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Bet Magazine Rassegna Stampa
18.09.2026 Sei anni di Accordi di Abramo: la tenuta delle intese e la sfida dell’allargamento
Cronaca di Davide Cucciati

Testata: Bet Magazine
Data: 18 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Davide Cucciati
Titolo: «Sei anni di Accordi di Abramo: la tenuta delle intese e la sfida dell’allargamento»

Riprendiamo da BET Magazine la cronaca di Davide Cucciati dal titolo: "Sei anni di Accordi di Abramo: la tenuta delle intese e la sfida dell’allargamento"

Sei anni dopo la firma degli Accordi di Abramo, torna al centro del dibattito il loro possibile allargamento. L’ambasciatore israeliano negli Emirati Arabi Uniti, Yossi Shelley, ha prospettato l’ingresso di un altro Paese entro quattro-sei mesi, indicando il Kuwait tra le possibilità. Da Kuwait City, tuttavia, non è arrivata alcuna conferma.

Il 15 settembre 2020, alla Casa Bianca, Israele firmava gli Accordi con Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Il Marocco avviò la normalizzazione nel dicembre dello stesso anno, mentre il Sudan firmò la dichiarazione nel gennaio 2021 senza completare il percorso diplomatico. Nel novembre 2025 il Kazakistan ha annunciato la propria adesione, pur intrattenendo relazioni con Israele già dal 1992.

Da allora, il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno cambiato il quadro regionale. Emirati, Bahrein e Marocco hanno mantenuto le relazioni diplomatiche con Israele, mentre il percorso di normalizzazione con l’Arabia Saudita ha subito una brusca interruzione. Il sesto anniversario offre dunque l’occasione per esaminare sia la tenuta delle intese esistenti sia le prospettive di nuove adesioni.

La normalizzazione attraverso gli interessi comuni

Prima del 2020, gli unici Paesi arabi ad avere concluso trattati di pace con Israele erano l’Egitto, nel 1979, e la Giordania, nel 1994. Gli Accordi di Abramo aprirono una strada diplomatica differente: alcuni Stati arabi decisero di normalizzare i rapporti con Israele prima della soluzione del conflitto israelo-palestinese, puntando sulla convergenza di interessi economici e strategici.

I primi risultati furono visibili soprattutto nei rapporti tra Israele ed Emirati. Aumentarono i collegamenti, il turismo e gli scambi commerciali. Nel 2022 venne sottoscritto un accordo di libero scambio. La normalizzazione favorì anche una maggiore visibilità della vita ebraica nel Golfo.

Nel settembre 2022, si erano già registrati incontri diplomatici, crescita commerciale e un matrimonio ebraico celebrato ad Abu Dhabi con circa 1.500 invitati: esempi concreti di un cambiamento che coinvolgeva progressivamente anche imprese, viaggiatori e comunità.

I percorsi dei Paesi aderenti hanno seguito sviluppi differenti. La normalizzazione con il Marocco ha consolidato rapporti diplomatici e collaborazioni già coltivati in forme meno ufficiali. Il Sudan, attraversato prima dall’instabilità politica e poi dalla guerra civile, non ha completato il processo avviato nel 2021.

Il 7 ottobre e la questione saudita

Nell’autunno 2023, l’attenzione diplomatica era concentrata sull’Arabia Saudita. Una normalizzazione tra Israele e Riad avrebbe coinvolto uno degli attori più influenti del mondo arabo e musulmano. I negoziati mediati dagli Stati Uniti sembravano aver raggiunto una fase significativa.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre e la successiva guerra a Gaza interruppero quel percorso.

Il 20 ottobre 2023, l’allora presidente americano Joe Biden sostenne che l’attacco di Hamas mirasse anche a ostacolare la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Nell’intervista rilasciata a MosaicoMichael Milshtein, già responsabile del dipartimento per gli Affari palestinesi dell’intelligence militare israeliana, ha contestato il ruolo centrale attribuito a questa motivazione. Milshtein ha osservato che Yahya Sinwar aveva cominciato a elaborare un’offensiva di grandi dimensioni molti anni prima, quando l’accordo tra Israele e Arabia Saudita non costituiva ancora una prospettiva concreta. Nella sua analisi, le motivazioni ideologiche di Hamas spiegano l’attacco più della volontà di sabotare uno specifico negoziato diplomatico. L’effetto sul processo di normalizzazione è stato comunque evidente: la guerra ha interrotto il percorso negoziale. Nel febbraio 2024, come riportato da Reuters, Riad ha ribadito che non avrebbe stabilito relazioni diplomatiche con Israele senza il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente sui confini del 1967, con Gerusalemme Est capitale, e senza la cessazione della guerra a Gaza.

