Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE l'analisi di Mariano Giustino dal titolo: "Lo Scudo di Achille cambia gli equilibri nel Mediterraneo orientale"

La nuova difesa greca basata su tecnologia israeliana rafforza l’asse tra Atene e Gerusalemme e accende la competizione strategica con Ankara
Israele ha preparato il suo “cavallo di Troia” nel Mediterraneo orientale attraverso lo “Scudo di Achille”, presentato come un progetto puramente difensivo tra Atene e Gerusalemme, ma destinato a modificare gli equilibri regionali e ad alimentare la corsa agli armamenti.
L’accordo, del valore di circa 3,1 miliardi di euro, prevede la realizzazione in Grecia di una rete nazionale di difesa multilivello contro missili balistici, velivoli e droni. Il sistema integrerà le tecnologie israeliane David’s Sling, Barak MX e Spyder, radar avanzati e una struttura unificata di comando e controllo. Per Israele rappresenta la più importante esportazione militare nei rapporti con Atene; per la Grecia segna l’ingresso in una “nuova realtà”, diventando il primo Paese dell’Unione europea a riunire diverse piattaforme israeliane in un unico scudo nazionale.
Diciannove imprese greche parteciperanno al programma con una quota superiore a 750 milioni di euro, circa il 25% dell’investimento. La parte principale delle risorse sarà comunque destinata all’industria israeliana. Il progetto rientra nell’“Agenda 2030”, il piano di modernizzazione militare greco da circa 30 miliardi di euro entro il 2036, che comprende fino a quaranta caccia F-35, nuove fregate, sottomarini e droni. Lo scudo dovrebbe essere operativo entro il 2029.
La cooperazione tra Grecia e Israele si estende all’addestramento, alle esercitazioni, alla ricerca militare, alla difesa informatica e al contrasto degli sciami di droni e dei mezzi sottomarini senza pilota. Un ulteriore accordo da circa 650 milioni riguarda il sistema missilistico PULS. Grecia e Cipro vengono così inserite in un’architettura strategica sostenuta dagli Stati Uniti e idealmente estesa dall’India agli Emirati Arabi Uniti fino al Mediterraneo.
Formalmente la rete è rivolta soprattutto contro l’Iran, ma nei fatti altera anche i rapporti di forza con la Turchia. Israele utilizza le proprie tecnologie per accreditarsi come partner indispensabile dell’Europa e della Nato, dopo le vendite dell’Arrow 3 alla Germania e del David’s Sling alla Finlandia. Washington conserva un ruolo decisivo, poiché il trasferimento di alcune tecnologie richiede l’autorizzazione statunitense. Le esportazioni militari diventano inoltre uno strumento politico con cui Israele cerca di attenuare l’isolamento internazionale legato alla guerra di Gaza.
Ankara osserva con preoccupazione la collaborazione greco-israeliana. Il ministro della Difesa turco Yaşar Güler, rispondendo a un’interpellanza parlamentare, ha ammesso che le istituzioni dello Stato stanno valutando scenari che vanno dalla crisi alla guerra. Pur non annunciando un conflitto, il documento rappresenta un raro riconoscimento ufficiale dell’inclusione di questa eventualità nella pianificazione strategica turca.
La preoccupazione riguarda soprattutto la possibile installazione di sistemi israeliani sulle isole greche vicine alla costa anatolica, insieme alla costruzione di infrastrutture sotterranee, depositi di munizioni, centri di comando e piste per aerei militari. Ankara contesta da tempo la militarizzazione delle isole dell’Egeo orientale richiamandosi ai trattati di Losanna e Parigi. Atene sostiene invece che alle isole si applichino regimi giuridici differenti e rivendica il diritto all’autodifesa.
Al centro dello scontro rimane anche la delimitazione delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive (ZEE). La Grecia ritiene di poter estendere le proprie acque fino a dodici miglia nautiche, mentre la Turchia considera questa prospettiva un tentativo di porre sotto controllo greco oltre il 70% dell’Egeo, limitando il proprio accesso alle risorse energetiche del Mediterraneo orientale. Ankara continua, perciò, a indicare tale eventualità come possibile causa di guerra.
Le tensioni si sono riaccese con la creazione, da parte turca, di due parchi marini nell’Egeo nord-orientale e nel Mediterraneo orientale, in aree contese presso Lemno, Samotracia, Rodi e Kastellorizo. Atene ha giudicato illegale l’iniziativa. Anche la Grecia aveva istituito parchi nelle Isole Ionie e nelle Cicladi meridionali. La tutela ambientale rischia così di diventare uno strumento attraverso il quale entrambi i Paesi cercano di consolidare le rispettive rivendicazioni senza ricorrere direttamente alla forza. Atene interpreta le mosse turche come un’applicazione della dottrina della “Mavi Vatan”, la “Patria Blu”.
La rivalità turco-israeliana si estende intanto alla Siria. Il 18 agosto aerei israeliani hanno colpito la base di Abu el-Zuhur, sostenendo che fosse in corso l’installazione di radar e il dispiegamento di forze turche. Israele vuole conservare il controllo dei cieli siriani per neutralizzare le minacce jihadiste e mantenere l’Iran sotto pressione. Ankara ha negato la presenza di una propria delegazione e condannato l’attacco. Gli Stati Uniti hanno quindi cercato di rafforzare i meccanismi di de-escalation per evitare incidenti tra le forze israeliane, turche e siriane.
La competizione coinvolge ormai contemporaneamente Egeo, Mediterraneo orientale e Siria. La Grecia, sentendosi minacciata da una Turchia più popolosa e meglio armata, considera indispensabile colmare il divario militare. Anche le sue alleanze rispondono a questa logica, come dimostrò nel 2021 l’invio di batterie Patriot in Arabia Saudita. Nonostante le critiche dell’opinione pubblica greca per Gaza, il premier Kyriakos Mitsotakis mantiene stretti rapporti con Benjamin Netanyahu. Le elezioni previste entro la primavera del 2027 potrebbero inoltre favorire posizioni più nazionaliste verso Ankara.
Lo “Scudo di Achille” aumenterà le capacità difensive greche e sosterrà l’industria nazionale, ma spingerà la Turchia a sviluppare nuove contromisure. Ogni iniziativa viene presentata come difensiva da chi la adotta e interpretata come offensiva dalla controparte. Senza un serio percorso diplomatico tra Grecia, Turchia e Israele, lo scudo rischia quindi di trasformarsi da strumento di sicurezza in un moltiplicatore dell’instabilità e nel simbolo di un Mediterraneo orientale diviso in schieramenti contrapposti.