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Setteottobre Rassegna Stampa
17.09.2026 Yale: il NYT racconta Gaza a senso unico
Commento di Alessandro Carmi

Testata: Setteottobre
Data: 17 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Alessandro Carmi
Titolo: «Yale: il NYT racconta Gaza a senso unico»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Alessandro Carmi dal titolo: "Yale: il NYT racconta Gaza a senso unico"

Yale: il NYT racconta Gaza a senso unico

Analizzati 1.559 articoli pubblicati dopo il 7 ottobre. Secondo il professor Adiel Pinker, la sofferenza palestinese domina la copertura mentre vittime israeliane e ruolo di Hamas tendono a scomparire

 

Un’analisi accademica condotta da Adiel Pinker, professore e vice decano della Yale School of Management, mette sotto accusa il modo in cui il New York Times ha raccontato la guerra a Gaza. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Studies in Conflict & Terrorism, rileva uno squilibrio profondo e sistematico nella copertura del conflitto, con un’attenzione nettamente maggiore alle responsabilità israeliane e alle sofferenze palestinesi rispetto alle vittime israeliane e al ruolo di Hamas.

Pinker ha analizzato 1.559 articoli e dispacci pubblicati dal quotidiano americano tra l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e il 7 giugno 2024. Il risultato, secondo il ricercatore, mostra l’affermarsi di uno schema ricorrente: il massacro del 7 ottobre viene ricordato come punto di partenza, mentre nella copertura successiva l’attenzione si concentra soprattutto sulle operazioni militari israeliane e sul crescente numero delle vittime palestinesi.

Restano invece largamente ai margini, sostiene Pinker, le vittime israeliane successive al 7 ottobre, i terroristi di Hamas uccisi durante i combattimenti e gli episodi di violenza palestinese avvenuti durante la guerra.
Il ricercatore parla di un quadro che finisce per attribuire una responsabilità quasi esclusiva a Israele, ridimensionando contemporaneamente il ruolo di Hamas nella prosecuzione del conflitto.

I numeri raccolti nello studio sono significativi. Degli articoli analizzati che trattavano direttamente il conflitto, 895, circa il 70 per cento, corrispondevano allo schema individuato dal ricercatore. Nella grande maggioranza dei 1.559 testi esaminati non comparivano riferimenti né alle vittime israeliane successive al 7 ottobre né ai terroristi di Hamas uccisi in combattimento.

Un altro dato riguarda la frequenza con cui vengono nominati i protagonisti della guerra. Israele compare nel corpus analizzato oltre tre volte più frequentemente di Hamas. Ancora più evidente, secondo Pinker, è la differenza nella rappresentazione della sofferenza umana: storie personali di palestinesi colpiti dalla guerra compaiono mediamente due giorni su tre, mentre testimonianze analoghe riguardanti israeliani sono molto più rare. Il risultato, sostiene lo studioso, è un quadro nel quale Israele rischia di apparire come “l’unico aggressore” e i palestinesi esclusivamente come “vittime passive”.

Pinker introduce tuttavia una distinzione importante. Lo studio, precisa, non pretende di dimostrare l’esistenza di una deliberata linea editoriale anti-israeliana. Il suo obiettivo è quantificare squilibri nella copertura che possono influenzare la percezione dei lettori e produrre un’immagine del conflitto distante dalla realtà sul terreno.

Lo stesso ricercatore prende in considerazione anche un possibile fattore strutturale. Israele è una società relativamente aperta al lavoro dei giornalisti e al dissenso interno, mentre nella Striscia di Gaza Hamas limita l’accesso dei reporter e la possibilità di esprimere apertamente posizioni critiche. Questa differenza può contribuire di per sé, anche in assenza di una precisa intenzione editoriale, a creare una copertura asimmetrica.

Pinker, cittadino americano e israeliano, ha spiegato di avere deciso di intraprendere la ricerca dopo avere osservato un forte contrasto tra la stampa americana e quella israeliana nel modo di raccontare le sofferenze provocate dalla guerra.

Il New York Times respinge nettamente le conclusioni dello studio. Interpellato sulla ricerca, il quotidiano ha rivendicato di avere seguito la guerra con un livello di rigore superiore a quello della quasi totalità degli altri mezzi d’informazione americani e di avere raccontato il conflitto da molteplici prospettive. Un portavoce ha ricordato che il giornale ha pubblicato oltre 13.000 articoli, fotografie e video sulla guerra, offrendo, secondo la testata, contesto, testimonianze umane e informazioni anche difficili da ascoltare.

La redazione sostiene inoltre che ogni articolo sia sottoposto a scelte attente riguardo al linguaggio, all’impostazione, alla rilevanza attribuita alle notizie e al tono, con l’obiettivo di rispettare la propria missione di giornalismo indipendente. Il quotidiano si dichiara disponibile al confronto in buona fede, ma afferma che non modificherà la propria copertura per assecondare opinioni precostituite.

Il punto sollevato dallo studio di Yale resta però centrale: quando un conflitto viene raccontato attraverso una sproporzione così marcata nella scelta delle vittime, dei protagonisti e delle storie personali cui dare spazio, quella selezione finisce inevitabilmente per incidere sul modo in cui milioni di lettori comprendono chi combatte, chi soffre e chi porta la responsabilità della guerra.

 


info@setteottobre.com

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