Gli accordi già conclusi hanno seguito un percorso diverso: Emirati, Bahrein e Marocco hanno mantenuto le relazioni diplomatiche con Israele anche durante la guerra, pur esprimendo posizioni critiche sulle operazioni militari e sulla situazione umanitaria a Gaza.

 

L’economia può garantire la stabilità?

Gli Accordi di Abramo furono firmati sei anni dopo l’annessione russa della Crimea e due anni prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Prima della guerra, Russia ed Europa mantenevano importanti legami commerciali ed energetici. L’interdipendenza economica rendeva costoso un conflitto, ma non impedì l’invasione del febbraio 2022.

Il contesto mediorientale è differente, ma il precedente europeo offre uno spunto di riflessione. La tenuta delle relazioni diplomatiche tra Israele, Emirati, Bahrein e Marocco durante la guerra a Gaza mostra che, accanto agli interessi economici, contano le scelte politiche e strategiche dei governi.

L’Arabia Saudita rappresenta un caso particolarmente interessante, sebbene non abbia aderito agli Accordi. Riad ha discusso con Washington e Israele un possibile percorso di normalizzazione, coltivando contemporaneamente relazioni con interlocutori dalle posizioni spesso divergenti. Nel marzo 2023, l’Arabia Saudita e la Repubblica Islamica dell’Iran annunciarono il ripristino delle relazioni diplomatiche al termine di negoziati ospitati e mediati dalla Cina. L’iniziativa confermò il crescente ruolo diplomatico di Pechino nel Golfo, una regione nella quale gli Stati Uniti conservano importanti legami strategici con Riad.

La ricerca di autonomia saudita si inserisce in una trasformazione più ampia degli equilibri regionali. Un eventuale accordo con Israele dovrebbe convivere con le altre relazioni diplomatiche di Riad, compreso il dialogo con Teheran.

L’allargamento tra annunci e ipotesi

Nel novembre 2025 il Kazakistan ha annunciato la propria adesione agli Accordi di Abramo. Il caso kazako presenta caratteristiche particolari. Astana aveva stabilito relazioni diplomatiche con Israele già nel 1992. L’adesione ha avuto quindi soprattutto un valore politico, ampliando il formato degli Accordi oltre il gruppo degli Stati arabi che avevano avviato la normalizzazione nel 2020.

Negli ultimi anni il dibattito sull’allargamento ha coinvolto Paesi e territori molto differenti, dall’Asia centrale al Medio Oriente.

Nel giugno 2025, il giornalista israeliano Amit Segal, durante una conferenza raccontata su Mosaico, aveva prospettato una possibile adesione della Siria agli Accordi di Abramo nel giro di poche settimane. La previsione non si concretizzò nei tempi indicati.

Anche il Libano figura tra i possibili candidati all’allargamento degli Accordi di Abramo, secondo uno scenario delineato da Maurizio Molinari nell’ottobre 2025. Gli ostacoli riguardano gli equilibri politici interni, il ruolo di Hezbollah e le questioni di sicurezza lungo il confine con Israele.

Nell’ottobre 2025 si aggiunse un’altra dichiarazione significativa: Aidarus al-Zubaidi, leader del Consiglio di Transizione Meridionale dello Yemen, rimosso nel gennaio 2026 dal Consiglio di leadership presidenziale yemenita e, secondo la coalizione saudita, fuggito negli Emirati passando per Mogadiscio, affermò che un eventuale Stato indipendente del Sud Yemen sarebbe stato disposto ad aderire agli Accordi e a stabilire rapporti con Israele.

 

Il bilancio del sesto anniversario

Sei anni dopo la firma alla Casa Bianca, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco mantengono le relazioni diplomatiche con Israele, mentre il Sudan non ha completato il percorso avviato nel 2021. L’annuncio dell’adesione del Kazakistan ha ampliato la prospettiva geografica degli Accordi, senza comportare l’apertura di nuove relazioni diplomatiche con Israele, già esistenti dal 1992.

L’attenzione si sposta ora sul possibile ingresso di altri Paesi. La previsione di Shelley resta senza conferme da Kuwait City. Nei prossimi mesi sarà possibile verificare se l’allargamento degli Accordi produrrà nuove relazioni diplomatiche, mentre Emirati, Bahrein e Marocco continueranno a rappresentare il banco di prova della tenuta delle intese già raggiunte.

 


bollettino@tin.it

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