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Il Riformista Rassegna Stampa
23.09.2026 Con la kippah e il Maghen David, a testa alta
Commento di Luigi Yitzhak Diamanti

Testata: Il Riformista
Data: 23 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Luigi Yitzhak Diamanti
Titolo: «Con la kippah e il Maghen David, a testa alta»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Luigi Yitzhak Diamanti dal titolo: "Con la kippah e il Maghen David, a testa alta"

Dovrebbe essere la cosa più normale del mondo.

Un ebreo che cammina per le strade della propria città con la kippah sul capo. Una ragazza che porta al collo un Maghen David. Una famiglia che non sente il bisogno di nascondere i propri simboli, la propria identità, il proprio legame con Israele.

Eppure oggi, troppo spesso, ciò che dovrebbe essere normale viene vissuto come qualcosa da valutare con prudenza.

“È meglio togliere la kippah?”

“È meglio nascondere la Stella di David?”

“È opportuno mostrare una bandiera israeliana?”

“È meglio non dire apertamente di essere sionisti?”

Sono domande che, già nel loro esistere, dovrebbero interrogarci profondamente.

Perché la libertà non consiste soltanto nel poter professare formalmente una religione. Libertà significa poter essere ciò che siamo senza essere costretti a nasconderci.

Noi ebrei non possiamo accettare che la prudenza diventi progressivamente invisibilità.

Non possiamo abituarci all’idea che, per evitare problemi, sia preferibile mettere la kippah in tasca, coprire il Maghen David o nascondere la bandiera d’Israele e parlare sottovoce del nostro rapporto con Israele.

I nostri simboli non sono una provocazione

La kippah non è una provocazione.

Il Maghen David non è una provocazione.

La bandiera di Israele non è una provocazione.

E dichiararsi sionisti non è una provocazione.

Sono espressioni di un’identità, di una storia e di un’appartenenza che nessuno puo’ cancellare dallo spazio pubblico.

Il Maghen David che portiamo al collo racconta una storia molto più grande di noi. È simbolo delle nostre comunità e del nostro popolo. È stato anche trasformato dai persecutori in un marchio imposto agli ebrei, oggi noi lo portiamo come simbolo di identità, continuità e vita.

La kippah racconta il nostro rapporto con l’ebraismo.

La bandiera di Israele rappresenta lo Stato ebraico e il legame fondamentale del popolo ebraico con la propria patria nazionale.

Ed è per questo che considero altrettanto importante poter pronunciare senza esitazioni una parola che troppo spesso qualcuno trasforma in un’accusa

SIONISMO

Sono ebreo e sono sionista e Israele fa parte della mia identità.
Per noi di Herut, tutto questo assume un significato ancora più profondo.

La libertà dell’ebreo non può essere soltanto una libertà concessa a condizione che egli sia discreto, invisibile o disposto a mettere tra parentesi una parte della propria identità.

C’è una parola della tradizione sionista revisionista che conserva ancora oggi una forza straordinaria, Hadar.

Dignità.

Dignità significa camminare a testa alta.

Significa non vivere la propria identità come qualcosa di cui scusarsi.

Significa non accettare che altri stabiliscano quando possiamo mostrare i nostri simboli, quando possiamo parlare di Israele o quanto possiamo essere apertamente ebrei e sionisti.

Non significa arroganza.

Non significa mancanza di rispetto verso gli altri.

Significa, al contrario, pretendere per noi stessi la stessa libertà e lo stesso rispetto che riconosciamo agli altri.

Questa è una distinzione fondamentale.

Noi non chiediamo privilegi.

Chiediamo che un ebreo possa attraversare una piazza italiana con la kippah senza dover pensare, prima di uscire di casa, se sia più prudente nasconderla.

Che una ragazza possa portare un Maghen David senza chiedersi se sia meglio infilarlo sotto la maglietta.

Che una persona possa dire “sono sionista” senza che quella parola venga trasformata automaticamente in un marchio d’infamia.

E che una bandiera israeliana possa essere mostrata come qualsiasi altra bandiera nazionale, senza che la sua semplice presenza venga considerata una provocazione.

Non torneremo ad essere invisibili

Non si deve costruire una società nella quale un ebreo senta che nascondere la propria identità sia diventato necessario.

Sarebbe una sconfitta non soltanto per gli ebrei.

Sarebbe una sconfitta per la società democratica nel suo complesso.

Perché la qualità di una democrazia si misura anche dalla libertà con cui una minoranza può mostrarsi per ciò che è.

Noi conosciamo troppo bene il significato dell’invisibilità imposta.

Per questo il nostro futuro non può essere quello dell’ebreo che torna a guardarsi intorno prima di mostrare chi è.

La nostra risposta deve essere diversa.

Continuare a vivere.

Continuare ad essere presenti.

Continuare a partecipare alla società.

E continuare a farlo senza cancellare noi stessi.

Con la kippah.

Con il Maghen David.

Con i nostri simboli.

Con il nostro legame con Israele.

Con la libertà di pronunciare senza esitazioni la parola sionismo.

E con la libertà di dire: siamo ebrei e siamo sionisti.

Non contro qualcuno.

Ma perché questo è ciò che siamo.

Non abbasseremo lo sguardo e non trasformeremo la nostra identità in qualcosa da vivere di nascosto.

La risposta all’odio non può essere la cancellazione di noi stessi.

La risposta è continuare a vivere apertamente e dignitosamente la nostra identità.

Liberi.

Ebrei.

Sionisti.

A testa alta.

Am Yisrael Chai.

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redazione@ilriformista.it

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