto!
Apartheid? Quando nascerà qualcuno più onesto e coraggioso di altri per ribadire, sempre, ogni giorno, ogni minuto, che un cittadino arabo di Israele vota, può essere eletto alla Knesset, siede nelle istituzioni dello Stato, diventa giudice della Corte Suprema, e può esercitare diritti civili e politici? la risposta è già pronta: non conta niente! O addirittura chi ascolta cambia discorso perché non sa cosa dire, non ha la capacità di ribattere, il suo cervello è stato lavato per bene.
Ma ritorniamo a Gaza.
Qui la fantasia linguistica raggiunge livelli spettacolari.
Dal 7 Ottobre in poi il dibattito pubblico, sui media e sui social sembra funzionare secondo una formula matematica sorprendente:
morto palestinese = crimine israeliano = genocidio.
E le accuse contro Israele si ripetono ogni giorno sui social, sui media, in Tv:
Un giorno è genocidio.
Il giorno dopo è apartheid.
Poi pulizia etnica.
Poi colonialismo.
Poi sterminio.
E se una definizione non regge, se ne prende un'altra, a piacere, tanto la gente crede a tutto purchè sia contro Israele e contro i sionisti maledetti.
È una curiosa giustizia: prima si decide il colpevole, poi si cercano le parole per costruire il crimine con cui accusarlo.
E naturalmente in questo gigantesco tribunale mediatico c'è una figura che tende curiosamente a scomparire: Hamas.
Hamas scompare con tutta la popolazione palestinese connivente che sbraitava di felicità per ogni ebreo ammazzato.
Gli ostaggi scompaiono. Vengono addirittura negati. La natura della guerra urbana scompare.
Rimane soltanto Israele.
Un Israele trasformato nel protagonista unico di ogni male mentre Hamas sembra essere diventato un dettaglio di cui è meglio non parlare
Perché il problema, ormai, non è più soltanto ciò che Israele fa o non fa. Israele deve essere descritto con la peggiore parola possibile. Togli Israele dalla storia ( e dalla mappa geografica) e tutto diventerebbe molto più facile. Si, ma poi? Come farebbero senza il capro espiatorio da odiare con tutte le forze?
Apartheid e genocidio sono sistemi storici precisi , non sono sinonimi per dire “Israele”. Allo stesso modo la parola di moda è “sionisti” anziché “ebrei”. Fa meno effetto, sembra meno razzista, può dirlo anche la gente che si crede per bene.
La guerra non è una favoletta nella quale si accusa delle peggiori cose soltanto chi si difende e magicamente scompare dal racconto chi ha iniziato a sparare.
Forse è arrivato il momento di restituire alle parole il loro peso.
Israele è condannato in base al vocabolario che più piace agli antisemiti.
Concludo con una notizia positiva sperando di far venire un coccolone di rabbia a quella “gentil signora” che su Instagram ci ha definiti “animali”. Legga bene “Gentil signora” e la prossima volta che vuole darci degli animali si guardi allo specchio.
Ripoto da SETTEOTTOBRE — Testata giornalistica online:
“Nel mese di marzo di ogni anno il World Happiness Report, pubblicato dal Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford in collaborazione con Gallup e altri partner internazionali, presenta la graduatoria dei paesi più felici al mondo. Israele è costantemente presente tra i dieci paesi più felici al mondo. Sia nel 2025 sia nel 2026 è all’ottavo posto, il che continua a stupire visto che gli israeliani sono reduci dal terribile trauma delle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre. Per non parlare della tragedia degli ostaggi detenuti nei tunnel di Gaza, tema che ha tenuto il paese col fiato sospeso fino a gennaio del 2025. Come se non bastasse, Israele si è trovato impegnato, dal 7 Ottobre, su sette diversi fronti: come si fa a essere felici in un simile contesto?
A differenza dell’impostazione occidentale basata sul benessere materiale, Israele ha costruito un modello di coesione sociale composto dalla famiglia, l’appartenenza al gruppo e tradizioni plurisecolari collegate direttamente o indirettamente alla inimitabile religione ebraica nella sua unicità. Procediamo con ordine.
Famiglia. Il tasso di natalità degli israeliani è alto e non solo nelle famiglie ultraortodosse che arrivano facilmente a otto o dieci figli. Anche tra i laici le famiglie con tre o più figli sono tutt’altro che rare. Questo fa sì che Israele sia un paese giovane. Ritornando al World Happiness Report, nella fascia della popolazione sotto i 25 anni, Israele passa addirittura dall’ottavo al terzo posto come tasso di soddisfazione.
Un gruppo familiare può facilmente arrivare a trenta-quaranta persone tra figli, genitori, zii, cognati, nonni, cugini e così via. Immaginiamo le ricorrenze per le quali il gruppo si riunisce: per incominciare il venerdì sera si accoglie l’arrivo dello Shabbat, il mitico sabato ebraico che la tradizione equipara a una sposa. Poi i compleanni, i Brit Milà (la circoncisione dei maschi all’ottavo giorno dalla nascita), i Bar e Bat Mitzvà, gli eventi scolastici, i matrimoni e avanti così. Chiaro che non ci sono solo ricorrenze felici, ma il gruppo accompagna con fierezza un membro della famiglia nel suo ultimo viaggio.
Appartenenza. Il servizio militare crea legami indissolubili per la vita tra coloro che fanno il servizio militare e ancora di più per i fratelli in armi, ovvero coloro che affrontano il nemico in battaglia. Il giorno dell’arruolamento porta tutto il gruppo familiare a una presenza solenne per salutare il giovane o la giovane che si accinge a servire la nazione. Tra questi c’è una categoria particolare: i soldati soli, ovvero coloro che dall’estero arrivano volontari a prestare servizio militare. Non hanno la famiglia accanto, ma il popolo si stringe intorno a loro. Commovente fino alle lacrime la partecipazione di centinaia di persone ad accompagnare, nel viaggio verso il cielo, un soldato che ha sacrificato la propria vita per la difesa del popolo.
Le festività religiose e nazionali: Capodanno, Yom Kippur, Sukkot (la Festa delle Capanne), Hanukkà, il Capo d’anno degli alberi, Purim (il carnevale che è un’invenzione ebraica), la Pasqua con l’uscita dall’Egitto (la festa della libertà), Yom HaShoah, durante il quale una sirena ricorda le vittime della Shoah, il giorno dell’indipendenza ecc.
Tutti questi fenomeni creano coesione, uno scopo comune, un patto morale che porta motivazione e dà un senso all’esistenza.
Non si può non ricordare la cerimonia del matrimonio, con gli sposi e i familiari più stretti presenti sotto il baldacchino. Alla presenza del rabbino che ufficia la cerimonia vengono recitate sette benedizioni. La settima, quella conclusiva, loda l’Onnipotente per la gioia, la felicità degli sposi e la redenzione di Gerusalemme. Vale riflettere sulla parola gioia alla quale la lingua ebraica dedica sette sinonimi: simcha, hedva, rina, gila, tsahala, ditsa, sasson. Sinonimi che creano una corazza atta ad accompagnare il popolo nel viaggio della vita."