Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Perché disprezzo i cinematografari italiani"

Giulio Meotti
Fu quel gran genio di Philippe Muray nel suo capolavoro del 1991, L’Impero del Bene, a liquidarli una volta per tutte:
“Cantanti e attori sono loro, lo sappiamo, i veri modelli del nuovo esercizio di apologetica spettacolare. Vi sbattono in faccia il loro entusiasmo senza colpo ferire, si lanciano con così tanto fervore contro la droga, contro la miopatia congenita, contro le alluvioni, contro la fame nel mondo, per i diritti dell’uomo, e con toni così convincenti, partecipi, commossi, che anche voi avete la sensazione, nel vederli scagliare le loro frecce coraggiose in pertugi tanto inesplorati, anche voi credete, per un attimo, che quelle Cause le abbiano scoperte loro. Che spettacolo palpitante! Che predatori del Bene perduto! Che telefono azzurro dei perseguitati! È troppo, vi prego, abbiate pietà di me! Un film sbanca il botteghino se sa rendere omaggio al loro pompierismo di gruppo”.
Oggi basta leggere una di quelle lunghe interviste sdraiate di cui è specializzato Il Corriere della Sera, genere “Aldo Cazzullo intervista Lilly Gruber”.
Qualche mese fa, parlando col Corriere della Sera, il potente direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, raccontava la sua prima vita da bigamo, di come avesse girato tutto il mondo, della sua attuale terza moglie che ha 40 anni meno di lui, di tutti i film che deve vedere per lavoro da 17 anni in cui dirige la mostra (che fatica), del suo grande amico George Clooney, del suo agnosticismo e della bella vita mondana che ha fatto.
Milan Kundera scrisse:
“Rispondendo a Sartre e ai suoi, che lo avevano accusato di essere un reazionario, Albert Camus pronunciò una celebre battuta a proposito di coloro ‘che avevano piazzato la propria poltrona nel senso della Storia’”.
I cinematografari italiani, in generale gli uomini di cultura, sono sempre stati maestri di piazzare la poltrona nel senso della Storia.
Di Barbera è la decisione di portare a Venezia il film “Naza”. In sintesi, due registi israeliani di estrema sinistra, due rinnegati anche per quelli di Peace Now, accusano il proprio paese di essere genocida e criminale per come fa la guerra contro i terroristi a Gaza.
Ma il punto non è il film. Una volta sentito parlare Salomone Ovadia detto “Moni” sai che tutto è possibile.
Ogni epoca ha bisogno del proprio “buon ebreo” la cui parola conferma ciò che essa desidera credere degli altri ebrei. Il procedimento è perfetto: “Non lo diciamo noi, lo dicono loro”.

Barbera e i registi di Naza
Ora, lo stesso direttore Barbera, un anno fa, ha consentito che Gal Gadot e Gerald Butler rinunciassero a partecipare al festival di Venezia. La prima perché è israeliana, il secondo perché ha raccolto fondi per l’esercito israeliano.
Era successo che un centinaio di attori e registi italiani filo palestinesi - Marco Bellocchio, Jasmine Trinca, Toni e Beppe Servillo, Claudio Santamaria, Gabriele Muccino, Serena Dandini, Valeria Golino, Fiorella Mannoia e le sorelle Alice e Alba Rohrwacher, in pratica il radical chic italiano al completo - non voleva vederli in laguna.
Si ammette solo ciò che rassicura la platea, si lascia evaporare ciò che la inquieterebbe. E così Barbera non si è fatto troppi problemi.
C’è un video degli ormai famosi “25 minuti di applausi” ricevuti dai due cineasti israeliani a Venezia. L’applauso cambia natura man mano che si prolunga: diventa adesione, comunione, celebrazione, cerimonia.
Venezia non è solo un festival: è un confessionale all’aperto per l’élite che ha bisogno di assolversi. Nella Sala Grande si celebra un sacramentale laico: l’applauso prolungato come prova di virtù. Più dura, più si è giusti.
Come nell’episodio dell’applauso di 11 minuti tratto da Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn. Durante una riunione nel 1937, un applauso a Stalin si protrae per 11 minuti perché nessuno osa fermarsi per primo, temendo di essere accusato di tradimento. Quando il direttore di una fabbrica interrompe per primo l'ovazione, viene arrestato quella stessa notte e condannato ai lavori forzati.
Nel video si vede Barbera, a destra, nel suo gran completo, che guarda l’orologio mentre segna il nuovo record di applausi, per poi interrompere la messinscena.
Il punto non è “Naza” e neanche Barbera e il suo amico convertito all’Islam, Pietrangelo Buttafuoco, a capo della Biennale veneziana.
Avrebbero applaudito venticinque minuti un documentario israeliano che descrivesse con la stessa minuzia i metodi di Hamas?
Immaginiamo, l’esperimento mentale non costa nulla, un’altra serata a Venezia.
Immaginiamo un documentario di ottanta minuti dedicato ai 1.200 morti israeliani in meno di tre ore, ai tunnel scavati sotto Gaza, al modo in cui Hamas nasconde i suoi terroristi in mezzo alla popolazione, alle sue infrastrutture militari mescolate al tessuto urbano, ai razzi lanciati verso le città israeliane, agli ostaggi rapiti il 7 ottobre, alle famiglie assassinate nei kibbutz, alle strategie con cui un’organizzazione terroristica trasforma la morte dei propri civili in sconfitta politica per l’avversario.
La sala di Venezia si sarebbe alzata? Senza dubbio alcuni spettatori, i più coraggiosi (non Barbera, ok), avrebbero applaudito.
Ma venticinque minuti?
No, perché quel documentario non offriva all’uditorio ciò di cui ha bisogno: la conferma di una colpa unilaterale e la possibilità di sentirsi, applaudendo, dalla “parte giusta della Storia”.
Ecco, ho ripensato a Barbera, a come abbia girato il mondo, alla sua terza moglie che ha 40 anni meno di lui, a tutti i film che deve vedere, al suo amico George Clooney, al suo agnosticismo e alla sua gran bella vita, lui che vive in quella sottile fascia di privilegio in cui si può essere bigami, agnostici, cosmopoliti, amici di star e, al tempo stesso, custodi di una doppia morale.
In una intervista al Wall Street Journal, il saggista inglese Douglas Murray dice che Israele dimostra di essere “perfettamente in grado di contrastare la provocazione che i jihadisti hanno sempre usato, ovvero: ‘Amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita’. Come può una società liberale affrontare un culto della morte necrofilo?”.
È una domanda difficile. Venezia, invece, preferisce le domande facili. Quelle che si risolvono con un’ovazione e un premio.
Ecco allora che Barbera, col suo smoking, con i suoi applausi, con la sua doppia morale, non sopravvivrebbe cinque minuti a Gaza, ma potrebbe fare la stessa bella vita tre chilometri più a ovest, in Israele. Dove viveva l’attore israeliano David Cunio, premiato alla Berlinale, rapito da Hamas insieme alla moglie, alle figlie di tre anni, alla cognata e alla nipote durante il 7 ottobre.
Ecco, forse, se venisse rapito come è successo a Shiri Bibas, la madre dei piccoli Ariel e Kfir, uccisi a mani nude, strangolati, dai bravi “civili” palestinesi, forse, dico forse, questo Barbera supplicherebbe che un commando israeliano accorra a liberarlo.
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