Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Alessandro Carmi dal titolo: "Fratelli Musulmani e Hamas. La pista dei soldi"

Dalle false organizzazioni umanitarie alle criptovalute, le autorità americane stanno ricostruendo una rete finanziaria transnazionale che collega strutture della Fratellanza ad Hamas. Il punto, scrive Ahmed Charai, è capire quanto sia vasta l’architettura che ancora resta nell’ombra
Per capire la forza di un’organizzazione terroristica bisogna guardare anche ai conti correnti, alle società, alle associazioni benefiche, ai trasferimenti internazionali e, sempre più spesso, alle criptovalute. È questa la tesi al centro di un articolo di Ahmed Charai, presidente e amministratore delegato di World Herald Tribune apparso sul Jerusalem Strategic Tribune.
Charai parte da una domanda che negli Stati Uniti sta acquistando un peso crescente: quanto sono estese le reti finanziarie transnazionali che collegano organizzazioni riconducibili ai Fratelli Musulmani, strutture di copertura e Hamas? La questione, osserva, va ormai affrontata seguendo i flussi di denaro e ricostruendo i rapporti tra donatori, beneficiari, intermediari, associazioni e società che operano in Paesi diversi.
Alcune recenti operazioni delle autorità americane mostrano perché la domanda sia tutt’altro che astratta. Il 17 giugno il dipartimento di Giustizia ha annunciato l’arresto di Reda Mazen Rida Sabassi, residente a San Diego, accusato di aver raccolto circa 600 mila dollari attraverso campagne presentate come iniziative umanitarie per Gaza. Secondo l’accusa, circa 116 mila dollari sarebbero stati trasferiti a un membro di Hamas, mentre Sabassi avrebbe tentato di convertire altri 382 mila dollari in criptovalute per inviarli all’organizzazione attraverso Gaza Now. Le accuse dovranno naturalmente essere provate in tribunale.
Un secondo tassello è arrivato il 23 luglio dal dipartimento del Tesoro. L’Office of Foreign Assets Control ha colpito un alto esponente della Fratellanza Musulmana egiziana e persone ed entità accusate di fornire sostegno materiale ad Hamas. Secondo il Tesoro, due delle organizzazioni designate erano false associazioni benefiche legate alla Fratellanza e utilizzate per convogliare fondi verso l’ala militare di Hamas. Le autorità americane descrivono un sistema articolato su più livelli, nel quale organizzazioni affiliate ai Fratelli Musulmani e strutture controllate da Hamas utilizzerebbero facciate caritative e circuiti finanziari informali per raccogliere, trasferire e occultare denaro attraversando diverse giurisdizioni.
Poi, il 1° settembre, il dipartimento di Giustizia ha annunciato un’altra operazione: l’FBI ha sequestrato oltre 560 mila dollari in criptovalute destinate ad Hamas e ha preso il controllo di domini e infrastrutture informatiche utilizzati per raccogliere fondi e reclutare sostenitori. Le indagini hanno riguardato direttamente le Brigate Izz al-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas. È proprio la successione di queste operazioni a rendere centrale l’interrogativo posto da Charai: quanto resta ancora da scoprire?
Il problema riguarda la struttura stessa di queste reti. Organizzazioni apparentemente indipendenti possono condividere intermediari finanziari, amministratori, donatori, beneficiari o partner esteri. Fondi raccolti ufficialmente per scopi umanitari possono attraversare più passaggi e più Paesi prima di raggiungere la loro destinazione finale. È quindi insufficiente, secondo l’autore, fermarsi alla denominazione formale di un’associazione o allo scopo dichiarato di una raccolta fondi. Occorre ricostruire l’intero percorso del denaro.
Charai chiede per questo un coordinamento più stretto tra Tesoro, dipartimento di Stato, dipartimento di Giustizia, FBI, intelligence e Consiglio per la sicurezza nazionale, insieme a una collaborazione più intensa con governi, servizi di intelligence e autorità finanziarie di Europa, Medio Oriente, Africa e Asia. Il carattere transnazionale delle reti finanziarie rende infatti inevitabilmente transnazionale anche l’attività necessaria a individuarle.
La questione riguarda anche gli Stati Uniti. Il sistema americano garantisce un’amplissima libertà alle organizzazioni religiose, umanitarie e senza scopo di lucro nella raccolta di fondi. Proprio per questo, sostiene Charai, quando esistono elementi concreti le autorità devono verificare se qualcuno utilizzi quelle tutele per mascherare trasferimenti destinati, alla fine della catena, a organizzazioni terroristiche designate. L’indagine deve riguardare comportamenti, denaro e prove.
Gli Stati Uniti dispongono in questo campo di strumenti particolarmente potenti: il ruolo internazionale del dollaro, la centralità del loro sistema finanziario, la capacità del Tesoro di imporre sanzioni, gli strumenti dell’intelligence e la cooperazione con numerosi governi consentono a Washington di seguire flussi finanziari che attraversano frontiere e intermediari diversi.
La prudenza investigativa resta essenziale. L’esistenza di rapporti finanziari o personali va dimostrata e non presunta. È però proprio questo il punto dell’analisi di Charai: organizzazioni perfettamente legali e apparentemente scollegate possono rivelare connessioni più ampie soltanto quando si sovrappongono trasferimenti, intermediari, amministratori e beneficiari. Dopo il 7 ottobre, ignorare questa dimensione significherebbe guardare soltanto alla parte visibile della macchina. Hamas ha bisogno di uomini, armi e strutture operative, e tutto questo richiede risorse. Per capire chi alimenta quella macchina occorre dunque risalire la corrente, transazione dopo transazione.
Seguire i soldi, ricostruire le reti, raccogliere le prove, individuare i finanziamenti illeciti e interromperli. È la conclusione di Ahmed Charai. Ed è anche il terreno sul quale gli Stati Uniti sembrano avere deciso di intensificare la battaglia contro Hamas e contro le strutture finanziarie che, secondo le loro autorità, ruotano attorno alla galassia dei Fratelli Musulmani.