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Naza e l'accusa del sangue contro gli ebrei (Video di Ciro Principe) 14/09/2026


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Informazione Corretta Rassegna Stampa
19.09.2026 I lettori ci scrivono, Deborah Fait risponde
Lettera a Informazione Corretta

Testata: Informazione Corretta
Data: 19 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: «I lettori ci scrivono, Deborah Fait risponde»

1 Lettera

 

La lettera che segue mi è stata mandata dall'amica Paola Turilli. Chi l'ha scritta non è ebrea, non è sionista, è probabilmente di sinistra e per questo le sue parole hanno un valore speciale. Vorrei rispondere all'autrice che si chiede tristemente se gli autori di Naza abbiano considerato il danno che il loro "lavoro" avrebbe provocato in un mondo occidentale in cui l'antisemitismo imperversa:  SI', lo sapevano. Yuval Abraham, uno dei due registi, chiamiamoli così, è famoso in Israele per le sue aggressioni ai soldati e per la sua amicizia con alcuni capi di Hamas. Non sono altro che due traditori.   

Deborah Fait

 

 

"Che cosa può spingere un israeliano o un ebreo, proprio in un momento così drammatico e cruciale, a realizzare un’opera che rischia di essere percepita come un atto di accusa contro il proprio Paese?

 

In una situazione terribile, nella quale è evidente lo strazio di entrambe le parti, trovo profondamente problematico proporre un docudrama che sembra sostenere una tesi così grave — quella dell’uccisione deliberata e sistematica di civili — senza che, almeno da quanto emerge pubblicamente, siano chiaramente presentate e verificabili le fonti, i nomi, le responsabilità e gli elementi probatori su cui tale ricostruzione si fonda.

 

La domanda che mi pongo è semplice: si sono interrogati sulle conseguenze di una narrazione di questo tipo?

 

Perché non riguarda soltanto Israele o il modo in cui gli israeliani discuteranno tra loro delle proprie responsabilità. Riguarda anche la sicurezza e la percezione degli ebrei che vivono nel resto del mondo.

In un momento nel quale l’antisemitismo è già così forte, una rappresentazione unilaterale e non adeguatamente documentata rischia di diventare un’arma nelle mani di chi vuole trasformare una tragedia complessa in una condanna collettiva.

 

E questo, a mio avviso, è il punto centrale: criticare il proprio Paese, indagare sui suoi eventuali errori e chiedere conto delle responsabilità non significa tradirlo.

Anzi, può essere una forma di responsabilità civile. Ma accuse di una gravità enorme devono essere sostenute da prove altrettanto enormi, soprattutto quando vengono diffuse attraverso uno strumento potentissimo come un docudrama.

 

Non è, quindi, soltanto una questione di “panni sporchi lavati in famiglia”. Prima ancora di lavarli, bisogna dimostrare che quei panni siano davvero cosi sporchi (stiamo comunque parlando di una guerra!), ricostruendo i fatti con rigore, fonti verificabili e responsabilità individuali chiaramente identificate.

 

Altrimenti il rischio è che una narrazione non sufficientemente documentata finisca per alimentare proprio la polarizzazione, la radicalizzazione e la propaganda di cui questo momento avrebbe meno bisogno.

 

E mi chiedo, amaramente, se chi ha realizzato e promosso questo lavoro abbia considerato fino in fondo anche questo effetto.

 

Grazie a chi, consapevolmente o meno, sta contribuendo a rendere ancora più DIFFICILE il lavoro di chi cerca di costruire dialogo e diplomazia."

 

Alessandra Panvini Rosati


takinut3@gmail.com

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