Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Emanuele Calò dal titolo: "L’aggressione al rabbino e la pandemia dell’antisemitismo: quando il complottismo diventa odio"

L’aggressione a un Rabbino alle Bande Nere (Milano) era scontata. Si è arrivati, nei social, a ipotizzare che fosse una montatura del Rabbino per spingere il d.d.l. antisemitismo, eppure c’è tutto: foto, video, lividi, dichiarazioni dei responsabili. Sarebbe da preoccuparsi più per il complottismo che per l’aggressione, perché l’aggressione riguarda un episodio, mentre il complottismo è alla base della cultura italiana ed è potenzialmente in grado di produrre non una ma infinite aggressioni.
Facciamo un esempio di testo scolastico: “In prospettiva, uno Stato nazionale arabo, compatto e antioccidentale, poteva creare problemi agli interessi britannici, mentre, al contrario, eventuali tensioni politiche, etiche e religiose, avrebbero facilitato il controllo della regione da parte delle potenze mondiali. In questa ottica, il sionismo, complicando il panorama mediorientale, si sarebbe potuto rivelare una carta interessante per i nuovi dominatori. Per i britannici “vi era anche un’altra ragione: disporre di una popolazione europea fedele agli interessi britannici e molto motivata a stabilirsi in quei luoghi”. È questo che dovrebbero imparare i ragazzi? Nella realtà, i diversi libri bianchi britannici nocquero gravemente all’Yishuv, impedendo l’immigrazione ebraica anche quando si trattava di sottrarre gli ebrei dalle camere a gas.
Dal 7 ottobre 2023 ottobre in poi, l’informazione sul conflitto è affidata in prevalenza a chi contesta Israele, mentre la presenza di un contraddittorio viene esclusa.
È in corso un fenomeno pandemico di antisemitismo, del quale l’aggressione al Rabbino è un’inevitabile conseguenza. Ai nostri fini, interessa accertarne le caratteristiche. Il conflitto mediorientale viene inserito di forza nel nostro paese, ed è diventato ossessivo. Non si spiega altrimenti che come un fenomeno patologico collettivo l’esclusione di qualsiasi interesse per il resto del mondo, e la concentrazione dell’attenzione su ebrei e Israele. Oggi il titolare di un ristorante ebraico di Roma mi ha riferito di aver ricevuto delle mail con le quali gli si chiedeva quale fosse la loro posizione su Gaza. Il ragionamento apagogico potrebbe sfociare, per dire, nell’invio di mail ai ristoranti cinesi o ai negozi cinesi, domandando loro quale sia la loro posizione sul Tibet. È impensabile, ma il tasso di follia che rivestirebbe aiuta non poco a capire il tasso di follia che Gaza provoca negli italiani, fatto di maledizioni, invocazioni a Hitler, richiami all’auspicatissima distruzione di Israele. Il sottoscritto, attraverso l’UNAR, aspetta ancora, dopo due anni, che gli si consenta di replicare di persona (e non con la lettura di un mio testo da parte di un terzo) a una nota personalità della sinistra, la quale ha detto dinanzi alle telecamere che “..e una gran parte della diaspora delle comunità ebraiche non vuole convivere coi palestinesi”.
Non vi è alcuna differenza fra l’odio per gli ebrei e l’odio a Israele. A parte il dettaglio che distruggere Israele, dopo le leggi razziali, non è esattamente un gran favore per gli ebrei. Di nessuno Stato si propone la distruzione, se non per lo Stato d’Israele. Ovunque aleggia, alle volte in modo carsico, altre in modo ostentato, la tesi del potere ebraico, esattamente come nel Mein Kampf di Adolf Hitler. Quando si legge – ovunque – che il Mossad doveva sapere dell’attacco del 7 ottobre (e qui torniamo al complottismo) lo si fa perché nessuno pensa che gli ebrei possano sbagliare, perché hanno un potere smisurato. Questa visione della potenza ebraica accomuna l’antisemitismo e l’anti israelismo. Forse non è stato intelligente sorvolare sulle dichiarazioni di artisti italiani che hanno dichiarato che a Hollywood comandano gli ebrei. Non è un dettaglio. Negli USA era assai presente la mafia, ma nessuno è stato così oligofrenico da sostenere che noi italiani avessimo dei poteri speciali.
Nemmeno sono normali i 25 minuti di applausi a Venezia per il film Naza, affetto da vizi logici che sono stati diffusamente e largamente segnalati, però sostenere che Israele sia genocida e infanticida eccita gli animi, così come li eccitava Simonino da Trento, un fanciullo che sarebbe stato ucciso da ebrei. Una vicenda, quella di Simonino, svoltasi nel Medioevo, e che troviamo riprodotta per milioni nel 2026: ma l’inconscio collettivo non cambia perché la tecnica si sia evoluta. Il messaggio fatto, per dire, con una pergamena o con uno smartphone, è sempre lo stesso.
Su un quotidiano religioso del 31 marzo 2025, taluna affermava che nelle comunità israelitiche italiane non sembra trovare spazio un’analisi critica delle politiche perseguite dall’attuale governo israeliano (..) Prevale un atteggiamento identitario e di sostegno acritico alla politica israeliana corrente, che da ebrea oltre che da storica, non giova alla causa della legittimazione internazionale di Israele”. Ora, non spetta alle Comunità ebraiche italiane fare l’analisi critica del governo israeliano, perché per legge e per statuto non hanno (e non debbono avere) il potere di pronunciarsi sulla politica israeliana. Sennonché, quest’opinione riflette icasticamente la commistione indesiderabile fra politica israeliana ed ebraismo della Diaspora, in virtù della quale l’ebreo non risponde delle sue azioni ma di quelle di uno Stato estero.
Ora, questo è ciò che non andrebbe fatto, ma non è ciò che accade, e qui la mente va a Hans Kelsen, ebreo austriaco, il miglior giurista del secolo scorso, che distingueva fra sein e sollen, essere e dover essere. Se, come diceva Sartre, l’ebreo è quello che l’antisemita crea: “l’ebreo è un uomo che gli altri uomini considerano ebreo”, ne consegue che l’immagine anomala dell’ebreo dipende dal tracciato reso da alcuni antisemiti (anche ebrei) altrettanto anomali.
E poi, scusatemi, perché eludere la descrizione sartriana dell’antisemitismo come passione? Non vedete la passione per i ‘resistenti’ e contro Israele? È la passione antisemita di cui una delle forme è costituita dalla passione antisraeliana. Vorremmo distinguerle, vorremmo che fossero diverse ma, se si segue il metodo scientifico, si scorge subito che sono ontologicamente inseparabili. L’odio contro Israele fa rima con l’odio contro gli ebrei. Plasticamente, chi ha menato il Rabbino alla Bande Nere, non distingueva, così come i sadici assassini di Hamasgiravano per il Kibbutz chiedendo, letteralmente, dell’ebreo. Per quello Alan Dershowitz e Milton Friedman discorrevano di Israele come “l’ebreo fra le nazioni” appestato perché invidiato, come direbbe René Girard.
Questa pandemia antisemita non è un’esclusività italiana, si riscontra anche in altri lidi, dove si fa notare come il ricorso all’antisemitismo come arma politica, in una rincorsa a chi dimostra una maggiore ostilità, non può operare senza una coeva e inquietante corrosione delle istituzioni, già indebolite dalla distinzione, sempre più labile, fra democrazie e regimi autocratici.
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