Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Ignacio Arroyo Hernández dal titolo: "Quando la causa di Gaza diventa il linguaggio della scuola"

Circola un vademecum per docenti intitolato Libertà di insegnamento. Diritto, responsabilità, pratiche. Spiega come scegliere le fonti, documentare le attività, rapportarsi con le famiglie e gestire le contestazioni. Dice di nascere dalle riflessioni sul webinar con Francesca Albaneseorganizzato il 10 dicembre 2025 dall’IIS Enrico Mattei di Bologna e segnala in apertura che la vicenda si è conclusa con archiviazione senza sanzione.
Il documento è firmato La Scuola per la Palestina. Preso punto per punto, c’è poco da eccepire: prescrive fonti attendibili e plurali, distinzione fra fatti e opinioni, pensiero critico, trasparenza con le famiglie. Il problema è quel per. Una bandiera nel logo e, poche righe sotto, l’invito alla pluralità delle voci convivono senza imbarazzo se la propria posizione non viene più percepita come una posizione politica fra altre, ma come il naturale punto d’arrivo di parole come pace, giustizia e diritti.
Non è soltanto una dichiarazione. Offre procedure, riferimenti normativi, un precedente, istruzioni per le contestazioni e l’unico riquadro dedicato specificamente a un’iniziativa legislativa: il disegno di legge sull’antisemitismo, di cui invita a monitorare l’iter e ricorda che non è ancora legge. Se sia opportuno portare una causa in aula resta fuori campo; si spiega come farlo restando in regola. L’archiviazione senza sanzione risponde a una domanda amministrativa. Non necessariamente a quella educativa.
Un insegnante ha diritto alle proprie idee. Può firmare appelli, manifestare, sostenere Israele o la Palestina. Ma in classe non parla soltanto come cittadino. La libertà d’insegnamento è una libertà professionale esercitata in un’aula istituzionalmente asimmetrica, davanti a minori obbligati a essere lì e sottoposti all’autorità didattica e valutativa del docente.
La scuola pubblica non è neutrale su tutto. Ha una Costituzione. Non deve trattare fascismo e democrazia come opzioni equivalenti. Il guaio comincia quando una conclusione politica viene considerata così evidentemente derivata da quei principi da non essere più distinta dai principi stessi.
È la stessa logica della vecchia difesa del crocifisso nelle aule: quel simbolo, si diceva, rappresentava valori universali e non escludeva nessuno. Ma un’istituzione pubblica non può fare proprio un simbolo particolare soltanto perché chi lo espone lo considera universale. Cambiare simbolo non cambia nulla.
Nel manifesto, Scuola per la Palestina compare accanto alla formula “per una scuola giusta, critica, inclusiva e di pace”. Chi non condivide quella causa si trova così a dover dimostrare di condividere almeno le virtù alle quali è stata associata. Basta sostituire per un momento Palestina con Israele e vedere che effetto fa.
Si parla molto di pensiero critico e si contempla poco la possibilità più elementare: che un ragazzo ascolti, legga, ragioni e semplicemente non sia d’accordo, davanti a chi poi dovrà valutarlo. Il dissenso può riguardare anche ciò che gli viene presentato come fatto, non soltanto le conclusioni che se ne ricavano. Che il vademecum non contempli questa eventualità dice molto dell’immagine dello studente che presuppone. Se la scuola si è già definita per una causa, chi arriva autonomamente a una conclusione diversa rischia di trovarsi fuori non da quella causa, ma dal “noi” con cui l’istituzione presenta se stessa.
Colpisce soprattutto la disinvoltura: nella stessa pagina, una presa di posizione così esplicita convive con le regole della buona pratica professionale.
A quel punto il problema non è più che lo studente dissenta dal docente, ma che debba dissentire dalla scuola.
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